
di Mila Mercadante, twitter@Mila56170236
Dunque l’organizzazione criminale che ha tenuto in scacco per anni politici di destra e di sinistra a Roma non è un’organizzazione mafiosa. I personaggi che facevano parte delle istituzioni – ai quali sono state comminate pene severe – non erano conniventi con la mafia bensì con semplici delinquenti. Le sentenze non si discutono e non si discute la magistratura. Si può almeno discutere sul concetto di mafia? Occorre partire dal presupposto che nulla è immutabile e quindi nemmeno ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana sono immutabili. Per stabilire se un’organizzazione è mafiosa o no non è più possibile rifarsi ai vecchi schemi: il mafioso non va in giro con lupara e coppola, non parla solo il dialetto meridionale, minaccia con un certo savoir faire, molto raramente uccide, si è ripulito e ha imparato tutti i trucchi per insediarsi laddove vi è possibilità di imbastire affari multimilionari e di gestire settori finanziari di alto livello. I metodi sono completamente cambiati, Riina e Provenzano appartengono ormai all’archeologia. Le mafie oggi utilizzano il modello dell’impresa economica, del network, agiscono su più livelli e sono agilissime. Si mimetizzano alla perfezione. Il “mondo di mezzo” sfrutta tutte le zone d’ombra alla luce del sole.
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Leggi l'articolo →Sono napoletana e posso parlare di ciò che conosco: la camorra. Non è semplicemente quella della paranza dei bambini, non è solo quella di Scampia, delle zone di spaccio, della divisione dei territori e delle sparatorie tra clan. Se così fosse ci troveremmo di fronte a un fenomeno circoscritto e regionale. Il fenomeno non è regionale, è nazionale e internazionale. Il boss della camorra che comanda non esiste più, il network ha bisogno di una suddivisione dei compiti che sia manageriale, basata sulle competenze: ognuno gestisce una fetta del mercato globale, e ovviamente del mercato legale. I figli dei camorristi non stanno più solo nelle periferie degradate, abitano nei quartieri migliori, frequentano ottime scuole, case borghesi, ragazzi di buona famiglia, i luoghi di vacanza più “à la page”. La camorra non è l’anarchia confusa e disperata dei gruppi locali che parlano una lingua gutturale e rozza, che s’ammazzano tra loro per una dose venduta nella piazza sbagliata. La camorra non tiene in scacco la Campania mentre il resto del paese va per conto proprio: troppo comodo. La camorra è capace di avere a che fare con le imprese del mondo legale, con la politica a livello nazionale e non solo locale, ed è capace attraverso i suoi uomini di stabilire contatti internazionali, perché i suoi uomini si muovono e si vestono esattamente come gli uomini d’affari “normali”. Lo stesso discorso vale naturalmente per ‘ndrangheta (ormai potentissima anche all’estero) e mafia. Credo anzi che la ‘ndrangheta in particolare sia attualmente la più potente dal punto di vista delle capacità d’infiltrazione.
Lirio Abbate ha lavorato per anni su #mafiacapitale, ha ricevuto minacce di morte, ha corso pericoli: è uno dei pochi che fa giornalismo d’inchiesta in un paese in cui l’informazione lascia molto a desiderare. Tutto ciò che Abbate ha documentato e tutto ciò che poi è emerso dagli interrogatori effettuati dalla magistratura non avrebbe nulla a che fare con la mafia? Qualche quotidiano s’è preso la briga di indicarci le differenze tra un’organizzazione criminale semplice e una di stampo mafioso. L’errore è proprio questo: attenersi al vecchio e chiudere tutti e due gli occhi sul nuovo. Chiamare questa forma di pigrizia o di cecità un errore non è sufficiente: è una responsabilità, una colpa. Se la mafia è diventata estremamente flessibile, è necessario usare strumenti di analisi altrettanto flessibili.
(21 luglio 2017)
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