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Ci sono imprese e Imprese: “Dalli all’imprenditore”, di Lorenza Morello

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Lorenza Morello 02di Lorenza Morello twitter@lorenza_morello

 

Le pagine e i palinsesti di questa mancata canicola trasudano di notizie di imprenditori che, pressati da un fisco che comprime l’impresa e una tassazione spesso percepita come sperequata, anche in ragion del fatto che ai tributi versati non corrispondono quasi mai servizi adeguati, scelgono di abbandonare il nostro Paese verso altre mete. Nei confronti di quelli che lo fanno lecitamente, a parte qualche solone che li richiama al “dovere di Patria”, nulla quaestio (o quasi), altra sinfonia, come giusto, per quelli che invece lo fanno in modo truffaldino, fingendo di essere residenti in Paesi a fiscalità più ragionevole mentre li troviamo ogni giorno al bar sotto casa (nostra) a prendere il caffè. Se è vero come è vero che il nostro stato, giustamente, persegue l’evasione, quali sono le misure che vengono messe in campo per evitare che ciò accada? Quali gli incentivi a restare in Italia? Quali le ragioni per cui tanti imprenditori sentono la necessità di fuggire per sopravvivere? Sono forse tutti lestofanti? O forse lo stato ha delle responsabilità più o meno evidenti nella deindustrializzazione del Paese? Perché si punisce sempre l’effetto senza mai cercare di eliminare la causa?

Premetto che, personalmente, non sono come chi crede che sia bello pagare le tasse, ma giusto si. E, se parliamo di imprenditori che sono in Italia ma sostengono di essere altrove, questi per me sono lestofanti. Lo Stato ha molta responsabilità ma, allora, io preferisco chi rischia andando via davvero, non chi fa finta e lucra. Però, e lo dico per dovere di completezza, c’è anche (e non sono pochi) chi si sente quotidianamente depredato dei risultati della propria personale fatica e vede i propri guadagni finire in mano ad una politica che, specie negli ultimi vent’anni, tutto ha potuto dirsi fuorché moralmente retta. Ecco, allora, che al peso della tassazione si aggiunge il senso di dileggio del lavoratore (ché, in una nazione come la nostra, dove oltre il 90% sono imprese familiari e il 98% ha meno di 20 dipendenti l’imprenditore prima ancora che un business man è un lavoratore a tutti gli effetti) che, a suo modo di sentire, “si alza la mattina per alzare la serranda e mantenere uno stato governato in larga parte da fannulloni”. Ecco allora che questa frustrazione latente, unita ed aumentata dai vari scandali (vedasi “rimborsopoli” et similia) certamente non giustifica ma senza dubbio aiuta a comprendere il fenomeno. La mancanza di esempi virtuosi genera una spirale di comportamenti deviati che, come è stato dimostrato, fa collassare qualsiasi organizzazione economica, politica e sociale.

A ciò si aggiunga che troppo spesso si guarda come un criminale l’imprenditore che, nella legalità, internazionalizza la propria azienda per far fronte alle sfide del mercato globale andando ad insediare nuovi stabilimenti in paesi esteri che hanno, quasi sempre, una legislazione più confacente con le necessità imprenditoriali (si prenda ad esempio, in quanto più recente tra i tanti, il caso Alps South che ha deciso di non investire nel nostro paese a causa della giustizia lenta che,come sostenuto spesso da chi scrive, è un freno enorme per la nostra economia). Chi internazionalizza lecitamente viene infatti (anche per ignoranza e qualunquismo) facilmente paragonato ai truffaldini di cui sopra.
Resta allora ancora una scelta: la delocalizzazione reale. Delocalizzare è certo una scelta onesta, coraggiosa, radicale e totalizzante, ma porta alla depauperazione di un paese in toto. Anche stavolta, come nei casi summenzionati, per l’incapacità della nostra classe politica di fare un’adeguata politica imprenditoriale.

L’imprenditore (salvo rari casi) non entra nelle stanze dei bottoni, ma si trova a dover operare in un mercato nazionale spesso governato da scelte miopi, politiche del lavoro prive di lungimiranza, leggi scritte su carta da chi non ha alcuna conoscenza, e talvolta nemmanco percezione, della realtà.

Per tutte queste ragioni un rilancio imprenditoriale del nostro Paese non può essere ipotizzato senza, in primis, l’instaurazione di modelli di comportamenti virtuosi da parte della classe governativa, che vadano a pari passo con una politica di rilancio seria e calata nella realtà, non frutto di barricadieri o ideologie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
(12 agosto 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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