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“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: “Il magistrato svalvolato”

di Vittorio Lussana #Giustappunto twitter@vittoriolussana #gaiaitaliacomnotizie

 

 

Questa settimana proviamo a farci due risate sulla vicenda di quel magistrato del Consiglio di Stato che si è inventato una deontologia a sé stante, per riuscire a ‘trombarsi’ qualche aspirante ‘borsista’. Francesco Bellomo è il classico caso di un magistrato indubbiamente preparatisismo. Talmente preparato che, a un certo punto, ha ‘svalvolato’, come si dice in questi casi. Egli ha cercato d’imporre una sorta di complicato codice deontologico ‘parallelo’, basato su presupposti assolutamente distinti mescolati tra loro. In pratica, ha inserito alcuni aspetti pseudo-sociologici, come elementi in grado di autorizzare la propria ‘invasione’ nella sfera privata di ‘borsisti’ e studentesse. Ora, che il privato influenzi pesantemente il ruolo pubblico di una persona è una questione reale, che incide negativamente sulla dedizione professionale. Ma un codice deontologio, per definizione, dev’essere puramente preventivo, non invasivo, perché altrimenti mette sotto processo il singolo individuo già nelle intenzioni. Ma guarda tu questo qui cosa ‘caspita’ si è andato a inventare per riuscire a farsi, ogni tanto, una ‘scopata’! Se un’aspirante borsista ha un fidanzato ‘troglodita’, che non comprende l’importanza della professione della propria compagna, quest’ultima non riuscirà mai a maturare e ad avanzare più di tanto nella sua carriera: sono affari suoi, punto e basta. Si tratta di conseguenze che ella stessa ha diritto di soppesare, comprendere e valutare. In particolar modo, alla luce delle anguste condizioni, lavorative e sociali, in cui generalmente si ritrova, in Italia, l’universo femminile. Bellomo, invece, ribalta il ragionamento: io t’impongo una serie di comportamenti formativi, mascherati dietro un’apparente libero arbitrio, al fine di difendere il tuo ruolo pubblico e professionale. Senza tener conto, però, che il privato di un individuo discende dalle libere decisioni personali, non da quelle di un soggetto ‘terzo’, a parte rarissimi casi. Bellomo, insomma, estremizza il concetto di ‘terzietà’ del magistrato al fine di estenderlo in senso assoluto, arrivando a sostituirsi all’attore decidente. Il quale, dev’essere certamente messo in guardia dalle difficoltà di riuscire a gestire vita professionale e vita privata, ma in ogni caso deve anche avere il sacrosanto diritto di sbagliare e di pagare le conseguenze delle proprie scelte. Risulta ovvio che, tutto ciò, sia normato solo in parte, poiché la legge, per forza di cose, non può che essere generale e astratta: è francamente impossibile prevedere ogni cosa e ogni ‘caso’. Ma proprio tale ‘relativismo’ della materia giurisprudenziale comprova come Francesco Bellomo abbia tentato di camminare sul ‘filo del diritto’ senza immettere, nelle proprie ‘teorie deontologiche’, alcun elemento giuridico di equilibrio ed equità. Egli ha parzialmente ragione nel sostenere che i suoi accordi non siano dei contratti effettivi, sotto il profilo del diritto privato. Ma ciò avviene solamente perché, dal punto di vista formale, egli si è ben guardato dall’instaurare un vero e proprio ‘patto’, poiché preoccupato soprattutto d’inserire un principio ‘giustificazionista’ finalizzato a ‘pararsi il culo’ nel merito sostanziale del compromesso. Ovvero, per arrogarsi il diritto di gestire, dal lato pratico, i comportamenti altrui, limitando la libertà individuale. L’eleganza ci seduce lungo la via della ricerca della verità. E’ esattamente questo il limite dell’estetica: essendo, quest’ultima, un principio trascendente, essa tende a varcare ogni confine mediano, finendo col coincidere con un’interpretazione ‘verticale’ e assoluta, persino in sede di valutazione scientifica. Una deriva la quale, oltre a far ‘saltare’ ogni distinzione tra pubblico e privato, spiega assai bene perché, in Italia, oggi non funzioni quasi più nulla. L’assolutismo giuridico, al contrario di quanto pensano in molti, sotto il profilo pedagogico ‘frena’ il processo formativo di un allievo o uno studente. Il quale, al contrario, può svilupparsi solo attraverso tentativi ed errori. Tutto questo è frutto di una concezione dei diritto divenuta eccessivamente sofistica e formale, quando invece si dovrebbe tener presente come, dietro al rispetto ‘letterale’ della legge, possano benissimo nascondersi eccessi, scorrettezze ed estremismi. In conclusione, Francesco Bellomo, a nostro parere, ha sbagliato mestiere: più che il magistrato avrebbe dovuto fare l’avvocato. Delle cause perse, quale egli è.




(1 febbraio 2018)

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