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La memoria di Babij Jar e l’ipocrisia del presente: perché la critica a Netanyahu non è antisemitismo

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Mescolare la memoria della Shoah con le contingenze geopolitiche del presente è un’operazione intellettualmente pigra e moralmente pericolosa. Commemorare il massacro di Babij Jar impone di guardare alla storia delle persecuzioni ebraiche con il rispetto dovuto alle vittime e alla loro memoria, partendo dai fatti nella loro nuda, spietata e integrale realtà.

Tra il 29 e il 30 settembre 1941, nella periferia di Kiev, si consumò uno dei più grandi massacri della Shoah nell’Europa orientale. Attraverso un manifesto che ordinava agli ebrei di Kiev di presentarsi per essere trasferiti, le autorità di occupazione naziste radunarono migliaia di persone e le condussero verso la gola di Babij Jar. In quelle due giornate, reparti delle SS, della polizia tedesca e collaboratori locali massacrarono sistematicamente 33.771 ebrei, secondo il rapporto redatto dai responsabili tedeschi dell’operazione. Uomini, donne e bambini furono spogliati, condotti sull’orlo della gola e uccisi a colpi d’arma da fuoco.

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Quella strage non fu però un episodio isolato. Babij Jar divenne uno dei luoghi simbolo dell’Olocausto mediante fucilazione, attraverso una serie di massacri che continuarono durante l’occupazione tedesca di Kiev. Tra le vittime vi furono ebrei, rom, prigionieri di guerra sovietici, pazienti di istituti psichiatrici e altre persone perseguitate dal regime nazista. Le stime complessive delle vittime uccise a Babij Jar durante l’occupazione tedesca si avvicinano a 100.000 persone, anche se il numero preciso varia secondo le categorie considerate e le ricostruzioni storiche.

Alla strage seguì, dopo la guerra, un’altra forma di cancellazione della memoria. Nell’Unione Sovietica il carattere specificamente ebraico del massacro di settembre 1941 fu a lungo oscurato all’interno della narrazione ufficiale della guerra. Le autorità sovietiche tendevano a presentare le vittime di Babij Jar come generici “cittadini sovietici”, evitando di riconoscere pubblicamente la specificità della persecuzione ebraica. Nel 1961, il poeta sovietico Evgenij Evtušenko denunciò questa rimozione con il celebre poema Babij Jar. Solo nel 1976 fu inaugurato un monumento ufficiale alle vittime, senza però un esplicito riferimento alla loro identità ebraica. Dopo l’indipendenza dell’Ucraina, nel 1991, la memoria ebraica di Babij Jar poté finalmente trovare uno spazio pubblico molto più ampio e riconosciuto.
Ed è proprio qui che Babij Jar smette di essere soltanto una pagina della storia e diventa una responsabilità per il presente.

La lezione di quel luogo non è soltanto che gli ebrei furono perseguitati e sterminati. È anche che le persone possono essere ridotte alla propria identità, trasformate da individui in una categoria e infine private della loro stessa umanità. Prima viene costruita una distinzione assoluta tra “noi” e “loro”; poi quella distinzione viene utilizzata per giustificare la discriminazione, la persecuzione e, infine, la violenza.

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Per questo la memoria di Babij Jar dovrebbe imporre oggi una distinzione altrettanto netta: un popolo non è il suo governo, un’identità non è un programma politico e la critica a un potere non è odio verso una collettività. Difendere questa distinzione non significa relativizzare la Shoah. Significa, al contrario, prendere sul serio ciò che quella memoria ci ha insegnato.

Il governo guidato da Benjamin Netanyahu, sostenuto da una coalizione comprendente forze della destra nazionalista e religiosa, ha adottato dopo gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023 una serie di politiche e condotte militari che devono essere giudicate sulla base dei fatti, delle responsabilità individuali e del diritto internazionale, non attraverso l’identità del popolo ebraico. La sicurezza di Israele e il diritto degli israeliani a vivere senza terrorismo non possono essere messi in discussione. Ma da questo non deriva alcuna immunità politica per il governo israeliano.

È precisamente qui che la memoria di Babij Jar acquista un significato politico e morale nel presente: se abbiamo imparato a riconoscere l’errore di attribuire una colpa collettiva agli ebrei, dobbiamo essere altrettanto capaci di non attribuire a tutti gli ebrei le decisioni di un governo israeliano. Ma la stessa logica vale nella direzione opposta: non si può trasformare la critica a quel governo in una forma di odio razziale soltanto perché il governo in questione è lo Stato di Israele o perché la sua popolazione maggioritaria è ebraica.

Criticare le decisioni dell’esecutivo Netanyahu, contestare le sue politiche nei territori palestinesi, denunciare possibili violazioni del diritto internazionale umanitario o opporsi all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania non significa attribuire una colpa agli ebrei in quanto ebrei. Significa giudicare l’operato di un governo e delle istituzioni di uno Stato.

La distinzione non è soltanto politica: è essenziale per la stessa lotta contro l’antisemitismo. L’antisemitismo è un pregiudizio e una forma di odio contro gli ebrei in quanto ebrei, mentre la critica a uno Stato, a un governo o a una sua politica appartiene a un piano diverso. Naturalmente, anche la critica a Israele può diventare antisemita quando utilizza stereotipi antiebraici, attribuisce collettivamente agli ebrei responsabilità per le azioni del governo israeliano, nega agli ebrei diritti che si riconoscono agli altri popoli o assume altre forme di odio e discriminazione. Ma non ogni critica a Israele è, per ciò stesso, antisemitismo.

È su questo punto che anche la discussione sulle norme contro l’antisemitismo richiede particolare lucidità. Una legislazione capace di contrastare il razzismo, la discriminazione e l’odio antiebraico è necessaria. Ma proprio perché l’antisemitismo è una minaccia reale, la sua definizione e la sua applicazione devono essere sufficientemente precise da distinguere il pregiudizio razziale dalla legittima espressione di una posizione politica.

La critica alle politiche del governo israeliano, alla presenza e all’espansione degli insediamenti nei territori occupati, alla condotta delle operazioni militari o alle decisioni delle autorità israeliane non dovrebbe essere considerata automaticamente una forma di odio antiebraico. Al contrario, quando una critica utilizza stereotipi contro gli ebrei, attribuisce a tutti gli ebrei le responsabilità di un governo o trasforma Israele in un pretesto per aggredire una comunità ebraica, siamo di fronte a qualcosa di diverso e che deve essere contrastato con fermezza.

Questa distinzione non indebolisce la lotta all’antisemitismo. La rende più credibile. Perché se ogni critica politica viene indistintamente definita antisemitismo, il termine perde precisione e la denuncia dell’odio antiebraico rischia di essere privata della sua forza morale e politica.

Babij Jar ci ricorda dunque una cosa ancora più profonda: la memoria delle vittime non può diventare uno strumento per rendere incontestabile chi esercita il potere nel loro nome. Le vittime di Babij Jar non appartengono a un governo, a una maggioranza parlamentare o a una linea politica contemporanea. La loro memoria appartiene alla storia e all’umanità.

Proprio per questo non si onora la Shoah costruendo nuove colpe collettive, né trasformando l’identità ebraica in uno scudo politico. La si onora rifiutando il meccanismo stesso che rende possibile la disumanizzazione: distinguere gli esseri umani per appartenenza, attribuire responsabilità collettive e pretendere che l’identità prevalga sui comportamenti concreti.

La dignità delle vittime della Shoah si difende mantenendo fermi i fatti storici, combattendo il negazionismo e l’antisemitismo, rifiutando ogni forma di odio contro gli ebrei e, nello stesso tempo, conservando la libertà di giudicare criticamente le azioni dei governi, compreso quello israeliano.

Se Babij Jar ci ha insegnato qualcosa, è che nessuna identità deve mai diventare una condanna collettiva. E proprio per questo nessuna identità può diventare un’immunità dalla responsabilità politica.

La memoria non può essere una proprietà privata di nessuno. E la lezione di Babij Jar non può essere ricordare alcune vittime per dimenticarne altre. Deve essere l’esatto contrario: riconoscere la dignità di ogni essere umano e assumere la responsabilità di denunciare le ingiustizie ovunque si compiano e qualunque sia il governo che le commetta.

 

 

(1 ottobre 2026)

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