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“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: la Retroguardia dei “Cinepanettoni”

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di Redazione #Giustappunto twitter@gaiaitaliacom #Cinema

 

E così, l’attore Christian De Sica si è autoproclamato “re del cinema popolare”. Per carità, nel ‘mare magnum’ delle ‘stronzate’ che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, in particolar modo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, questa ‘battuta’ ha avuto per lo meno il merito di ‘spezzare’ la tensione degli ultimi tempi. Fatto sta che, anche rispetto alle mostruosità che siamo obbligati a leggere o a sentire quotidianamente, quella di De Sica jr. si è allineata perfettamente a un panorama complessivo in cui sembra quasi di assistere alle ‘olimpiadi’ di chi la ‘spara’ più grossa, variandone unicamente la specialità sportiva. La verità, ovviamente, è che il vero cinema popolare non è affatto quello dei ‘cinepanettoni’, incessantemente e ripetutamente interpretati dai Christian De Sica e dai Massimo Boldi. Quel che ci duole innanzitutto registrare è lo spreco, perpetrato nei decenni passati, del talento surrealista di un comico come Massimo Boldi, il quale, nei suoi anni giovanili, aveva prodotto alcune ‘gag’ decisamente interessanti, come quella del cuoco tradizionalista ostinatamente contrario alla pentola a pressione. Ma si sa: anche nel mondo dell’arte si deve pur campare. Ed ecco che persino un comico dotato di strumenti interessanti ha preferito favorire quello strano ‘matricidio’, compiuto innanzi agli occhi di tutti dai fratelli Vanzina, i quali decisero di assassinare un genere ricco di spunti ironici e feroci come quello della commedia all’italiana. Resta pur vero, che il caso di Massimo Boldi fa il paio col ‘monnezza’ interpretato da Thomas Milian, altro ottimo attore divenuto ‘vittima’ del proprio personaggio, con le sue infinite repliche di una romanità trucida e ‘zozzona’, che non ha mai avuto nulla a che vedere con quell’antica tradizione ‘belliana’, ‘trilussiana’ e ‘petroliniana’ legittima progenitrice della più autentica cultura popolare romana. In ogni caso, quel che qui veniamo a ricordare all’attore Christian De Sica è che egli avrebbe potuto essere l’erede legittimo di quel cinema popolare che proprio suo padre seppe rappresentare magnificamente, sia con i suoi film più leggeri, sia con quelli appartenenti al filone neorealista.

Il vero cinema popolare è infatti quello dei parroci di borgata (‘Roma città aperta’); dei pescatori di una palude polesana raggiunti dalla guerra prima che dal progresso (‘Paisà’); dei ragazzini sottoproletari candidi e ingegnosi di ‘Sciuscià’ e ‘Ladri di biciclette’; delle maschere dolenti di una Sicilia ‘pietrosa’ e senza Storia (‘La terra trema’); dei pensionati e delle servette ‘murati’ nello squallore delle loro camere in affitto (‘Umberto D’). Il cinema popolare fu quel genere cinematografico che seppe ritrarre l’umanità più integra e generosa del popolo italiano. Un popolo che avrebbe dovuto essere sottratto al male del ‘moderno d’importazione’, dopo l’ingannevole promessa dei ‘telefoni bianchi’ e delle ‘mille lire al mese’.

Invece, con l’avvento dei ‘cinepanettoni’ si è preferito limitarsi a raccogliere i miasmi televisivi e le volgarità circolanti all’interno di una realtà sociale divenuta gretta e canagliesca, che costringe gli italiani a rimanere prigionieri di limiti e ‘muri’ che ne riducono la capacità di aprirsi culturalmente, laicamente e persino spiritualmente verso ‘l’Altro’ sociologico, sostituendo il valore della solidarietà sociale con il cinismo dell’evasione e le contaminazioni ‘formali’ del mero intrattenimento. Ovvero, con delle vere e proprie indicazioni verso l’autoreferenzialità narcisista, l’omologazione da ‘pensiero unico’, il ‘piattume’ di massa. Limiti e recinti al di fuori dei quali il cinema di Christian De Sica, perdendo ogni valore di originalità artistica e di distinzione culturale, alla fine non fa neanche ridere, poiché il ‘peggio’ raccolto tra il ‘peggio’, anche quando rappresentato dignitosamente, non è altro che degenerazione fattuale, spirito che degrada a ‘cosa’, in nome di una cosiddetta ‘semplicità’ fotografata e replicata ad libitum unicamente per motivi di ‘cassetta’, o per permettere a una determinata categoria di attori, sceneggiatori e registi di dilaniarci sempre di più i ‘coglioni’ anno dopo anno, Natale dopo Natale, veglione dopo veglione, senza mai nutrire la minima intenzione di una definitiva uscita di scena. Al limite, per lasciare spazio all’emersione di talenti giovanili, oppure per generare allievi ed eredi. Al contrario, ci ritroviamo sempre più spesso costretti ad assistere a un cinema barricatosi dietro a una serie di ‘ridotti’ militarizzati, che hanno il solo e unico scopo di resistere il più a lungo possibile agli anni che passano, mantenendo in vita una ‘formula’ che ha ormai quasi raggiunto il suo quarto decennio di vita senza mai riuscire più di tanto a mutuare se stessa, al fine di sfociare in qualcosa di più originale o diverso. Un cinema che si è avvitato su se stesso, finendo col rappresentare il nostro conservatorismo più reazionario e di retroguardia. Ma la retroguardia si chiama in questo modo proprio perché non riesce mai a trasformarsi in avanguardia, poiché incontra sempre e regolarmente qualcuno che marcia innanzi a lei. La retroguardia non inventa mai nulla, bensì ruba e falsifica la realtà popolare, senza riuscire a riprodurla nel suo dramma ‘tragicomico’ più surreale, generando ‘macchiette’ disordinate e vacue superficialità. I ‘cinepanettoni’ non appartengono affatto al cinema popolare di Nanni Loy, tanto per intenderci: in essi non c’è mai l’individuazione di un metodo, di un’idea innovativa che faccia da sfondo a una vicenda rivelatrice di una realtà.

In ‘Café express’, per esempio, Nanni Loy individuò una vecchia carrozza ferroviaria all’interno della quale il protagonista, uno straordinario Nino Manfredi, si trasforma egli stesso in una ‘candid camera’, finalizzata a mostrarci un microcosmo popolare – quello del ‘pendolarismo’ ferroviario dell’Italia meridionale – in cui scopriamo un meraviglioso Leo Gullotta nei panni di un tappezziere strabico; un eccellente Gigi Reder portantino; un convincente Vittorio Mezzogiorno camorrista; una ‘focosa’ Marisa Laurito; un interessantissimo Maurizio Micheli, che ha saputo trasformare se stesso da ‘guitto’ livornese a ‘tirapiedi’ milanese di una borghesia rincoglionita, che finisce col bere un caffè ‘corretto’ con l’urina di un Mezzogiorno (ed è proprio Vittorio Mezzogiorno a orinare nel caffè di Nino Manfredi: notare la raffinatezza del regista, ndr) inchiodato alla più infame delle sue maledizioni: quella delle mafie e della cultura dell’onore. Questo è il vero cinema popolare italiano: altro che la ‘bella’ del momento, la battuta del momento, la tendenza del momento o la ‘cagata’ del momento.

Dopo il ‘capolavoro all’incontrario’ di un Paese imprudentemente affidatosi all’improvvisazione, alla presupponenza e all’incompetenza, è ora che qualcuno cominci letteralmente a ‘pisciare in testa’ a tutti quanti. Abituatevi, ché da qui in avanti non ce ne sarà più per nessuno. A cominciare dai ‘cinepanettoni’ e dai suoi interpreti, di cui continueremo a chiedere, con sempre maggior insistenza, un ostracismo perenne, praticamente eterno e definitivo.

 




 

(4 ottobre 2018)

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