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Aldo Moro quarant’anni dopo: riflessioni antropologiche sul terrorismo

di Vittorio Lussana #viafani twitter@gaiaitaliacom #giustappunto

 

 

Tornare a riflettere sul fenomeno del terrorismo eversivo di estrema sinistra, a 40 anni esatti dal rapimento e dall’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, significa cercare d’inquadrare storicamente un fenomeno i cui riscontri di carattere sociologico hanno sempre rappresentato uno squallido alibi giustificatorio. Fotografare un certo ‘comunismo militarizzato’ come la ferma volontà di alcune avanguardie rivoluzionarie di volersi battere contro le ingiustizie del sistema capitalistico ha sempre finito col creare, attorno a certi gruppi eversivi, una sorta di ‘alone culturale’ che, in realtà, non ha mai retto il confronto non solo con ogni forma minima di credibilità politica, ma nemmeno con le semplici logiche dell’antropologia comportamentale. Innanzitutto, l’estrazione sociale dei componenti delle Brigate Rosse e degli altri ‘gruppuscoli’ di rivoluzionari combattenti fu, quasi sempre, il ceto borghese o gli ambienti studenteschi caratterizzati da una forte impronta ‘cattolico-comunista’. Ovvero, non si trattava affatto di operai o di giovani lavoratori in rivolta contro lo Stato secondo la nota formula ’gramsciana’ della rivoluzione, bensì di miserabili avventurieri che coltivavano il sentimento della vendetta, della violenza e della sopraffazione come esclusivo strumento di lotta. Altrettanto poco persuasive son sempre state le letture di matrice ideologica, che hanno spesso cercato di ‘disegnare’ certi gruppi eversivi in quanto composti da giovani delusi che proprio non riescono a intravedere metodi diversi dalla guerriglia urbana in una società in cui il ricambio politico e l’alternanza democratica apparivano – e appaiono ancora oggi – metodologie assai poco ‘digerite’, sia dallo ‘Stato-apparato’, sia dallo ‘Stato-comunità’. Ma se così fosse, non sorprenderebbe il fatto che formazioni politiche bene organizzate e assai ramificate all’interno del mondo del lavoro – i Partiti della sinistra storica o i sindacati – non sempre siano riusciti a cogliere i diversi cicli di riapparizione del fenomeno, al fine di neutralizzarne la sotterranea continuità di ‘reclutamento’.

L’unica reale spiegazione di certe ‘suggestioni terribiliste’ rimane, dunque, quella antropologica: alcune persone smarriscono la memoria verso ogni coordinata culturale di riferimento (intransigentismo radicale; esigenze di una trasformazione dei rapporti sociali e familiari; necessità di nuove forme di educazione civile) nella convinzione che la lotta armata sia l’unica risposta possibile per il cambiamento del Paese, rinunciando aprioristicamente a ‘produrre discorso’, oppure limitandosi all’individuazione di alcuni nemici da eliminare fisicamente, assoggettando in tal guisa ogni norma di comportamento senza sentirsi minimamente in dovere di ‘ancorare’ le proprie scelte e le proprie convinzioni a una qualsiasi motivazione idealmente nobile. Il fenomeno, invece, è quasi sempre ‘fotografabile’ attraverso la formula della ‘degenerazione bellicista’. Nell’universo militare non ci si pongono problemi di ‘qualità morale’ delle proprie azioni, poiché non esistono orrori o crudeltà, ma solamente questioni di ‘congruenza’ tra mezzi e fini: un’etica ‘dimostrativa’ legata al successo ‘geometrico’ degli obiettivi prefissati, che diviene preponderante rispetto a ogni ‘etica della convinzione’. Da ciò deriva un amore tutto totalitario per le gerarchie, per la disciplina esasperata, per la ‘compartimentizzazione’ organizzativa. Queste sono le vere costanti, gli autentici codici di comportamento attorno ai quali ruota la formazione culturale di certi ‘rivoluzionari’, di destra o di sinistra che dir si voglia.

Alla base del terrorismo, anche di quello più recente, solo apparentemente ‘ammantato’ da motivazioni di ortodossìa religiosa, vi è sempre un acuto senso di irresponsabilità; l’idea che si possa predicare senza agire o agire senza dichiarare le proprie intenzioni; che non si paghi mai per nulla; che non si debba render conto a nessuno del proprio operato. In particolare, nel terrorismo eversivo degli anni ’70, per la prima volta si delineò chiaramente una sorta di abitudine alla violenza nel suo doppio aspetto di affermazione di potere e di riconquista di un’appartenenza comunitaria: fare qualcosa di supremamente proibito, per certa gente significa imboccare una ‘scorciatoia’ che permette loro di allacciare legami che, altrimenti, non saprebbero come stringere in altro modo. Inoltre, dev’essere assolutamente sottolineata la perversa persuasione che ciò che conferisca ‘forza’ sia sempre: “L’elevatezza del livello di scontro”. Ogni qual volta capita di dover ascoltare questa frase, si deve cominciare a dubitare immediatamente dell’interlocutore che l’ha appena pronunciata. Quasi sempre, infatti, si tratta di un’overdose di antagonismo che il ‘rivoluzionario’ deve forzatamente inoculare nei propri atteggiamenti, perché quanto più si è ‘duri’, tanto più è elevata la possibilità di ‘vincere’. Infine, nel terrorismo eversivo degli ‘anni di piombo’ ebbero il loro peso anche alcuni elementi di non secondaria importanza: uno stravagante senso di sicurezza per il possesso di un’arma; una mentalità ‘immediatista’; il rifiuto di ogni etica del lavoro; un linguaggio tutto giocato sul ‘massacro’ della sintassi e sulla ripetizione ossessiva degli slogan. Tutti segnali di una fragilità psicologica in cui, per la prima volta, grave si avvertì la profonda debolezza verso ogni senso d’identità, insieme a una patetica assenza di ‘anticorpi’ contro la paura della morte.

In tutto questo ‘brodo’, ogni richiamo al marxismo-leninismo duro e puro, al materialismo dialettico, al pensiero operaio, alla lotta di classe, alla dittatura del proletariato, finì col risultare totalmente astratto e ideologico: contava assai più l’assorbimento di precise tendenze degenerative della società contemporanea, l’introiezione di ‘figure di crisi’ rispetto alle quali i comportamenti ‘deviati’ si collocherebbero in un rapporto di ‘specularità’. Come non riflettere, a proposito di questo genere di irresponsabilità, alla ‘ritirata storica’ della borghesia italiana? Al suo vile ‘ripiegamento’ sul privato? Alla propria indifferenza verso i problemi concernenti i giovani, lo Stato e, più in generale, la ‘cosa pubblica’? Come non cogliere, a proposito di ‘stereotipi militareschi’, gli evidenti nessi esistenti ancora oggi tra il bisogno di una vita ‘elementare’ ed eterodiretta e i vari espedienti messi in atto per ridurre ogni complessità sociale mediante tecniche di controllo e di ‘disinformazione’, dalla precisa discendenza autoritaria? Come non chiamare in causa, al di là di quanto si creda o si pensi, il modello liberistico ‘mandevilliano’ teorizzato da Milton Friedman? Come mai nessuno riesce a far ‘mente locale’, a proposito di ‘autovalorizzazione’ e di rifiuto di ogni principio ‘laburistico’, a certi rivoli di assistenzialismo e di reddito garantito che son sempre ‘sgorgati’ dal nostro contraddittorio sistema di welfare? Come non riandare con la mente, in tema di arroganza corporativa, a quei fenomeni di asocialità ricattatoria che dipendono dall’enorme potere posseduto da alcune categorie ‘ristrette’, in un Paese in cui basta uno sciopero ferroviario per mettere in ginocchio l’intera collettività? Infine, come non mettere a bilancio, a proposito di afasìa e di ‘sterilità valoriale’, il generale impoverimento qualitativo del nostro sistema didattico nazionale?

Da più di quarant’anni, sono queste le vere cause generatrici di intere schiere di giovani ‘senza passato’, i quali continuano a non sentirsi parte di una Storia troppo diversa dalla loro, o che si ostinano, ancora oggi, a collegarsi ad alcune tradizioni grazie a un lessico da rivoltosi e a grammatiche ‘iperideologizzate’. Si tratta di persone che non riescono a elaborare un dignitoso ‘sistema di segni’ e le cui uniche forme di riflessione spontanea discendono da ‘zattere’ ideologiche di salvataggio tanto assolute, quanto incerte. Ecco, dunque, il vero perché dell’opzione comunista rivoluzionaria: sia nelle Brigate Rosse, sia nella altre formazioni terroristiche del passato – Nap, Prima Linea, Nuclei combattenti vari – l’idea di rivoluzione è sempre assolutamente ‘statica’. Non si tratta di un qualcosa ‘in divenire’ o di trasformazioni graduali da conquistare, bensì dell’organizzazione di un’autonomia di classe da proteggere con le armi. Già negli anni ’80 del secolo scorso, attraverso uno studio assai approfondito sulla cultura politica del terrorismo, Nando Dalla Chiesa cercò di riassumere le analisi più accreditate e i principali filoni interpretativi che si sono sempre intrecciati attorno a questo tema, nel saggio: ‘Del sessantotto e del terrorismo: cultura politica tra continuità e rottura’ (Il Mulino). Accanto a chi correttamente, secondo noi, ha sempre voluto porre l’accento sull’amalgama di alcuni ‘spezzoni’ di storia del comunismo, manipolati a piacimento dai sovversivi per via delle numerose ‘doppiezze’ e per l’ambigua rinuncia di molta parte della sinistra italiana a un’elaborazione socialdemocratica del concetto di rivoluzione (Rossana Rossanda), vi è sempre stato chi ha insistito sulla ‘delusione’ per l’immobilismo dei nostri lunghi decenni repubblicani (Nicola Tranfaglia); chi ha ridotto sbrigativamente ogni cosa alla “precettistica del leninismo” (Alberto Ronchey e Luciano Pellicani); chi ha sintetizzato ogni riflessione nella categoria del ‘diciannovismo’ e del ‘biennio rosso’, o nel disprezzo storico di buona parte della sinistra italiana verso la democrazia parlamentare e il sindacalismo, coniugata a un’adorazione mitizzata delle cosiddette ‘avanguardie’ (Giorgio Amendola ed Enrico Berlinguer); chi ha richiamato l’attenzione verso una sorta di ‘marxismo lirico’ (Franco Ferrarotti); chi, infine, ha voluto prendere in considerazione un certo ‘soggettivismo esasperato’ o un discutibile gusto ‘estetizzante’ dei terroristi (Corrado Stajano). Ma per comprendere fino in fondo questo genere di fenomeni, oltre a simili atteggiamenti, si dovrebbe cominciare a cogliere la dimensione ‘nichilista’ e autodistruttiva degli individui che decidono di aderire alla lotta armata. Stiamo parlando di fattori che, secondo noi, pesano in misura notevole tra le motivazioni inconsce dei terroristi, di qualsivoglia matrice essi siano. Non si tratta di un nichilismo ‘drammatico’, derivante da forme di disperazione civile ‘pasoliniana’, bensì da una ‘supponenza’ di natura etimologica, in cui il ‘nulla’ non deriva dall’ablazione di sé, bensì dalla più totale mancanza di ogni senso delle relazioni che si intrattengono, delle azioni che si commettono, degli ambienti che si frequentano.

Un universo psicologico in cui non solo non esiste alcuna frontiera tra bene e male, ma dove persino i sentimenti risultano banditi e in cui capire e osservare la realtà diviene un qualcosa di noioso, di superfluo, di fuorviante: conta solo piacere a se stessi e impegnarsi cinicamente a giudicare, aggredire e persino ‘spegnere’ le vite altrui. Furono queste le vere caratterizzazioni da cui discese l’ideologismo ‘dimostrativo’ e la spietata ‘strategia omicidiaria’ delle Brigate Rosse. E fino a quando la sinistra italiana non riuscirà a elaborare delle risposte soddisfacenti, l’ignoranza, l’astrattezza e la vacua prosopopea continueranno a giocare un ruolo a dir poco subdolo, all’interno del nostro Paese e nella nostra società.

 




 

(16 marzo 2018)

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