di Marco Maria Freddi

La vicenda di Ceuta è diventata molto più di una crisi migratoria. È diventata il simbolo di uno scontro politico che attraversa l’Europa e che, in modo particolarmente evidente, contrappone due visioni: quella di Giorgia Meloni e quella di Pedro Sánchez. Da una parte c’è l’Europa immaginata dalla destra sovranista: frontiere fortificate, controllo dei flussi, rimpatri, accordi con i Paesi terzi e, quando necessario, ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne. Dall’altra c’è l’idea di un’Europa che deve certamente controllare le proprie frontiere, ma dentro una dimensione politica comune, nella quale sicurezza, diritto d’asilo, solidarietà e responsabilità fra gli Stati membri non siano messi gli uni contro gli altri.
Non è una differenza marginale. È una diversa concezione dello Stato e dell’Europa.
Meloni, anche sotto la spinta della sua “spina nel fianco”, l’ex Generale, ha trasformato Ceuta in una questione di sicurezza italiana, arrivando a ripristinare i controlli alle frontiere con la Spagna. Madrid ha reagito con la stessa arma, introducendo a sua volta controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia. La crisi migratoria di un’exclave spagnola in Africa è così diventata una crisi diplomatica fra due Paesi dell’Unione e, soprattutto, una rappresentazione plastica della frattura politica europea.
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Sánchez rappresenta una socialdemocrazia che non rinuncia a governare l’immigrazione, ma rifiuta di trasformarla nel centro permanente della propria identità politica.
I numeri ci dicono che nel 2025 gli arrivi irregolari in Spagna sono scesi a circa 36.000, mentre in Italia sono stati circa 66.000. Sono dati riferiti a rotte e modalità diverse, quindi non direttamente sovrapponibili, ma certamente sufficienti a mettere in discussione la rappresentazione della Spagna come Paese incapace di governare i flussi.
C’è poi un’altra contraddizione che vale la pena ricordare. Il governo italiano parla continuamente di contenimento dell’immigrazione, ma nello stesso tempo ha programmato quasi 500.000 ingressi regolari di lavoratori cittadini di Paesi terzi nel triennio 2026-2028: 164.850 nel 2026, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028.
Non è un’anomalia. È una risposta istituzionale alla domanda di lavoro e alla difficoltà di reperire manodopera in numerosi settori dell’economia italiana. Questo dimostra che l’immigrazione non si governa con gli slogan. Un Paese può contemporaneamente contrastare l’immigrazione irregolare e programmare ingressi regolari. La vera politica consiste nel decidere come farlo, con quali diritti, quali controlli e quali condizioni di lavoro. Una sinistra seria deve governare i flussi, rendere effettivi i rimpatri, combattere i trafficanti, impedire lo sfruttamento della manodopera straniera e garantire sicurezza. Ma può farlo senza trasformare l’immigrato nel nemico e senza costruire la propria politica sulla paura.
È proprio questa, per me, la distanza politica fondamentale.
L’Europa non può essere semplicemente la somma di ventisette Stati che cercano ciascuno di scaricare il problema sul vicino. Se l’immigrazione è un fenomeno europeo, anche il controllo delle frontiere, i rimpatri, gli accordi con i Paesi di origine e di transito e la distribuzione delle responsabilità devono essere europei.
Altrimenti il paradosso evidente è che mentre diciamo di voler rafforzare l’Europa, ricominciamo a costruire frontiere contro gli altri Stati europei.
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Ed è qui che Ceuta diventa una vicenda politicamente molto più grande di Sánchez e Meloni. Ci obbliga a scegliere quale Europa vogliamo. Un’Europa che reagisce alle crisi chiudendosi, alzando muri e cercando un nemico da indicare ai propri cittadini? Oppure un’Europa capace di essere forte proprio perché non ha bisogno di rinunciare ai propri principi per controllare le proprie frontiere? Io scelgo la seconda.
E proprio per questo trovo interessante una domanda che prima o poi anche il centrodestra italiano dovrà affrontare. Quanto può essere lontana la linea di Meloni dalla tradizione liberale, europeista e moderata che Forza Italia ha storicamente rivendicato? E soprattutto, quanto può diventare profonda questa distanza per un mondo economico che ha interesse in un’Italia fortemente integrata nel mercato europeo e in un’Europa stabile e aperta? Non sto dicendo che Marina Berlusconi stia preparando una rottura con Meloni. Non ho elementi per sostenerlo. Ma se la destra italiana dovesse spingersi sempre più verso una concezione nazionalista e conflittuale dell’Europa, allora la contraddizione diventerebbe difficile da ignorare.
A quel punto, la domanda non sarebbe più soltanto cosa farà Marina Berlusconi. La domanda sarebbe se Forza Italia vorrà continuare a essere la componente liberale ed europeista di una destra sempre più estrema guidata da Meloni oppure se, davanti a una distanza ormai troppo grande, nascerà lo spazio per un’area liberale, europeista e riformista alternativa: Forza Italia insieme a Italia Viva, Azione e ai liberali di +Europa libera dalla componente socialista.
Non sarebbe un’operazione di palazzo. Sarebbe la ricomposizione di un’area politica che oggi esiste socialmente, economicamente e culturalmente, ma continua a presentarsi divisa.
E forse, l’Europa che divide Sánchez e Meloni, potrebbe finire per ridisegnare anche gli equilibri politici italiani.
(11 agosto 2026)
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