di Daniele Santi
Che dire? Quando la devi fare la devi fare. E non c’è verso di tenerla oltre un certo limite. Così che chi può la fa dove capita: possibilmente all’aperto, anche se in luogo appartato, e ci si netta come si puote.
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Il primo ministro indiano è furioso: ma come?, dice, abbiamo fatto installare 503.142 latrine domestiche – una più una meno – dall’ottobre 2014, abbiamo una task force che controllerà se la fanno in casa o no quegli sporcaccioni dei nostri concittadini e armati di tablet dpubblicheremo i dati della defecazione collettiva online – che su Internet c’è sempre bisogno di contenuti – e questi disgraziati dei nostri concittadini continuano a farla en plein air?
Qui? In questo paese che vuole diventare mondialissima potenza? Proprio non si può. Così oltre a costruire i bagni i geniacci che governano 1 miliardo e centomila corpi defecanti hanno finalmente pensato che bisognerà insegnare alla gente ad usarli: perché più del 50% della popolazione indiana con bagno in casa quel bagno lo usa come ripostiglio pensando che sia più igienico fare la cacca fuori, all’aperto, che in casa (che signori il concetto di sciaquone e fogne e di detergenti? All’illuminato governo l’ardua sentenza), nella propria stanza da bagno che garantisce certo privacy, ma vuoi mettere il filo d’erba che ti solletica le natiche?
L’intelligente iniziativa governativa Missione India Pulita mira a eliminare del tutto la pratica della defecazione all’aperto entro il 2019, ma non si preoccupa di educare i cittadini a farla dove va fatta e non dove capita, e preferisce la coercizione e l’obbligo, perché educare la gente significa, in fondo amarla e rispettarla, e di rispetto ed amore per il prossimo in India – e la cacca per la strada ne è un esempio – ce n’è proprio pochino…
“Le istituzioni non sono nostre”, lezione di stile di Silvia Salis alle destre di governo e di divisione
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Al contrario dei cumuli di deiezioni che provocano numerose malattie, anche serie.
(4 gennaio 2015)
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