12.9 C
Roma
lunedì, Ottobre 25, 2021

Le #Storie di Gianfranco Maccaferri: “Gli Occhi Neri di César”

Gianfranco Maccaferri 04di Gianfranco Maccaferri  twitter@gfm1803

 

Mi sveglio e faccio fatica ad aprire gli occhi, ma perché dovrei aprirli e iniziare la giornata? Sono ancora così stanco che voglio continuare a dormire. Mi giro su un fianco, ma avverto un dolore acuto al braccio. Sento due mani che mi prendono delicatamente per le spalle e mi rimettono sdraiato di schiena. Ma che sogno sto facendo? Perché m’impediscono di girarmi? A me piace dormire a pancia in giù!
– Stai calmo, non appoggiarti sul braccio. –
Oddio, perché sento la voce di Claudio? Che ci fa lui qui accanto a me? Apro gli occhi e vedo la sua faccia sul mio viso. Mi fa un sorriso enorme.  -Che bello rivedere i tuoi occhi aperti! –
Io invece vedo tutto bianco intorno: il soffitto, le pareti… Sono in una stanza di ospedale.
Accanto a Claudio c’è anche il suo fidanzato Fabio.
– Finalmente ti sei svegliato. Come stai? Come ti senti? –
Non so nulla, non capisco nulla. Come mi sento? Mi sento come se avessi fatto le cinque del mattino a ballare e la sveglia è suonata alle sette. Ecco come mi sento. Mi guardo il braccio dolorante: ho una flebo. Riesco a sussurrare: – Sto di merda. Ecco come sto. Spiegatemi che cosa ci faccio qui. Perché cazzo ho una flebo al braccio. Da quanto tempo sono qui? –
Il mio amico Claudio si mette a piangere ed esce dalla stanza.
Guardo Fabio rimasto seduto, anche lui ha gli occhi rossi, lucidi.
Non capisco nulla: perché sono qui? Cos’ho? Cosa mi hanno fatto? Chi mi ha portato in ospedale?
Fabio non osa guardarmi, è evidente. Abbassa lo sguardo sulle sue mani e mi spiega: – Non rispondevi al telefono e così siamo venuti a casa tua, ti abbiamo trovato disteso per terra. C’erano due bottiglie di whisky vuote lì vicino. Abbiamo chiamato l’ambulanza. Eri in coma etilico. Sono tre giorni che sei qui. Questo è il quarto giorno che dormi. –
Quattro giorni che dormo? Whisky? Due bottiglie vuote? Ma se io con tre bicchieri sono già ubriaco? E César perché non è qui? Immediatamente sento un brivido gelido che mi attraversa il corpo. Inizio ad avere un freddo intenso. Mi accorgo che sto tremando. Ho la sensazione che il corpo stia reagendo a qualcosa che non so. Guardo Fabio e scopro che ha davvero gli occhi rossi, con le lacrime: – Mi puoi coprire? Ho freddissimo. César dov’è? Perché non è qui e invece ci siete tu e Claudio? –
Fabio scoppia a piangere e con una voce che non gli ho mai sentito inizia a dire cose senza senso: – Claudio ti prego vieni qui, io non ce la faccio. Claudio ti prego entra e vieni anche tu qui. Non so cosa dire… Claudio vieni tu. –
Claudio rientra lentamente nella stanza e viene a sedersi anche lui accanto a me, dal lato opposto del lettino d’ospedale. Mi prende la mano e mi dice: – César non c’è. César se ne è andato. –
E prende a fissarmi cercando di capire se io ricordo qualcosa, se le sue parole sono state di aiuto alla mia memoria.
Chiudo gli occhi e inizio a cercare da qualche parte nel mio cervello delle immagini, delle parole, delle sensazioni che mi aiutino capire.
Inizio a ricordare e a rivedermi: sono in casa mia e vado in camera, mi siedo sul letto, vedo sul comodino il libro che da anni César si tiene appresso; sulla sedia accanto al tavolino di legno vedo che ha lasciato i vestiti buttati a caso, mi alzo e li raccolgo; vado in bagno e li infilo nella cesta dei panni sporchi; mi appoggio con le mani al lavandino e comincio a piangere.
Tutto sfuma, non ho altri ricordi, ma perché piangevo?
Guardo i miei due amici accanto al letto di questa assurda camera d’ospedale e gli racconto.
– Ricordo che ero a casa da solo, forse aspettavo César, ma lui non c’era. Ho delle immagini dove io sto male. –
Claudio mi fissa interrogativo: – Non ricordi altro? Ciò che hai rammentato probabilmente precede il tuo bere tutto quel whisky. Quello che è successo prima di entrare in casa… non ricordi nulla? –
Chiudo gli occhi, mi sembra di essere così stanco che voglio solo dormire. Ho la sensazione che qualcosa mi sfugga, ma sono troppo debole anche per pensare.
Nel mio stare beato con gli occhi chiusi sento le voci di Fabio e Claudio che parlano tra loro.
– Non ricorda davvero nulla. –
– Io non sono capace di dirglielo. –
– Magari quando si risveglia  del tutto ricorderà da solo. –
– Lo spero davvero. Aspettiamo ancora un poco e vediamo. –
– Comunque io non ho il coraggio di raccontargli di César. –

Quando mi risveglio ritrovo Fabio e Claudio, stanno sfogliando un giornale seduti accanto al tavolino della camera di ospedale. Dopo qualche minuto si accorgono del mio essere sveglio.
– Ti sei svegliato. Meno male. Mentre dormivi è passato il dottore e ha fatto tutti i controlli, ti hanno anche prelevato il sangue, ma tu hai continuato a dormire. Comunque ha detto che adesso stai bene. È tutto a posto. Domani mattina avranno la situazione chiara e ti diranno la prognosi e anche quando potrai uscire. Comunque l’importante è che adesso va tutto bene. –
– César dov’è? Perché non è qui. Gli voglio parlare. –
Fabio si allontana, va verso il tavolino, prende un foglio e ritorna accanto a me. Mi guarda e poi osserva attentamente il foglio. Faccio un’espressione esplicita del fatto che non capisco e allora lui si decide: – Mentre dormivi sono tornato a casa tua per vedere se era tutto a posto. Mi sono accorto che c’era il computer ancora acceso e prima di spegnerlo ho guardato che programma era aperto. Sicuramente prima di ubriacarti ti eri messo a scrivere perché ho trovato un tuo racconto aperto… l’ho letto e ho deciso di stamparlo. –
– Perché César non ha spento lui il computer se io sono qui in ospedale? –
– Ecco, il racconto l’ho stampato perché avevi scritto proprio quello che hai vissuto prima di berti le due bottiglie di whisky. –
Arrabbiato cerco di prendere il foglio dalle mani di Fabio, in realtà è lui che me lo pone, ma quando cerco di leggere mi accorgo che gli occhi mi si chiudono, rifiutano di concentrarsi su quelle parole.
– Tieni tu, io non riesco a leggere. Non ce la faccio. –
– Vuoi che te lo legga io? –
– Si, per favore. Sono curioso di capire che cazzo succede visto che tu e il tuo fidanzato non mi raccontate nulla. –
Fabio si siede accanto a me. Claudio si mette in piedi dietro di lui e con le mani stringe le sue spalle come a trasmettergli forza. O coraggio.
Fabio guarda a lungo il foglio mentre m’implora: – Io te lo leggo, ma tu non interrompermi, ti prego. –
Con quel poco di voce che riesco a far uscire dalla bocca cerco di metterlo a suo agio: – So che ti piace come scrivo, ma non pensavo di aver fatto un capolavoro che esigesse di non essere interrotto. – Cerco di scherzare perché ho capito che quello che dovrò ascoltare mi farà male,  probabilmente molto. Così chiudo gli occhi e aspetto la voce di Fabio.

 

“Con semplicità, questa notte César ha smesso di respirare. Sdraiato in lettino d’ospedale, senza dire nulla, ha continuato a guardarmi con i suoi piccoli occhi neri. Non erano necessarie le parole, ci eravamo già detto tutto in questi anni passati insieme, qualsiasi parola sarebbe stata inutile.
Gli ho tenuto la mano per ore, comunicavamo attraverso le nostre dita intrecciate.
Il suo addio è stato normale, ha semplicemente smesso di aprire e chiudere le palpebre; le dita della sua mano si sono rilassate, io le ho strette più forte che potevo.
Finalmente ho potuto piangere.
Non è vero che le parole erano inutili: avrei voluto dirgli e ripetergli ogni minuto – Io ti amo -, sussurrargli all’orecchio – Io ti amo -. Raccontare alla mano che stringevo – Io lo amo questo ragazzo -, continuare a pronunciare quelle parole all’infinito, ad ogni parte del suo corpo, ai suoi piccoli occhi neri perché leggessero il mio labiale. Avrei voluto urlarlo in quella asettica camera disumana – Io ti amo, ti prego non lasciarmi. Io ti amo. –
Non so quanto tempo sono stato attaccato a quella mano come un cordone ombelicale che mi legava a César.
Quando l’infermiera e il medico sono entrati nella camera ho semplicemente urlato: – Fuori! -, nessuno poteva dividerci, interferire, sporcare, scomporre il nostro amore.
Poi ricordo l’arrivo di due amici che mi hanno trascinato via da quella stanza, così ho abbandonato il corpo di César. Mi hanno portato a casa, quella mia e di César. Anche loro hanno ricevuto un: – Fuori! Lasciatemi solo, vi prego, uscite da questa casa. –
So di essere stordito, stanco come non sono mai stato, so di non capire e di non riuscire a pensare a nulla. Ne sono consapevole e così mi siedo sul divano.
Ripenso alla chiamata dalla polizia: “…nel portafoglio dell’incidentato abbiamo trovato solo il suo numero di telefono come riferimento, il ragazzo è stato portato al pronto soccorso, se vuole può raggiungerlo li.”
Ricordo il mio non capire, le non risposte dall’altro capo del telefono, la confusione e poi il precipitarmi a piedi sino all’ospedale. Correvo, sudavo, quasi non respiravo. Qualcuno mi ha salutato, un altro mi ha chiesto cosa era successo. Non potevo fermarmi, dovevo correre da César. Il respiro non bastava, il cuore mi stava uscendo dalla bocca, le gambe autonomamente correvano. La mia testa era vuota.
Arrivato al pronto soccorso un’infermiera mi a accompagnato in una stanza, le ho raccontato la bugia di essere il fratello di César. Un medico, guardandomi freddo negli occhi, mi ha annunciato che dagli esami effettuati non c’era nulla da fare, all’interno era tutto spappolato, non avrebbero saputo neppure da dove iniziare e anche i polmoni era distrutti così come le costole. Mettendomi la mano sulla spalla ha aggiunto che il tasso alcolico del sangue era troppo, davvero troppo alto per salire su una moto.
Gli risposi con le sole parole possibili: – Fate qualcosa, vi prego… –
– No, sarebbe inutile, se vuole può stargli accanto in questi ultimi minuti. –
César muoveva solo gli occhi, niente altro. Gli ho preso la mano e l’ho intrecciata alla mia.
Poi i minuti o le ore trascorse silenziose a guardarci, non ha cambiato mai espressione.
Quel rantolo mi entrato nel cervello, quel respiro rumoroso mi ha scavato un solco lunghissimo nel mio dolore impotente.
E adesso cosa faccio? Cosa devo fare? Cosa posso ancora fare per César?
In questa nostra casa respiro l’odore di César e ogni cosa, anche i colori delle pareti, trasudano la sua presenza.
Vado in camera e mi siedo sul letto, vedo sul comodino il libro che da anni tiene accanto e del quale spesso, prima di dormire, ne legge a caso alcune pagine: “La morte della bellezza”. Sulla poltroncina e per terra vedo che ha lasciato i vestiti di quando si è cambiato ieri pomeriggio, mi alzo e raccolgo i pantaloni, la camicia, le calze e i boxer. Vado in bagno e li butto nella cesta dei panni sporchi. Mi appoggio con le mani al lavandino e rincomincio a piangere. Lo specchio è impietoso nel restituirmi. Vedo il mio volto sconvolto, non sono io, non posso essere io. Sul mobiletto ci sono i suoi profumi, prendo il suo preferito e me lo spruzzo sul collo. L’effetto è devastante.Mi trascino nuovamente in salotto e guardo le nostre foto appese alla parete, il vaso con la sua pianta che ha curato come fosse un cagnolino; quanti discorsi gli ha dedicato, lui ha sempre parlato alle piante.
Devo fare qualcosa per lui, ho tante cose da fare per César. Torno in camera e apro il suo armadio per scegliere dei vestiti adatti. Sicuramente a lui piacerebbe indossare i pantaloni attillati e la maglietta nera dal collo largo che esalta il suo fisico. Domani mattina voglio essere io a vestirlo per l’ultima volta. Nessuno lo deve toccare.”

Non sento più nulla, non voglio più sentire quella voce, o forse lo scritto è terminato.
Lontanissima, colgo nuovamente la voce di Fabio che urla: – Oddio quanto sangue… Apri la bocca, aprila! Ti stai mordendo le labbra, apri la bocca ti prego. –
Anche la voce agitata di Claudio mi entra nelle orecchie: – Cazzo è terribile, presto un medico… si è tutto irrigidito, non respira… cazzo non respira. Arriva sto cazzo di medico? –
Sempre più lontano sento qualcuno che ancora parla: – Allontanatevi per favore, lasciateci lavorare, infermiera prenda subito il… –
Anche questa voce sfuma nel silenzio. Ho la sensazione di pace assoluta.
Vedo César di fronte a me che sorride con i suoi piccoli occhi neri. La sua gioia nel rivedermi m’illumina la mente, i pensieri… Ecco dov’eri. Finalmente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(19 luglio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©gaiaitalia.com 2015 ©gianfranco maccaferri 2015 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

POTREBBERO INTERESSARTI

SEGUITECI

4,687FansMi piace
2,380FollowerSegui
120IscrittiIscriviti

Iscriviti alla nostra Newsletter settimanale

Rimani aggiornato sulle principali notizie e sulle nostre iniziative editoriali e culturali

Iscrivendoti, accetti di ricevere promozioni
(n.b. Non riceverete più di quattro newsletter mensili)
Pubblicità

ULTIME NOTIZIE

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: