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Renzi, la sinistra, il PD. Chi è libero e chi no

di Marco Biondi #Lopinione twitter@gaiaitaliacom #Politica

 

La storia delle primarie del PD è emblematica di quanto sia tutto tremendamente difficile per questo partito, forse mai veramente nato.

Prima di tutto, lo schieramento compatto di chi ha IMPOSTO a Renzi di non presentarsi più per la segreteria. Assurdità più totale, ma del resto in linea con la guerra intestina, ovvero il fuoco amico più volte ricordato dallo stesso Renzi. Il PD non è evidentemente un partito che mira a raggiungere il maggior numero possibile di consensi, come dovrebbe fare qualsiasi partito, è un contenitore dove poter coltivare vari interessi di bottega, e quindi il suo segretario deve garantire continuità. Quindi, quasi naturalmente, si propone Zingaretti che imposta un nuovo programma basato sulla ricostruzione del partito pre-Renzi. Con tutti dentro (si stanno già spalancando le braccia per riaccogliere la vecchia ditta, con D’Alema in testa), ed estrema attenzione a ripristinare quei vecchi equilibri di correnti che andavano (e vanno) dai post democristiani ai post comunisti.

Quando si cerca un candidato che possa dare continuità ai rinnovamenti renziani, la reazione si attrezza e si creano, con la candidatura di Martina che contrasta quella di Minniti, le condizioni affinché nessuno raccolga oltre il 50% di preferenze, per poter poi giocare la partita nelle stanze dei dirigenti, alla faccia degli elettori delle primarie. È così viene neutralizzata la candidatura di Minniti che, saggiamente, la ritira. All’ultimo ecco il ticket Giachetti/Ascani, certamente spinto da Renzi, per poter dare speranze anche ai sostenitori del rinnovamento.

E, come consueto, divampano le polemiche.

Mi permetto di dire la mia. Non trovo per niente assurdo che personaggi vicini a Renzi, dichiarino di sostenere Martina. Se ostacolare Renzi serviva a preservare le rendite di posizione della vecchia guardia, contrastare Zingaretti è opportuno per evitare che il PD diventi un cimitero degli elefanti.

Come gli elettori hanno accolto l’avventura dei Liberi e Uguali è già storia. Un partito che si allinei sulle stesse posizioni è destinato a fare la stessa fine. Che poi Giachetti non abbia speranze di vincere è scontato, ma è utile a contare quanto pesa oggi realmente il sostegno alle politiche di Renzi. È giusto contarsi. A loro andranno i voti dei fedelissimi, quelli che non fanno calcoli, quelli che voterebbero Renzi anche come amministratore del loro condominio.

Alla fine dei giochi, dopo infiniti appelli all’unità, non c’è nessuna volontà di esprimere un candidato condiviso, semplicemente perché non c’è unità di intenti e di vedute. L’ala Zingarettiana, come detto, punta a ripristinare i vecchi equilibri, mirati agli interessi di bottega piuttosto che a quelli dell’elettorato.

Martina si pone come alternativa, ma sembra molto debole e con scarse probabilità di riuscire a neutralizzare la prevista restaurazione da parte di Zingaretti. Una buona riuscita del ticket Giachetti/Ascani potrebbe spingere Martina ad appoggiarsi a loro, diventando così maggioranza. Ne deriva che un PD che uscisse dal congresso con una buona maggioranza in opposizione a Zingaretti, terrebbe all’esterno i dalemiani e consentirebbe al partito di presentarsi come forza di sinistra moderatamente credibile.

Resterebbe poi uno spazio disponibile per gli elettori del centro-sinistra. Se Renzi vorrà cercare di occuparlo, potrebbe puntare anche a molti che hanno votato Forza Italia, e raggiungere un consenso non banale.

Resta da far capire ai dotti sinistrorsi che un conto è andare a cercare i voti di chi li ha, in passato, dati a Forza Italia, un conto è, come vorrebbero far credere loro, allearsi con Berlusconi. È esattamente l’opposto. Significherebbe andare a portare via i voti di Forza Italia, indebolendola.

Ma l’abitudine a fare cattiva comunicazione per bieco interesse personale, questi signori di scuola dalemiana non ci pensano proprio a perderla.





(17 dicembre 2018)

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