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“Giustappunto!”, di Vittorio Lussana: Spagna: un “Paese-fratello” in difficoltà

di Vittorio Lussana, twitter@vittoriolussana

 

 

In molti sono al corrente del mio amore ‘particolare’ nei confronti della Spagna. Un Paese che considero molto simile, per certi versi, al nostro, in cui ha lasciato ampie tracce di sé, soprattutto nel Mezzogiorno. Anche la Spagna ha una capitale amministrativa, Madrid e una economica, Barcellona. E anch’essa ha una propria ‘questione meridionale’, con regioni ancora molto povere e arretrate come l’Extremadura. Inoltre, il popolo iberico ha un particolare problema di identità nazionale, in cui la cultura ‘castigliana’ si confronta, da sempre, con quella catalana. Senza contare la presenza, entro i confini nazionali, di un’etnìa assolutamente estranea ad ambedue queste tradizioni: quella del popolo ‘basco’. Infine, come nel caso della Lombardia, che possiede il vantaggio di risultare geograficamente di ‘passaggio’ (il nome stesso della città di Milano proviene dal latino ‘Mediolanum’: in mezzo alla pianura, ndr) la Catalogna è la vera ‘porta d’ingresso’ per tutta la penisola iberica. Anche in questo caso, si tratta di una collocazione favorevole: un vantaggio ‘geo-economico’ che i catalani hanno saputo sfruttare assai bene, trasformando la loro costa mediterranea in una nuova ‘Cote d’Azur’, o quantomeno nella sua ‘prosecuzione naturale’. Insomma, tutte queste differenze e distinzioni dovrebbero presupporre una posizione di cautela e di dialogo nei confronti dell’indipendentismo catalano. Invece, siamo decisamente schierati dalla parte di quest’ultimo, poiché esso non è solamente alla ricerca di un’autonomia che giuridicamente già possiede, ma non ne può proprio più delle vecchie logiche ‘immobiliste’ di Madrid. Una capitale che, sin dai tempi del ‘franchismo’, ha governato la Spagna ‘interna’ con ottusità burocratica e mentalità ‘impiegatizia’. Una buona parte del Partito popular ha inglobato in sé i ‘resti’ di quei ceti sociali, amministrativi e militari, che a lungo hanno goduto della protezione del governo centrale. L’altra forza politica, il Psoe, rappresenta da sempre il mondo del lavoro e delle classi imprenditoriali piccole e medie, desiderose di abbandonare quel ‘torpore feudale’ discendente diretto della monarchìa di Filippo II e della ‘Scuola di Salamanca’. Anche il Psoe, tuttavia, sta subendo una profonda crisi politica, innescata da una globalizzazione che ha desertificato i ceti sociali a cui ha sempre cercato di far riferimento, ritrovandosi di fronte a un unico ed enorme ‘cuscino sociale’ di ‘precarios’ e ‘mileuristas’. Insomma, i problemi spagnoli sono alquanto simili a quelli italiani: un enorme ‘calderone’ di giovani, altamente specializzati, di cui il mercato non sa che farsene, generando il dramma di una classe politica la quale, a sua volta, ha perso di vista ogni visione specifica di società. Una Spagna ‘ibrida’ e invecchiata, insomma, messa di fronte a un popolo, quello catalano, assai dinamico e culturalmente ‘aperto’, che vorrebbe ascendere allo ‘status’ di Paese indipendente in grado di trattare autonomamente con l’Unione Europea. Tutto ciò, lo ribadiamo fermamente, è la diretta conseguenza di una globalizzazione che non ha favorito affatto la nascita di una società solidale, bensì ha diviso i popoli al loro interno, imponendo una visione, al contempo, reazionaria e anarcoide ‘spacciata’ per liberalismo. La vecchia identità militarista del ‘franchismo’ galleggia come un vecchio ‘detrito’ all’interno del fronte popolare e moderato, esattamente come qui da noi. Fortunatamente, la Lega Nord e la nostra ‘arrugginita’ destra statalista non possiedono gli strumenti culturali in grado di impensierire Roma, avvitandosi in un folclorismo ‘cafonesco’ tanto velleitario, quanto ingenuo: un po’ come quando si cerca di contrapporre il rock edulcorato di Rita Pavone allo stile trasgressivo di Vasco Rossi, o agli ‘orizzonti pensierosi’ di Luigi Tenco. Nella penisola iberica, invece, le antiche indentità territoriali fanno discendere il loro orgoglio da una nobile lotta contro il dominio centralista delle monarchie cattoliche, che nella loro assurda ‘trascendenza’, per interi secoli hanno impedito il sorgere di quei ceti medi, generalmente dediti al commercio, vogliosi di abbandonare le obsolete logiche ‘feudali’ dell’altipiano di Castiglia. Insomma, i contrasti interni tra ‘pueblos’ spagnoli sono assai più profondi dei nostri, poiché derivano da contraddizioni culturali stridenti, storicamente molto radicate. Antinomìe ‘etnico-sociali’ che sarebbe il caso, finalmente, di prendere in esame con spirito costruttivo e senso dello Stato. Un approccio democratico e ‘dialogante’ teso a evitare la deflagrazione di un ‘Paese-fratello’ al quale, da sempre, auguriamo tutto il bene possibile.





(22 settembre 2017)

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