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HomeCoherentia et honestateMarina Berlusconi, il paradosso che dovrebbe bruciare come una ferita aperta

Marina Berlusconi, il paradosso che dovrebbe bruciare come una ferita aperta

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

L’ingresso di Marina Berlusconi sulla scena politica non è un semplice passaggio dinastico. È qualcosa di più destabilizzante: un terremoto che rimescola i confini interni alla destra e, al tempo stesso, smaschera le debolezze croniche di una sinistra progressista che da anni si accontenta di sopravvivere invece di governare il cambiamento.
Gli italiani sono stati storicamente attratti da figure che incarnano potere economico e un successo percepito come competenza globale, è un dato culturale radicato, non un capriccio elettorale, e fingere che non esista non fa che consegnare quel consenso ad altri. A Marina Berlusconi nello specifico.

La sua presenza nel dibattito pubblico, costruita con precisione strategica attraverso Mondadori, Fininvest e una serie di interventi mirati, dalla lettera al Corriere della Sera nell’ottobre 2025 sui big tech, all’intervista al Foglio del febbraio 2025 sui diritti civili e sul matrimonio egualitario, alle prese di posizione sul fine vita e sulla riforma della giustizia, rimescola le carte in un centrodestra che sconta una lenta erosione. Forza Italia è scesa all’8,4%, uno dei livelli più bassi degli ultimi due anni, mentre Fratelli d’Italia tocca il suo minimo dalle europee del 2024.
Marina Berlusconi intercetta l’elettorato produttivo e moderato che il sovranismo identitario di Meloni ha progressivamente disorientato, e lo fa con una svolta che la sinistra socialista non può più permettersi di ignorare o liquidare come tatticismo borghese.

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La differenza con il padre non è di dettaglio. Silvio Berlusconi piegava le sue posizioni ai compromessi con il mondo cattolico conservatore, firmava decreti contro la sospensione dell’alimentazione ad Eluana Englaro, negoziava con la destra clericale senza troppi scrupoli. Marina invece afferma con chiarezza che su aborto, fine vita e diritti LGBTQ si sente più in sintonia con la sinistra di buon senso, perché ognuno deve essere libero di scegliere, e che su questo non si può arretrare di un millimetro. Si esprime in favore del matrimonio egualitario sostenendo che la famiglia non può essere ingabbiata in schemi e modelli standard, e che ognuno deve avere il diritto di costruire la propria insieme alla persona che ama. Questa fermezza, espressa da una donna al vertice di uno dei più grandi gruppi editoriali e finanziari italiani, produce un effetto politico concreto: occupa il terreno che la sinistra progressista ha lasciato libero per decenni di ambiguità.
Ed è qui che emerge il paradosso che dovrebbe bruciare come una ferita aperta. La sinistra italiana porta sul tema dei diritti civili un ritardo vergognoso rispetto alla Spagna, alla Francia, al Portogallo. L’eutanasia è ancora bloccata in Parlamento. Il matrimonio egualitario resta una conquista parziale. L’autodeterminazione della persona, che dovrebbe essere il fondamento di qualsiasi progetto progressista, viene trattata con una prudenza che sa di paura. E mentre la sinistra si contorce in equilibrismi etici e negoziati con sensibilità cattoliche interne alle proprie coalizioni, è una imprenditrice della destra liberale a parlare di libertà individuale senza sensi di colpa. Non è solo un’anomalia politica. È una sconfitta culturale.

Per sopravvivere a questa sfida, la sinistra deve compiere un salto che non sia solo comunicativo. Deve diventare la vera avanguardia dei diritti individuali saldata a una lotta sociale senza sconti, capace di tenere insieme l’autodeterminazione della persona e la riduzione delle disuguaglianze materiali. Ma questo richiede anche il coraggio di rivedere gli strumenti organizzativi. I sindacati tradizionali, ingessati in logiche corporative novecentesche, presidiano spazi di potere che troppo spesso rallentano l’innovazione senza emancipare davvero le persone più vulnerabili, quelle che non hanno mai avuto accesso alla rappresentanza. Il potere organizzato del lavoro deve tornare alle sue origini, non tutela delle rendite acquisite, ma motore di trasformazione contro la precarietà strutturale e le disuguaglianze crescenti. Finché la sinistra resterà aggrappata a burocrazie obsolete, a un’etica incerta sui diritti civili e a un’opposizione che si limita a reagire invece di proporre, consegnerà a Marina Berlusconi il ruolo di modernizzatrice. E permetterà a una rappresentante del grande capitale familiare italiano di apparire più avanzata di chi, per storia e per vocazione, dovrebbe guidare la trasformazione verso una società giusta, eguale e capace di prendersi cura di tutti.

 

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(14 aprile 2026)

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