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HomeCopertina"Giustappunto!" di Vittorio Lussana. Primavera sulla nuova Via della Seta

“Giustappunto!” di Vittorio Lussana. Primavera sulla nuova Via della Seta

di Vittorio Lussana #Giustappunto twitter@gaiaitaliacom #economia

 

E’ arrivata la primavera. E con essa sono arrivati anche i cinesi. Ovviamente, l’accordo che firmeremo insieme a loro sulla cosiddetta ‘Nuova via della seta’ non è una novità di oggi. Al contrario, si tratta di un’idea che nasce da lontano e che è stata preceduta da scritti, riflessioni e dibattiti assolutamente approfonditi e di livello. Dunque, sfatiamo un primo falso mito: noi, con la Cina, ci stiamo parlando da decenni. Io stesso, una volta, lessi un approfondito studio sui possibili vantaggi conseguenti a questa nostra partnership commerciale. Cominciamo dunque col chiarire, innanzitutto, che un memorandum non è altro che un documento programmatico. E’ un po’ come la cornice di un quadro ancora tutto da dipingere, o da riempire: gli accordi e i contratti veri e propri arriveranno in un secondo momento. In secondo luogo, trattandosi di un rapporto commerciale di natura strettamente economica, esso non comporta alcuna ridiscussione di trattati o alleanze militari. I timori sollevati in questi giorni dagli americani sono infondati: l’Italia non sta per diventare il ‘cavallo di Troia’ della penetrazione cinese in Europa. In realtà, il nostro Paese potrà svolgere un ruolo di ‘porta d’entrata’, tornando a sfruttare, come ai tempi della Serenissima Repubblica di Venezia, la propria posizione geografica, che ridiventerà favorevole dopo i lunghi decenni di ‘congelamento’ strategico-militare dovuti alla ‘Guerra fredda’. Non si tratta, insomma, di un tentativo di ‘svincolamento’ dell’Italia o dell’intera Unione europea rispetto ai vecchi accordi transatlantici della Nato. Al contrario, è proprio l’amministrazione Trump a essersi ‘auto-avviluppata’ in una contraddizione grossa come una casa, avvitandosi attorno a nostalgie isolazioniste e protezioniste. Il solo modo per governare la globalizzazione senza lasciarsi travolgere da essa non è quella di rinchiudersi a ‘doppia mandata’ dietro la porta di casa propria. Al contrario, proprio al fine di evitare che il fenomeno divenga schiacciante, bisogna cercare di gestirlo attraverso una larga ‘governance’ multilaterale. In ciò, la politica estera italiana non si è mossa di un millimetro, rispetto agli anni scorsi. E questo è un merito, per il dipartimento degli Affari economici della Farnesina, che a lungo ha accarezzato il progetto attraverso una serie di incontri bilaterali di cui proprio la testata ‘Periodico italiano magazine’ ha fedelmente e periodicamente riportato i vari ‘step’ di avvicinamento. Infine, altro vantaggio geo-economico non di poco conto: i porti di Genova e Trieste diventeranno fondamentali sotto il profilo degli scambi. Genova, in particolare, potrà tornare ai livelli di dinamismo del passato, mentre Trieste, che ha da poco riammodernato interamente il proprio snodo portuale, non solo decollerà sotto il profilo della propria importanza strategica, ma tornerà a ricoprire quel ruolo che la bella città giuliana già svolgeva ai tempi dell’Impero austro-ungarico e che, alla fine della prima guerra mondiale, aveva perduto. Fino a oggi, Trieste non ha avuto molto da guadagnare nel suo passaggio dall’amministrazione asburgica a quella italiana. Ebbene, quest’intesa commerciale con Pechino rimetterà ogni cosa al proprio posto, proiettando Trieste verso i livelli dei grandi porti mittle-europei come Anversa e Rotterdam. In buona sostanza, quel che si teme dei cinesi è la loro capacità di ‘divorare’ dall’interno le aziende con le quali entrano in società o in partnership commerciale. Ma anche questo timore non è detto sia del tutto fondato, per un paio di buoni motivi: 1) se veramente il capitalismo italiano è in grado di difendersi dalle ‘scalate’ interne non soltanto dei cinesi, ma anche di tedeschi e francesi, esso è tenuto a darsi una ‘svegliata’, uscendo dal torpore in cui si è ‘autoimmerso’ negli ultimi due decenni; 2) uno dei compiti più importanti che l’Italia deve saper svolgere nei riguardi della Cina popolare è proprio quello di una lenta ma costante funzione di ‘persuasione culturale’, affinché anche Pechino cominci a valutare una diversa strutturazione sociale interna. Una ‘rimodulazione’ di diritti, doveri e redistribuzione delle ricchezze che potrebbe portarla verso nuovi equilibri anche sotto il profilo giuridico e civile, aprendosi al mondo occidentale con spirito di collaborazione e sincera amicizia. Collaborazione e amicizia da cui gli Stati Uniti non sono certamente esclusi.

 

 




 

 

(22 marzo 2019)

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