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E’ evidente che non cerchiamo la verità, ma solo le emozioni che un evento ci provoca

Emozionidi Il Capo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’era un tempo in cui si andava a cercare l’articolo di approfondimento per “capire” cosa stava dietro un evento, un accadimento, un attentato, una lotta politica e potersi, prima eventualmente di schierarsi, approfondire le idee. Ai tempi di internet invece, tanto i post sui social quanto gli articoli che i quotidiani grandi e piccoli sono costretti a postare sui social, per avere la visibilità e vincere la loro quotidiana lotta per avere lettori, sono costretti a fare i conti con il rifiuto dell’approfondimento a favore dell’emozione. Cosa funziona meglio di ogni cosa? La paura. Lo sa Donald Trump, lo sa Matteo Salvini, lo sapevano Bossi e Berlusconi. La paura è un mezzo formidabile per trasmettere l’emozione che si vuole trasmettere in quel momento. Non può durare troppo, quindi è su un’emozione di brevissima durata che si basa l’effetto da ottenere (fama, profitto, voto, sondaggio, clic). L’approfondimento invece, per sua natura, non può essere basato sull’emozione: per approfondire occorre innanzitutto tempo per leggere e poi per riflettere e l’emozione è nemica del ragionamento, impedisce di trovare la tranquillità necessaria alla comprensione. Risultato? Non cerchiamo più la verità delle cose, ma ci stiamo dirigendo verso l’emotività: votiamo in preda all’emozione che ci provocano le dichiarazioni del candidato di turno, rispondiamo in preda all’emozione, agiamo di conseguenza e sull’emozione di un momento basiamo l’intera nostra esistenza. Insomma non cerchiamo la verità, cerchiamo l’emozione. E quando l’emozione non c’è la creiamo. Basta scorrere ciò che succede sui social. Provateci, con calma (se la trovate) e vedrete che è così. La sensazione che noi abbiamo sui social (e che è loro interesse trasmetterci) è che stiamo vivendo tutti nella vecchia fattoria ia ia o! e che siamo tutti tanto felici e dio che bello, siam tutti connessi. Insomma, una grande famiglia. Ma di grande famiglia non ce n’è nemmeno una perché in realtà non siamo in grado di comprenderci. Aumenta la violenza, aumenta il razzismo, i diritti individuali sono in pericolo e le persone sono targettizzate da altre persone che usano i social come i terroristi usano il kalashnikov. E’ questa la grande famiglia nella quale pensiamo di vivere?

Posto che questo pretende di essere un articolo che, un minimo, approfondisce una questione, non ci aspettiamo certo che venga apprezzato se non dai nostri lettori che sono soliti soffermarsi su questi tipo di articoli. Il finto golpe in Turchia è una prova di tutto ciò che diciamo: nelle notizie che Facebook ha pubblicato negli ultimi due giorni come “notizie di tendenza” della Turchia non si parla, di Nizza non si parla, c’è solo un pezzo di Zuckerberg sul tiro al poliziotto in onda negli Stati Uniti. Tutto le altre sono notizie che non esistono. Se non su quel social e in quel momento.

 

Insomma, di fatto, per dirla con Dave Winer, esperto di internet considerato l’inventore del blog, Il nostro mondo sta finendo giù per il cesso perché tutto quello che ci arriva sono emozioni”. E non crediamo che anche voi vogliate vederlo finire così.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(18 luglio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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