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L’Arte vista da Emilio Campanella: “Secessioni Europee”, fino al 21 gennaio

di Emilio Campanella, twitter@gaiaitaliacom

 

 

Negli spazi particolarmente infelici di Palazzo Roverella a Rovigo, la nuova mostra che si potra’ visitare sino al 21 gennaio 2018: Secessioni europee, Monaco, Vienna, Praga, Roma. L’onda della modernità. Sulla carta avrebbe potuto essere un’idea stimolante, ma sarebbe occorso il quadruplo degli spazi a disposizione, mentre ogni sezione, invece, risulta poco più di un accenno, e se sulla Secessione viennese c’è appena una spruzzata di suggerimenti, che possono anche bastare, volendo, siccome sull’argomento si è presentato moltissimo negli ultimi anni, è su Monaco e Praga che occorrerebbero maggiori approfondimenti, qui impossibili.

Un altro problema è l’illuminazione assolutamente inadatta e non certo studiata per l’esposizione; talvolta l’impressione è che si sia usato il poco che c’era alla bell’e meglio, e se non fosse così sarebbe anche più grave, dati i risultati. Bisogna ammettere, però, che il grande numero di opere esposte e la notevole qualità, a detrimento della loro, talvolta, molto difficile fruizione, merita un’attenta visita, magari cercando di sorvolare sul discutibile assunto curatoriale.

Iniziamo con Monaco e la sua vivace stagione, analizzata qui, fra il 1898 ed 1910 ed il cui teatro fu il quartiere di Schwabing, quello stesso raccontato da Edgar Reitz nella sua Zweite Haimat, intorno ai fermenti degli anni Sessanta del Novecento, e che poi fu scena delle innovazioni musicali egli anni Ottanta dello stesso secolo. Fra i molti, importanti esempi esposti, mi soffermo subito sul Lucifero di Franz von Stuck, tela fascinosa ed inquietante già vista qui alla bella mostra: Il demone della modernita’, nel 2015. Dipinto del 1889-1890( Sofia, National Gallery for Foreign Art), esposto accanto al bozzetto del 1889-1890 (Monaco di Baviera, Kunkel Fine Art) ed un’acquaforte del 1890-1891 (Monaco, Museum Villa Stuck). Se la tela e’ nella completa oscurità, il bozzetto s’intravvede, mentre il lavoro grafico è sotto una luce violenta, non certo adatta ad un’incisione su carta. Va meglio per le molte opere anche di scultura dello stesso artista, presenza forte della sezione che offre altre occasioni non frequenti d’incontro con risultati artistici molto noti, e questo viene a merito dell’esposizione; fra i tanti begli incontri, cito il pubblicatissimo arazzo di Otto Eckmann: Cinque cigni, del 1896 (Berlino, Brohan Museum, Landesmuseum fur Jugendstil Art Deco und Funktionalismus).



Il capitolo successivo è quello viennese che fa un “bignami” fra Ver Sacrum, la Wiener Werkstatte, pittura, disegno, manifesti, epocali manifestazioni, arti applicate, oggetti, mobili, sculture, e che potrebbe essere un bellissimo stand in una fiera dell’antiquariato, ma non certo una sezione di mostra scientificamente rilevante. Vero è che i nomi sono da capogiro: Klinger (Busto di Beethoven, 1904-1907, Collezione Sigfried Unterberger), Klimt: Amiche I (Le sorelle) 1907, Vienna, Klimt Foundation]; quindi Shiele, Moser, Hoffmann, Thonet, Olbrich, Hodler, Khnopff, Kokoschka, e non sono tutti, rappresentati da molte opere determinanti e con un’ ampia presenza grafica.

Praga è la terza “capitale” della Secessione presa in esame, grazie a personalità quali Bìlek, V’achal, Kobliha, Ad’amek, Konupek, Horejc, Zrzavy. E qui un’altra nota dolentissima, siccome le magnifiche opere plastiche di Jaroslav Horejk sono illuminate nella maniera peggiore, tanto quelle a tutto tondo, che veramente non si sa da quale parte si possano guardare per coglierne un minimo di cognizione delle forme e delle proporzioni, come quelle a bassorilievo che subiscono luci sparate che le appiattiscono orrendamente! Scendendo di un piano si incontra Roma, ed anche qui le cose non vanno meglio, anzi, se possibile, anche molto peggio. Le pareti bianche e le luci insensate rendono tutto privo di rilievo e di fascino, eppure i quadri e le sculture di artisti importanti non mancano: dalla Danzatrice Giavanese di Galileo Chini del 1914 (Collezione privata) al Meriggio d’Autunno di Aleandro Terzi del 1913 (Tortona, Il Divisionismo, Pinacoteca della Cassa di Risparmio di Tortona); dal Kimono di Guido Cadorin del 1914 (Collezione privata in deposito a Palazzo Fortuny, Venezia), alla Grazia Deledda di Plinio Nomellini del 1912-1914 (Collezione privata), e poi Balla, Ferrazzi, Wolf ferrari, Oppo, Cavaglieri, Carena, Drei, Andreotti, Mestrovic, Casorati, Arturo Martini. Ho lasciato per ultimo Gino Rossi caso, qui, emblematico, il cui Foglie e fiori del 1914 (Collezione privata, courtesy Galleria Copercini e Giuseppin, Arqua’ Petrarca) è ridotto ad un buco nero nell’abbaglio generale che lo circonda.

Gli rende merito il bel catalogo di Silvana, restituendogli sfumature e delicati contrasti cromatici fra le varie tonalità dei verdi, i bruni, i rosa, i gialli, i rossi di cui è ricco il dipinto ad olio su cartone.

Tutt’altra aria si respira nel poco lontano Palazzo Roncale che, dati i lavori di restauro al secondo piano di Palazzo Roverella, ospita nel bello spazio del secondo piano, le opere dell’Accademia dei Concordi, ben esposte, benissimo illuminate e disposte tanto cronologicamente che tematicamente, come nel caso di Bellini e dei suoi epigoni, già’ protagonisti della bella mostra: Bellini e i belliniani, a Palazzo Sarcinelli di Conegliano.




(25 settembre 2017)

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