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Cosa resta di Meloni nel Golfo se non propaganda e nessun trattato firmato?

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di Daniele Santi
Daniele Santi

E così la presidente del Consiglio se ne fu per il Golfo. Ritenevamo che l’idea fosse buona, e lo abbiamo scritto qui, e nello stesso articolo scrivevamo che l’opposizione aveva gridato come fanno certe galline in un pollaio. E lo pensiamo ancora. Tuttavia di quel viaggio, a posteriori, a parte qualche foto ufficiale e il solito video da influencer di rosso vestita (chissà quanto ci costa di spese di rappresentanza tutto st’abbigliamento, se invece se lo paga lei col suo stipendio nulla da eccepire) rimangono una serie di intenti, di cui riferiremo tra poco, e nessun documento ufficiale. Nessun trattato. Nessuna firma di cooperazione. Niente.

Serviva un’iniezione di qualcosa dopo che l’amico americano che lei vedeva naturalmente candidato al premio Nobel per la Pace aveva scatenato un casino mai visto, e lei non è che poteva proprio starsene con le mani in mano a leccarsi le ferite post-referendum (quello sulla Gustizia che ha appena perso).
Così dopo essersi liberata di Delmastro e Santanchè e di quell’altra capo di gabinetto là, si è fatta il viaggetto che ha confermato il ruolo di del Qatar come partner prioritario per il Gas Naturale Liquefatto, dato che non c’erano state disdette, non c’era bisogno del viaggio, ma tant’è. In Arabia Saudita il focus si è spostato sulla garanzia degli approvvigionamenti di petrolio e sulla collaborazione nel settore delle energie pulite (idrogeno verde), cose che potrebbero essere in linea con quello che lei chiama il Piano Mattei se non fosse sconosciuto ai più, e anche alla stampa, di cosa Meloni parli quando parla di Piano Mattei. Parrebbe, dalle intenzioni, che la ciccia sia stata quella decisa negli Emirati Arabi Uniti dove sarebbero stati discussi e sbloccati in parte investimenti EAU in Italia per un valore stimato assai vicino ai 40 miliardi di dollari che dovrebbe confluire verso infrastrutture strategiche, logistica e data center, legati alla digitalizzazione del Paese. Anche qui certezze nessuna, ma molta vaghezza, se non che Meloni è stata la prima leader di UE e NATO a visitare la regione dopo l’escalation del conflitto scatenato da Trump e dal suo compagno di merende contro l’Iran. Se non ottieni risultati, che non siano il minimo sindacale, almeno che tu possa fregiarti di un qualche primatino.

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Poi un sacco di discorsi sull’impegno italiano a sostenere la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz (come se quella libertà dipendesse dall’Italia); disponibilità a fornire materiale militare di natura difensiva ai partner del Golfo per proteggersi dagli attacchi iraniani e infine l’impegno della presidente del Consiglio ad accreditare l’Italia come il principale terminale europeo per l’energia e i capitali del Golfo, cercando di scalzare la concorrenza di altri Paesi UE. Poi andrà in Azerbaijan.

Nonostante tutto questo ben di dio, non si hanno notizie di accordi vincolanti e per ora ci si è fermati alle chiacchiere tra capi di governo e dittatori del Golfo attraverso un vero e proprio accordo tra gentiluomini e gentildonna – per le firme e le carte si vedrà – con la gentildonna che già che c’era ha colto la palla al balzo dichiarando, con sprezzo del pericolo riferendosi al presidente Trump: “Quando non siamo d’accordo lo diciamo, e questa volta non siamo d’accordo”. Mancava il soggetto, ma era intuibile.

Insomma un viaggio entusiasmante nel racconto, splendidamente interpretato dal sedile posteriore dell’auto blu, con giacca rossa di sì pregevole fattura e il solito nulla cosmico che non va al di là di dichiarazioni d’intenti strombazzate e nessuna dichiarazione successiva sui risultati effettivamente ottenuti. Questo significa non dire che lo Stato italiano non compra gas, lo fanno Eni o Edison; non dire che saranno società come Eni, Leonardo e Fincantieri ai sedersi ai tavoli tecnici con i fondi sovrani (come Mubadala o MGX) per i famosi 40 miliardi di progetti, non il Governo, significa non dire che il documento d’intenti Italia-Qatar sulla “Cooperazione Energetica Rafforzata” serve a dare la copertura politica a Eni per rinegoziare i volumi di GNL a lungo termine, oltre il 2030, se ci saranno ancora le condizioni per la firma.

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In soldoni se andate a cercare un documento del Parlamento che dica “Il paese del Golfo X ci darà Y metri cubi di gas dal 1° maggio per Z anni”, non lo troverete. Si chiama vendere fumo, ma siccome siamo gente di classe la chiameremo “fumosità burocratica” e non ci spingeremo oltre.

 

 

(6 aprile 2026)

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