Home / Copertina / Italia / Educare alle differenze, molte le donne e pochi gli uomini (anche gay, e non è detto che sia un male)

Educare alle differenze, molte le donne e pochi gli uomini (anche gay, e non è detto che sia un male)

Educare alle Differenze 00di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

Quello che state per leggere è il resoconto parziale di Educare alle differenze una due giorni di incontri tra operatori e operatrici, insegnanti, formatori e formatrici esterne, che promuovono, nella scuola e fuori dalle scuole, l’educazione alle differenze.

Resoconto parziale perché il lavoro di confronto si è svolto in sette tavoli di lavoro (Esperienze 0-6, Esperienze 7-11, Esperienze 12-14, Esperienze 15-18, Educazione permanente, Differenze culturali e di genere e Società e diritti) e chi scrive ha partecipato a quello della fascia di età 12 – 14.
Del lavoro degli altri tavoli ci siamo evinti ed evinte vicendevolmente nella plenaria di domenica mattina.

Di seguito alcune considerazioni trasversali che cercano di restituire, a chi non c’era, il clima, lo spessore e la qualità della due giorni e di chi c’era, e di chi non c’era.

La scuola italiana è viva. Evviva la scuola italiana.

Nonostante la due giorni sia stata organizzata da due associazione di promozione sociale (Scosse, romana, e Progetto Alice, di Bologna) e da una associazione lgbt (Stonewall di Siracusa) la prima cosa che è saltata agli occhi è la presenza più che della pletora di associazioni che entra a vario titolo nelle scuole, la presenza massiccia di professoresse ed educatrici, a preponderanza femminile pressoché assoluta, oltre l’85%.
Chi si occupa di educazione alle diversità dovrebbe notare la criticità di questa maggioranza muliebre, che registra uno stereotipo di genere culturale difficile da smantellare invece ci si limita a rallegrarsi per la presenza femminile…
Di più che in un consesso plurimo dove l’omosessualità femminile è trasversale alle pratiche politiche della liberazione dei corpi e delle persone i maschietti etero e gai restano defilati senza davvero sporcarsi le mani in una pratica didattica e politica che invece ci farebbe davvero bene…

Queste professoresse e maestre fanno lezione sull’identità gli stereotipi e i ruoli di genere, sull’orientamento sessuale, ben consapevoli che nelle loro classi di persone non etero ce ne sono già.
Persone lucide e consapevoli che lamentano l’isolamento culturale e politico in cui operano, che si chiedono se il lavoro che svolgono sia metodologicamente giusto e nessuna delle associazioni presenti ai tavoli in veste di moderatrici suggerisce loro qualche strumento didattico (eppure ci sarebbero i libretti Beck ma, a quanto pare, non li ha letti nessuno, noi in plenaria li indichiamo assieme allo Stylebook di Gaynet e al libro di Alma Sabatini).

Da un lato la scuola che fa e anche bene, dall’altro le associazioni che non si rendono conto che, se entrano nella scuola, devono fornire dei servizi prima ancora che al corpo studentesco col quale interagiscono alla scuola stessa, radicando una presenza che vada al di là dell’effettiva presenza in classe.

Al tavolo cui abbiamo partecipato non c’è stato modo di affrontare il discorso che non è emerso nemmeno in plenaria, ci si è attestate a una semplice richiesta di fare rete che però è un’altra cosa.

Le associazioni presenti al tavolo preferiscono parlare di quel che fanno e si guardano bene dal chiedersi se loro il lavoro lo fanno bene come si chiedono le docenti.Educare alle Differenze 01

Associazioni diversissime che propongono di tutto di più, si va dalla psicologa che manda avanti giovani stendenti (uso il termine in maniera ambigenere, come suggerisce Alma Sabatini, gli studenti, le studenti) dell’università per fare lezione al corpo studentesco della scuola che ha frequentato pochi anni prima (e dove sono le competenze didattiche?) fiore all’occhiello della peer education (questo stramaledetto inglese che non parliamo e del quale ci riempiamo comunque la bocca) a educatrici che fanno sensibilizzazione sui temi riguardanti identità di genere e orientamento sessuale (al corpo studentesco delle scuole medie) nell’ambito dell’educazione sessuale perché, come al solito, si crede che l’orientamento sessuale riguardi il sesso che fai con le persone, mica i sentimenti e le affettività
Chissà cosa insegneranno loro: il preservativo lo usano tutti e tutte, i froci dovrebbero usarlo di più.

Si entra nelle scuole con il grimaldello dell’emergenza violenza sulle donne (come se usare una giovanissima donna come schermo dietro il quale c’è la psicologa sedicente che monitora cioè usa la studente come una pupazza da ventriloqua non fosse una forma di violenza) mentre il movimento politico che si chiama omocrazia (il governo degli uguali, e a parlare è un uomo…) vuole che nelle scuole si introducano romanzi gay…
Nessuna delle associazioni si preoccupa minimamente del disagio delle persone non etero che nelle scuole ci sono già ci si limita a portare a scuola istanze e punti di vista che si crede la scuola ignori quando, a vedere le docenti presenti al convegno, per fortuna non è sempre così.

Per fortuna, e per l’Italia sanza nocchiere (…) non donna di province, ma bordello!  è già tanto, non si è stilata nessuna tavola di Mosè su come fare le cose e come non farle (anche se qualcuna ha provato a chiedere di produrre, come tavolo, un manifesto).

Non ci siamo contate, non ci siamo nemmeno confrontate sulle singole pratiche, un lavoro ancora da fare, però ci siamo sedute allo stesso tavolo e senza litigare, senza imporre alle altre il nostro metodo che è l’unico valido, ci siamo parlate e, cosa rara in questo paese, ci siamo ascoltate.

Vi dà fastidio questo plurale femminile usato come neutro? E allora perché il plurale maschile non ve ne dà?

Il sessismo, questo sconosciuto

Nonostante la mission di azione sociale sul rispetto e l’inclusione di entrambi i generi di due delle tre associazioni promotrici, nonostante molte docenti si siano professate femministe, sessantottine e compagne, il lessico degli interventi è stato tutto un profluvio di maschili plurali usati come neutri.
Una pratica sessista la cui soluzione non è quella neutralità di genere cui auspica per esempio la Comunità Europea ma, come ha ricordato in plenaria una docente della Casa delle Donne di Siracusa, una lingua sessuata che rappresenti, indichi, contempli entrambi i sessi.

Alma Sabatini non è più letta come una volta se una volontaria di Amnesty International, quando la invito a leggere il suo Il sessismo nella lingua italiana, mi risponde che la Sabatini non è certo un’autorità in campo.

Per quella volontaria e per Amnesty International sì, visto che in un loro quaderno che vendono a 5 euro e che potete leggere online, liquidano la questione sessista come una semplificazione stilistica.

Persino le organizzatrici di questa due giornate sono colonizzate da una pratica della lingua sessista al punto da parlare di sé e delle loro colleghe al maschile: ci siamo accorti, anche se a parlare è una ragazza.

D’altronde certi schemi di potere rimangono invariati anche in plenaria come quando il responsabile di maschile plurale si prende, maschisticamente, il doppio del tempo che ci siamo prese tutte, e tutti, e nessuna al tavolo osa zittirlo quando il suo tempo è scaduto.
Ci vengono in mente le parole di Edda Billi che spiega il separatismo dicendo ci siamo accorte che finché c’era un maschio parlava solo lui… Appunto.

Il richiamo al linguaggio sessuato non suscita in platea alcuna solidarietà. D’altronde se Famiglie Arcobaleno intitola il suo opuscolo i figli delle persone lgbt, se l’associazione K.a.n.t. intitola il suo opuscolo Liberi da Catene è segno evidente che il lavoro da fare è ancora parecchio.
Che il sessismo sia così diffuso nelle pratiche del linguaggio di chi esalta le differenze c’è da che far tremare i polsi.

Andrà meglio alla prossima generazione.

Sabato sera, il gruppo PartecipArte ha portato in scena L’orsacchiotta, una performance di teatro partecipativo durante la quale il pubblico era chiamato a intervenire e modificare le problematicità della reazione sessista dei genitori, di un professore e dei compagni e le compagne di classe di un bambino che porta a scuola il suo orsacchiotto con un mantello rosa…
Gli interventi dei figli e delle figlie delle famiglie omogenitoriali presenti (dai 6 ai 10 anni) sono state esemplari e fanno ben sperare nel futuro (sempre che tale prole non si guasti cammin facendo…).
Fa ben sperare anche PartecipArte che ha dato prova squisita di un teatro altro, i cui attori e le cui attrici sanno rispondere all’impronta ai feed-back del pubblico che gli attori e le attrici in scena ascoltano interagendo in maniera rispettosa, intelligente e, soprattutto, competente.
Tutto sommato anche se tra mille difficoltà e con una arretratezza culturale (sul fare e il saper fare) che indica un gap politico generazionale squisitamente italiota questo meeting è stato una bella iniezione di ottimismo e ha intrapreso, dopo tanto tempo, una pratica di collettivizzazione dei saperi che solo due generazioni fa era pratica comune e diffusa.
Forse dopo questo incontro cominceremo a esserlo ancora!
E’ l’augurio che ci sentiamo di fare.
A tutte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(23 settembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
©gaiaitalia.com 2014
diritti riservati
riproduzione vietata

 

 

 

Share and Enjoy !

0Shares
0 0 0

Comments

comments

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne clicca su "leggi di più". Questo sito utilizza cookies di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. leggi di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi