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“Storie” di Gianfranco Maccaferri: “Il Sale è Rosa”

Gianfranco Maccaferri 02di Gianfranco Maccaferri   twitter@gfm1803

Ieri sera sono uscito, il solito giro, ma non cercavo nessuno; una passeggiata sino al bar per un caffè doppio …lungo e in tazza grande.

Volevo stare da solo, sveglio tutta la notte a guardare dei film.

Al bar qualche occhiata investigativa sulle presenze, oramai è un vizio, un modus operandi che involontariamente fa parte dell’osservare il bestiario umano che mi circonda.

In realtà non volevo nessuno intorno, ero soddisfatto dell’essere sereno con me stesso, una sensazione che poche volte ho.

Nella mia felice noia serale senza innamoramenti, camminando lento per rientrare a casa, ho visto che avrei incrociato poco più avanti un ragazzo che, appoggiato ad un muro poco illuminato, fumava in modo svogliato.

Ho pensato e deciso di non soffermarmi, di non rallentare ulteriormente, di non guardarlo.

Ma un: “Ciao” ha destabilizzato la mia decisione.

Pochi passi hanno continuato l’automatismo che mi ero imposto.

In un secondo ho ricordato che ero senza occhiali e la miopia spesso mi rende maleducato: non riconoscendo le persone che incontro, spesso non saluto neppure gli amici.

Quindi mi sono voltato incuriosito e mi sono avvicinato al ragazzo.

Mai visto …o forse sì, al bar, comunque mai rivolta parola o scambi d’interesse.

Ricordo bene la scena che avevo di fronte: un cucciolo pieno di freddo, di paura, con gli occhi neri penetranti, decisi, ma lo smarrimento che viveva in quel momento era evidente, come il suo imbarazzo coperto dalla spavalderia.

Il silenzio prolungato ci costrinse a dire qualcosa, non ricordo le parole, ma il suo sorriso si!

Gli istanti successivi ci hanno visto al bar a bere qualcosa di caldo e non ho memorizzato altro. Non so neppure quali siano state le frasi che hanno determinato la fiducia verso un ragazzo marocchino sconosciuto.

Ma di due cose sono certo:

  • è la prima volta che entra in casa mia un ragazzo di 26 anni e col quale, seduti a tavola, si continua a bere e a parlare intensamente sino alle tre di notte e poi, tranquillamente, uno dopo l’altro ci si fa la doccia, ci si infila nel letto sotto un piumino che subito appare inadeguato ma poi scalda esageratamente …ancora qualche parola e poi la “buonanotte”;
  • è la prima volta che al mattino mi sveglio con un giovane uomo nel letto che mi guarda da chissà quanto e sorridendo mi dice “buongiorno” e io, semplicemente, mi alzo a preparargli la colazione.

Il ragazzo, in Italia da cinque anni, è senza lavoro da qualche mese ed avendo oramai più che pochi soldi, ha perso la casa, ha venduto l’automobile e dorme da un amico. Un periodo davvero difficile nel quale sta perdendo la sua dignità e oramai anche la voglia di cercare un lavoro!

Ne è consapevole.

Invece questa notte ha dormito sereno e al caldo, si è lavato, fatto la barba, fatto colazione. Si è rimesso a posto e adesso è davvero un ragazzo pieno di energie per rincominciare a cercare un lavoro, la sua autostima, la sua vita.

Il fine pomeriggio ci ha visto seduti vicini sul divano, lui che racconta un suo vissuto, la sua educazione:

“Quando ero piccolo andavo al mercato, ma eravamo molto poveri e la mia mamma non poteva mai comprarmi dei dolci.

Una mattina, facendo attenzione che lei non mi vedesse, ho rubato un sacchetto di caramelle alla menta, quelle che mi piacevano di più.

Tornati a casa la mia mamma si è accorta che masticavo di continuo qualcosa e io, facendole vedere il pacchettino, le ho detto che le caramelle me le aveva regalate il commerciante.

Non mi ha creduto, ovvio! E una ad una ha buttato tutte le caramelle alla menta nel gabinetto.

Mi ha picchiato, si è arrabbiata moltissimo, l’avevo delusa e io ho pianto molto.

Poi, la mia bellissima mamma, con calma mi ha preso in braccio e mi ha raccontato una storia:

in carcere c’era un uomo che doveva essere giustiziato a morte e, prima dell’esecuzione, gli viene chiesto quale era il suo ultimo desiderio; per lui la cosa più importante era di baciare sulla bocca la madre per una ultima volta.

Gli agenti gli portarono la madre e per l’ultima volta lui la baciò.

In un momento quello che tutti pensavano dovesse essere una situazione di affetto e di saluto straziante, si trasformò in violenza: il condannato a morte, baciando la madre, le morse la lingua, gliela strappò e poi la sputò per terra.

Gli agenti, scandalizzati dalla violenza dell’uomo, gli chiesero il perché di quel gesto così cattivo nei confronti della madre.

La sua risposta fu: è colpa di mia madre se oggi sono qui, perché quando ero piccolo ho rubato un uovo e quando sono tornato a casa, mia madre me lo cucinò invece di farmelo restituire.

Non mi sgridò, non mi picchiò, non mi disse nulla.

Così oggi sono il peggior delinquente che esiste, ho rubato tutto quello che potevo rubare e sono qui ad aspettare che voi mi facciate morire.

È quello che mia madre si meritava!

Una mamma che non usa la lingua per spiegare, per sgridare e quindi per salvare suo figlio…

A cosa altro le poteva servire la lingua?”

Silenzio …il giovane marocchino mi sorride con gli occhi rossi, non capisce se ho colto tutto il significato della sua storia.

Io mi alzo dal divano, vado verso il mobile e prendo da un cassetto un mazzo di chiavi.

Le poso sul tavolino, davanti a lui.

“Sono le chiavi di questa casa, sono tue, non perderle.”

Per diverse settimane si è dato da fare a cercare nuovamente lavoro e a riprendere una vita scandita dai tempi normali e un po’ meno esclusivamente notturni, non mi ha mai chiesto neppure un Euro e a volte fa lui la spesa e cucina, così quando torno dal lavoro si cena insieme e si fanno lunghe chiacchierate.

È un ragazzo davvero sincero, ma siamo entrambi certi che adesso tutti i suoi amici pensano che lui approfitta di me, della sua giovinezza e bellezza, sicuramente insinuano che lui sia diventato gay per usarmi …lui lo sa, ma non ne ha vergogna perché non ha nulla da nascondere.

Vedo però che a volte, quando siamo in giro, è in imbarazzo!

Ho provato a parlarne e lui ha sintetizzato: “Io vengo da un paese dove dal primo giorno di scuola ai bambini viene chiesto che colore ha il sale, i bambini rispondono bianco perché in casa e nei negozi lo hanno sempre visto bianco. Invece viene detto loro che il sale è rosa. Inizialmente i bambini insistono che lo vedono bianco, ma tutti i giorni viene detto loro che il sale è rosa. Dopo dieci anni di scuola tutti i bambini sanno che il sale rosa e lo vedono davvero rosa.”

L’altra sera siamo andati a mangiare pesce, avevo capito che era molto che non lo mangiava, in seguito siamo stati al pub. Alla chiusura del locale come sempre gli ho detto di andare a divertirsi con i suoi amici, con i suoi coetanei, io non lo avrei seguito nelle sue cazzate notturne da ventiseienne… mi sarei sentito patetico!

E come tutte le sere gli ho detto che ci saremmo ritrovati poi a casa… se voleva!

Ma quella notte non è tornato!

Il mattino di due giorni dopo, passeggiando tranquillo, l’ho visto su una panchina che dormiva, accanto aveva alcune bottiglie di birra e i suoi amici marocchini che lo coccolavano, lo proteggevano.

Ho chiesto cosa era successo e la semplice risposta è stata che erano due giorni che beveva alcool ma che finalmente adesso stava bene.

Il mattino successivo era nuovamente sulla panchina a dormire con accanto delle bottiglie, ma era solo, senza i suoi amici.

L’ho raccolto, faticosamente l’ho riportato a casa, l’ho spogliato e l’ho messo sotto la doccia.

Tornato ad essere presentabile e lucido ha iniziato a parlare senza pause:

“Noi marocchini siamo degli stupidi perché pensiamo di essere più furbi di tutti gli altri, di essere superiori agli altri, sopratutto noi giovani che siamo cresciuti in Marocco la pensiamo così. Lo sai che siamo molto più razzisti di voi italiani, anzi voi nella maggioranza non lo siete, ma noi sì. Per esempio per noi i libici sono degli idioti e li trattiamo come tali, ma questa cosa sui libici la pensano anche gli altri arabi. Noi siamo superiori anche ai tunisini e agli algerini perché nella loro storia loro non hanno costruito nessuna civiltà. Noi giovani marocchini, venuti in Italia già grandi, siamo fatti così, pensiamo di essere superiori, siamo razzisti, è questo non è bello!

Anche con gli italiani… spesso vi vediamo solo come persone da usare, prendere ciò che si può e che può esserci utile, insomma: consumarvi. Questa è la nostra mentalità. Nessuno di noi osa dire queste cose pubblicamente, ma ti posso assicurare che è così, tra noi giovani spesso facciamo questi discorsi razzisti e comunque da cattivi. Comunque siamo diversi dai ragazzi nati in Italia da famiglie marocchine, loro non parlano neppure con noi pur avendo la stessa età, non abbiamo quasi nulla in comune con loro.”

“Lo so, l’ho capito …per te il sale è ancora rosa e probabilmente lo vedrai sempre così.”

“Sì, hai ragione, ma io… adesso cosa faccio? Io non ti ho mai voluto usare, io con te sto bene, ma sono troppo confuso.”

“Lo sai che il sale rosa esiste davvero in Marocco, io l’ho visto lungo il fiume Oued Mellah (fiume del sale). Lungo il fiume ci sono delle vecchie miniere di sale rosa.”

“Del mio paese hai visto più cose tu di me. Davvero esiste? Allora ha un senso quello che mi hanno insegnato! Avevano ragione a dirmi che il sale è rosa per noi marocchini.”

“Il problema è che ti hanno detto una verità senza dirti che fa parte del passato, ma nella realtà avevi ragione tu, il sale che i marocchini comprano e usano è bianco. Come non ti hanno detto che esiste il sale rosa anche in Himalaya, che esiste anche il sale blu in Persia, quello grigio in Bretagna, quello nero a Cipro, rosso alle Hawaii, viola in India nella zona di Kala Namak.”

“E’ tutto complicato e questo mi piace. Ma adesso per vivere ho bisogno di vedere il sale solo di colore rosa.”

“L’importante è che tu ne sia cosciente”

“Sì, lo sono, non preoccuparti. Non voglio che ti arrabbi ma ti devo dire che non posso continuare a vivere qui con te perché non sopporto più che tutti quelli che conosco insinuano cose brutte su di te e me… ma non posso raccontargli la verità …non capirebbero. Scusami.”

Silenzio

“Ho deciso di trovarmi una ragazza, una qualsiasi, basta che sia una donna. Anzi no, deve essere una donna che accetti il mio essere uomo marocchino che vede il sale rosa!”

“È molto vero e contemporaneamente molto squallido quello che hai appena detto, ma se lo pensi davvero… avrai i tuoi motivi, secondo me ti stai facendo del male da solo a fare queste scelte, ma io non posso entrare nel merito, è la tua vita. Comunque devi sapere che la vita è molto lunga. Ciò che vivi adesso ne è solo un piccolo segmento. Ricordatelo sempre.”

“Allora ti chiedo ancora una cosa: posso tenere le chiavi di questa casa?”

“Sì, puoi. Il mio giudizio su di te non cambia, quindi quando vuoi… torna. E se hai bisogno di un rifugio… usa questa casa!”

Sono passati giorni e mesi senza notizie, la sua fuga è stata estrema, senza ripensamenti.

Ieri la telefonata: “Ciao, sono io, volevo che tu fossi il primo a saperlo: diventerò papà! L’ho saputo adesso. Tu sei la persona a cui voglio più bene qui in Italia, sei la prima persona a cui lo dico: fra qualche mese avrò un figlio mio …Inshallah.”

“Sei felice?”

“Adesso sì.”

 

 

 

 

Ho deciso di preparare il regalo per il futuro bambino del mio giovane amico.

Ho comprato una piccola scatola di legno divisa internamente in tanti piccoli scomparti e in tutti, tranne che in uno, ho messo del sale di tante provenienze e colori diversi. Poi ho fatto una miscela con un po’ di tutti i sali colorati e ho riempito l’ultimo scomparto.

Per impacchettare il regalo pensavo di aspettare di sapere se sarà maschio o femmina.

Invece no, nessun involucro, perché questo regalo non è per il figlio, ma è per un futuro padre marocchino che per vivere ha bisogno di una certezza: il sale è di colore rosa!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(14 settembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©gianfranco maccaferri 2014
©gaiaitalia.com 2014
diritti riservati
riproduzione vietata

 

 

 

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