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69a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, tra Diritti Umani e Cinema Colto

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Alle 15 del 31 Agosto, alla Sala Perla 2 del Casino del Lido, nuovo spazio creato per questa Mostra, è stato proiettato il bel documentario MARE CHIUSO di Andrea Segre e Stefano Liberti, girato intorno ad un grave episodio di abbandono di profughi in balìa delle onde – sopravissuti nove su settantadue – e ritornati sulle coste libiche da cui erano fuggiti, per essere imprigionati.

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Due dei nove sopravvissuti, feriti, furono lasciati morire di stenti dalle umanissime forze di sicurezza libiche. Il film, già visto mesi fa, raccoglie le testimonianze di queste persone. Una di loro era presente all’incontro-dibatttito con il pubblico, dopo la proiezione. Un’ora di tavola rotonda sul tema dell’immigrazione, coordinato da Gian Antonio Stella, e con alcune importanti personalità ed esponenti di punta di organizzazioni umanitarie.

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Subito dopo: MEDICI PER L’AFRICA, film di Carlo Mazzacurati, ampio, documentato e preciso, dedicato a questa organizzazione nata a Padova negli anni cinquanta. Con immagini di rara bellezza (Luca Bigazzi), l’argomento è affrontato da molteplici prospettive: quello dei medici volontari con le loro esperienze, quello dei pazienti, molto spesso bambini, quello dei medici e del personale sanitario africano che compie i propri studi con gli europei. Molti i temi, purtroppo noti, affrontati: dalla fatiscenza delle strutture alla carenza di farmaci, dalle tragiche condizioni igieniche delle popolazioni, con le conseguenze dei contagi che si possono immaginare, sino alla sensibilizzazione di persone locali che si occupano dei loro concittadini malati, soprattutto per seguire con precisione le terapie, metodo di cui è ormai assodata l’efficacia.

E’ STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì, in concorso. Primo lavoro del regista senza il collega storico, gioca su corde anche grottesche e sempre sopra le righe. Una colonna sonora raffinatissima, una fotografia accurata che sembra un eastmancolor andato a male, piccoli omaggi felliniani ed a Buñuel, oltreché un’evocazione del Bernard Hermann di Vertigo. Molti materiali colti, ma meno grinta. Un Cirpí più “riflessivo”, ma meno graffiante. Un prodotto abile e ben confezionato, tratto da un romanzo, e molto ben interpretato, in particolare da un Toni Servillo palermitanizzato!

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