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Nijinsky il russo, Rudolf Nureyev il tartaro, Roberto Bolle e il profumo #Visioni di Mila Mercadante

foto: ANSA

di Mila Mercadante #Visioni twitter@Mila56170236 #televisione

 

 

 

Io: “Guarda là. Una statua. Ma quale profumo sta pubblicizzando?”

Lui: “Nessun profumo. E’ il promo dello spettacolo di danza che farà il 1 gennaio”

Casa mia, interno sera, dialogo davanti alla televisione.

 

Quando esordì in televisione col suo primo spettacolo di danza su Rai1, nel 2016, Roberto Bolle rilasciò un’intervista a Il Fatto Quotidiano che non posso dimenticare. In quella occasione dichiarò di apprezzare molto la formula del talent-show perché al talent va il merito di aver sdoganato la figura del ballerino maschio. Leggendo non ebbi un mancamento solo perché avevo appena fatto scorta di calorie. Evidentemente Bolle si riferiva ad Amici di Maria De Filippi.  Evidentemente riteneva di dover parlare solo del presente e solo al/del pubblico televisivo di Maria De Filippi, che d’altra parte è vario, disomogeneo e in ogni caso degno di rispetto. Evidentemente immaginava che i lettori del quotidiano, al pari degli spettatori televisivi, non sapessero che la figura del ballerino maschio la sdoganarono tanti anni fa Vaslav Nijinsky il russo e Rudolf Nureyev il tartaro. Prima di loro i ballerini maschi servivano solo da complemento alla prima ballerina, dovevano esaltarne la bravura e la leggiadria, accompagnarla. Eppure Bolle, tempo prima e in un’altra sede, aveva parlato di Nureyev in questi termini: “Il mio maestro rimane comunque Rudolf Nureyev: oltre a essere stato un grande ballerino, è stato anche un coreografo che ha impresso una svolta epocale alla danza dando dignità e importanza ai ruoli maschili; con lui il balletto non è più solo grazia e delicatezza, ma diventa anche esaltazione della forza e della potenza maschile”. Evidentemente Roberto Bolle preferisce divulgare la danza e offrirla al grande pubblico semplificando, come se il passato per le persone comuni non avesse importanza, o meglio: come se il passato non avesse più alternativa, qui ed ora. Per colpa delle masse, s’intende, e non per colpa di chi le tratta rozzamente. Bolle il grande pubblico se lo fa amico scendendo dall’attico al piano terra, ammicca servendosi del tema talent-show per creare un ponte tra sé e il popolo.

Non ho la puzza sotto al naso, ce l’ha lui. Bolle mi pare un originale multiplo, vagamente pop, così preferisco sbracare nella bassezza dicendo che non sono capace di amarlo. Dovrei amarlo perché lui rimane l’unica documentazione vivente e plausibile e piacevole del ballo? Per carità. E’ un po’ come i grandi lirici, che per piacere a tutti dovevano/devono cantare con Zucchero Fornaciari, Sting e decine di divi del rock. Se l’uomo non va alla cultura, la cultura (potata come un bosso) va all’uomo. Più o meno il ragionamento è questo, altrimenti – oltre alla fama allargata e ai maggiori guadagni – cosa mai spingerebbe un grande tenore o un sublime ballerino a organizzare eventi simili a una Porta Portese del siparietto? Voglio dire: Bolle vuol ballare in televisione? Balli, non c’è bisogno che presti il fianco alle ospitate, ai duetti con questo e con quello. Prestandosi, si sottomette al dettato secondo cui di sola danza – di pura danza – lo spettatore medio s’annoierebbe, non capirebbe, non esulterebbe. Il nitore di una scena tutta sua, tutta per il danzatore, risulterebbe invece tanto più struggente e commovente. Insomma, Bolle non crede ciecamente in se stesso, non crede ciecamente nell’arte della danza, non crede che le persone siano abbastanza sensibili. Crede – ed è soprattutto questo che m’impedisce di apprezzarlo – che la bellezza non possa farsi intendere con la propria voce autentica senza appoggiarsi ad altre figure, a scenografie e coreografie da megadiscoteca. Ha perduto la sua seconda occasione sul teleschermo, e sono certa che perderà anche le prossime, ogni anno fino a quando vorrà e potrà.





(3 gennaio 2018)

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