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Maggi, non la solita zuppa sul terremoto ma un racconto vero

img-20161103-wa0027di Monica Maggi  twitter@libraiapertutti

 

 

 

 

 

 

Ci sono sempre ricordi speciali che ti si ficcano nella testa, che sia un amore o un viaggio.
Qualsiasi cosa accada o si faccia, la scia che rimane è un pezzo di tutto, senza un perché o un percome ti resta appiccicato addosso un ricordo che resterà lì per anni. Per me il ricordo è la parola INIMMAGINABILE. Dal 24 agosto la situazione a Norcia è inimmaginabile. Una comunità forte e unita dalla bellezza della città, dalla storia, anche dal commercio e dall’ottima gastronomia è sprofondata nel caos, totale e indescrivibile. Lasciati al loro spirito di sopravvivenza, gli abitanti di Norcia e frazioni si sono dovuti organizzare, e chi non ha avuto dalla sua una comunità coesa e forte si è trovato da solo a gestire la propria solitudine, la propria fame e la propria depressione.
Dopo la prima scossa i riflettori (giustamente) si sono accesi su Amatrice. Tanti morti, troppi. Ma Amatrice ha avuto dalla sua anche un primo cittadino che quei riflettori ha saputo usarli e a quei microfoni ha saputo parlare. Di Norcia nessuno ha detto nulla. In fondo nessun morto, e la situazione era ancora vivibile. img-20161103-wa0031

Il 26 ottobre alle 19.12 arriva la prima scossa forte. Alle 21 circa la seconda, fortissima e lunga. Gli abitanti di Norcia fuggono di casa, si rifugiano fuori dalle case (quelle agibili), scappano in macchina, nei container, in tende improvvisate e, per i fortunati, nelle roulotte. Il tendone della protezione era stato tolto pochi giorni prima, finita l’emergenza. “E meno male che c’è stata la scossa della sera del 26 ottobre, ci siamo salvati, altrimenti domenica 30 ottobre sarebbe stata una carneficina” dice Alessia.

Con la scossa del 30 ottobre gi abitanti di Norcia hanno perso tutto. Hanno perso i negozi (30 nella sola Norcia), i ristoranti e i bar (altri 32), le due farmacie, la basilica, le mura, la loro storia. Non hanno più nulla. La voglia di farcela, forse spinti da una cosa che si chiama istinto di sopravvivenza, non li abbandona mai. “Ma tanto prima o poi lo rimetto su il mio forno” dice Marta salutando con un sorriso che destabilizza. Sì perché a Norcia il pane non arriva, lo vanno a comprare a 40 kg a botta a Castiglione sul Trasimeno. O glielo regala l’albergo dove sono gli sfollati.
Marta non sa che difficilmente riavrà il suo forno.

È tutto così a Norcia, che deve ricominciare con due mesi di distacco rispetto a tutto.

Una piazza centrale fuori dalla città dove le persone vagano come se stessero girando su loro stesse,un COC (Centro Operativo Comunale) che ha dovuto lasciare un edificio semi crollato il 30 mattina e che ora alloggia in un tendone, una situazione che oscilla tra la confusione, lo sbandamento e la rabbia. Per non parlare dell’abbattimento che colpisce soprattutto le donne, le donne anziane.

img-20161103-wa0029Alessia intanto, un ristorante suo da 20 anni dove lavorava l’intera famiglia crollato come cartapesta, si impegna in tutto quello che può e sorride, e intanto le donne che vengono a prendere calze, acqua, spazzolini da denti ti abbracciano e piangono. “Non lasciateci soli, vi prego, non ci lasciate soli”.

 

 

 

 

(4 novembre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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