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Il Punto di Aurelio Mancuso: La comunità lgbt italiana e il tema GPA

Aurelio Mancuso 08di Aurelio Mancuso    twitter@aureliomancuso

 

 

 

 

 

 

 

 

La questione posta in questi giorni da una cinquantina di donne lesbiche da anni impegnate nell’associazionismo, nella ricerca, nel confronto culturale e scientifico, sulla GPA ha riproposto una reazione violentissima da parte di molte persone lgbt. Ciò che mi ha colpito, non sono le espressioni di contrarietà e vera e propria avversione rispetto al contenuto del documento (quasi nulle), ma il linciaggio sui social che è oscillato tra le offese collettive e personali al dileggio. Un movimento e una comunità lgbt incapaci di affrontare i conflitti entrando nel merito delle altrui idee, stravolgono il senso stesso della nostra storia. Il tema è certamente complesso e il fatto che vi siano centinaia di famiglie con figli nati grazie alla GPA, contribuisce a scaldare gli animi, anche perché nel documento si parla esplicitamente di mercificazione. Da sostenitore del gesto politico proposto dalle sottoscrittrici, sono assolutamente indisponibile a rispondere agli insulti lanciati dai soliti e solite rivoluzionar* da tastiera, perché si commentano da soli e non fanno fare un passo in avanti rispetto a un confronto, che da posizioni distantissime e confliggenti potrebbe comunque avvenire, così come ci insegnano altre vicende. E’ però necessario ristabilire un minimo di alfabeto del pensiero, che scacci anche dentro di noi la tentazione populista, la caciara social, dove chi urla di più e insulta con veemenza si illude di aver vinto.

 

1 –Chi rappresenta chi e cosa. Una delle accuse più gettonate è stata: “Queste 50 lesbiche non rappresentano nessuno, sono anticaglie di un vecchio lesbo femminismo, sono poche a fronte di migliaia di lesbiche che invece sostengono la GPA, ecc.”. Posto il fatto che nel documento nessuna ha rivendicato un diritto di rappresentanza, se non quello di se stessa in quando soggettività portatrice di esperienze e vissuti propri, sorge spontanea una domanda: dando per buono che le sottoscrittrici siano una minoranza (Nel movimento? Nella società? Tra le donne?), non hanno diritto di prendere la parola per esprimere un loro pensiero? E’ stupefacente che persone appartenenti a una minoranza storicamente repressa e discriminata, utilizzino questo argomento per zittire una tesi a loro sgradita.

 

2 – Cosa divide e cosa unisce. Si è da più parti sostenuto che questo documento è divisivo, è inopportuno e mette in pericolo i diritti da ottenere per i bambini nati con la GPA. Per essere precisi il tema è divisivo da sempre e, se chi inveisce sui social avesse la bontà di informarsi, apprenderebbe che il conflitto è deflagrato dentro molti movimenti lgbt europei e oltre; le tesi sostenute nel documento sono condivise da pezzi importanti dell’arcipelago internazionale lesbico, del movimento delle donne, da molte parlamentari nazionali ed europee, da moltissimi governi di diversa ispirazione politica. Non vi è dubbio che dentro il movimento lgbt italiano (a meno che non siano stati votati documenti nell’ultimo periodo) non vi sia mai stata una presa di posizione comune sulla questione, mentre esiste una piattaforma collettiva che da anni è condivisa rispetto ai temi che uniscono e che sono ritenuti prioritari.

 

3 – E’ colpa vostra se non è passata la stepchild adoption. Il dito fu puntato contro le donne di Se non ora quando, nel gennaio scorso, perché colpevoli di aver rilanciato in Italia il documento mondiale contro la GPA in vista del convegno internazionale tenutosi a Parigi. Continuo a pensare che se le famiglie arcobaleno avessero calibrato meglio la loro enorme esposizione mediatica di quel periodo, forse, invece che subire una campagna sull’“utero in affitto” avremmo potuto indirizzare il confronto sui diritti negati dei bambini. Ognuno mantiene la propria opinione, ma fatemi dire che non si può essere schizofrenici: o le posizioni contro la GPA sono minoritarie e non contano nulla, oppure sono talmente potenti che danno l’opportunità alla cattiva politica di sacrificare i bambini sull’altare dell’ultima mediazione possibile (quel che non poté il Vaticano lo ottenne Alfano…). Anche su questa ricostruzione varrebbe la pena confrontarsi, più che lanciare reciproche scomuniche.

 

4 – Siete uguali ad Adinolfi, il Vaticano e i peggiori reazionari. L’argomento è affascinante perché utilizzato come messa all’Indice della riflessione in corso. Si potrebbe rispondere a questa baggianata, portando esempi lontani e attuali di schieramenti trasversali che si sono ritrovati a condividere battaglie comuni. Ma sarebbe semplicistico e non ricusa una tesi che è falsa. La destra clericale e politica combatte la GPA non in quanto tale (infatti è sibillina e omissiva sulla questione che la stragrande maggioranza delle coppie che vi accedono sono eterosessuali), ma per opporsi alla genitorialità omosessuale tout court. Tra le femministe francesi (di cui varrebbe la pena leggere il documento) e Adinolfi non c’è alcuna similitudine, perché il diritto preminente dei bambini ad avere figure genitoriali dedicate è non solo acquisito, ma difeso tramite l’adesione piena alla legislazione d’Oltralpe sul matrimonio egualitario e sull’adozione per tutte e tutti. Così come le donne francesi si può dire del governo svedese (nazione che certo non può esser paragonata a Militia Christi) e così via.

 

Infine, sul merito delle questioni poste dal documento sarebbe utile un confronto vero, non vissuto sui social, ma tra le persone, che pur sostenendo tesi diverse, ricerchino una possibilità di dialogo. Credo che non ci sia molta disponibilità in giro. Mai disperare.

 

 

 

 

 

 

(29 settembre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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