di Luigina Favale

A prima vista, per chi si occupa di marketing, il maxi-cartellone pubblicitario apparso a Milano sul ponte di via Melchiorre Gioia è un pezzo di bravura comunicativa. E probabilmente di distrazione (mi auguro lo guardi) del garante dei diritti dell’infanzia.Un bambino piccolissimo, con le mani sporche di pappa, stringe tra le dita un iPhone. Sotto, lo slogan recita: “Tutto ok, è iPhone”. Il messaggio commerciale è immediato: il dispositivo è solido, lavabile, a prova di urto, di bava e di cadute. Il genitore può rilassarsi, l’investimento economico è al sicuro. Ma guardando quell’immagine, attraverso il mio sguardo pedagogico, quel “tutto ok” si trasforma in un enorme semaforo rosso.
Come pedagogista, so bene che il problema non risiede nella resistenza del vetro o della scocca dello smartphone. Il problema reale è normalizzare un oggetto per adulti, trasformato e sdoganato come se fosse un giocattolo per la prima infanzia. No, non è “tutto ok”, non lo è affatto. Quando i nostri figli sono piccoli, acquistiamo per loro oggetti specifici. Ripenso, ad esempio, al bicchiere con la base basculante e il beccuccio: fatto in materiali rigorosamente atossici, studiati perché se cadono non versano l’acqua e non si rompono. E si sa quanto ai bambini piccoli piaccia buttare dal loro seggiolone gli oggetti a terra per riprodurne i suoni. In quel caso sì che possiamo dire “è tutto ok”. Ma lo diciamo perché quell’oggetto è stato progettato a misura di bambino, per tutelare il suo percorso di autonomia, la sua sicurezza e il suo ambiente. Lo smartphone nel cartellone inverte totalmente questo principio. Non tutela il bambino; tutela il portafoglio dell’adulto. Vende una falsa tranquillità, che serve a normalizzare l’idea che quel dispositivo possa stare tra le mani di un neonato, finendo così per legittimare un’abitudine dannosa. Ma la prima infanzia ha bisogno di tutt’altro.
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Da professionista dell’educazione, ricordo sempre che nella primissima infanzia l’apprendimento passa interamente attraverso i sensi e la corporeità. I bambini hanno bisogno di manipolare la realtà: toccare i tessuti morbidi di un peluche adatto alla loro età, esplorare la rotondità di una pallina, impilare cubi di legno, sperimentare le diverse texture e la materia che il mondo offre. È attraverso questa esplorazione tattile e fisica che si sviluppa la motricità fine e si scopre lo spazio circostante. Ancor più fondamentale, entro i primi quattro anni di vita si gettano le basi della competenza più importante per l’essere umano: l’empatia. L’empatia si apprende guardando un volto vero, decodificando le espressioni della madre o del padre, rispondendo a uno stimolo affettivo reale, vivendo la frustrazione e la gioia nella relazione viva con l’altro. Cosa succede quando, al posto di un peluche o di un gioco adatto a quella specifica fase evolutiva, diamo in mano a un bambino un iPhone (o qualsiasi altro smartphone)?
Col cavolo che sviluppa l’empatia. La mente di un bambino così piccolo non possiede ancora le strutture cognitive necessarie per assorbire, filtrare e processare la mole di stimoli che arrivano da uno schermo. Il linguaggio sonoro frammentato, i colori retroilluminati e la rapidità delle immagini generano un sovraccarico sensoriale. Il risultato non è l’intrattenimento, ma lo stress. Quel bambino, privato dell’esperienza reale e bombardato da input digitali, diventa un soggetto ansioso, costantemente stressato, che accumula una rabbia che non sa come canalizzare. I brand hanno una responsabilità sociale imponente e non possono far finta che la comunicazione viva in un vuoto educativo. Mostrare un neonato che usa un telefono da mille euro come se fosse un sonaglino significa veicolare un modello culturale rischioso. Finché un oggetto protegge sé stesso ma danneggia lo sviluppo emotivo, sensoriale e relazionale di chi lo stringe, per noi che educhiamo non sarà mai “tutto ok”.
*Dottoressa Luigina Favale, pedagogista, referente regionale per la Puglia di Officina Mediterranea aps
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(11 agosto 2026)
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