di Marco Maria Freddi
In questi giorni la scena internazionale ha mostrato con chiarezza una frattura politica e morale che attraversa l’Europa. Da una parte c’è chi considera inevitabile seguire ogni scelta militare degli Stati Uniti. Dall’altra c’è chi prova almeno a difendere l’idea che il diritto internazionale e la politica esistano ancora. In questo secondo campo si è collocato il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez, che ha assunto una posizione netta contro la guerra avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
La sua posizione è semplice e allo stesso tempo scomoda. Si può condannare senza esitazioni il regime degli ayatollah iraniani e allo stesso tempo rifiutare un attacco militare che viola il diritto internazionale e rischia di incendiare l’intero Medio Oriente. Non è un equilibrio ambiguo. È la base minima di qualsiasi politica estera razionale. Eppure proprio questa posizione elementare sembra essere diventata rara in un’Europa sempre più timorosa di contraddire la Casa Bianca.
Sánchez non si è limitato alle dichiarazioni. Ha definito l’operazione militare un’azione unilaterale capace di produrre un ordine internazionale ancora più ostile e instabile. Ha ricordato che i grandi disastri della storia recente sono spesso iniziati così. Con l’urgenza costruita politicamente, con la retorica dell’emergenza, con la promessa di una guerra rapida che avrebbe dovuto risolvere tutto. La memoria inevitabilmente torna all’invasione dell’Iraq del 2003, giustificata da minacce che poi si rivelarono inesistenti e che produssero terrorismo, caos regionale e milioni di vittime. Non pace. Non sicurezza.
Ma la differenza vera è stata un’altra. La Spagna ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari di Rota e Morón per operazioni contro l’Iran. È una decisione che ha irritato profondamente Donald Trump, arrivato a minacciare ritorsioni economiche e una guerra commerciale contro Madrid. La risposta di Sánchez è stata altrettanto chiara. La politica estera di un paese non può essere guidata dalla paura delle ritorsioni.
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Leggi l'articolo →Non è una postura isolata nata per caso. Negli ultimi anni Pedro Sánchez è stato uno dei leader europei più critici verso l’uso sistematico della forza militare. Lo è stato anche durante la devastazione della Striscia di Gaza, quando ha criticato duramente il governo guidato da Benjamin Netanyahu e ha promosso misure come il blocco della vendita di armi a Israele. Si può discutere ogni singola scelta politica del governo spagnolo. Ma è difficile negare che esista almeno un tentativo di autonomia europea.
Ed è qui che il confronto con l’Italia diventa inevitabile.
Mentre la Spagna rivendica una linea autonoma, il governo italiano continua a muoversi come se la politica estera fosse un esercizio di fedeltà preventiva. Non una strategia. Non una difesa degli interessi nazionali o europei. Piuttosto una costante ricerca di approvazione da parte della Casa Bianca e dei nuovi equilibri internazionali costruiti attorno alla destra globale. Una postura che non rafforza l’Europa ma la indebolisce, trasformandola sempre più in un insieme di paesi incapaci di parlare con una voce propria.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Quando si alza la tensione internazionale, l’Europa non discute come soggetto politico ma reagisce come una periferia strategica degli Stati Uniti. Non è cooperazione tra alleati. È subordinazione.
La verità è che una parte della classe dirigente europea sembra aver interiorizzato l’idea che la politica consista semplicemente nel seguire la potenza dominante. Nel non disturbare mai il manovratore. Nel giustificare qualsiasi escalation militare con la promessa che questa volta sarà diversa.
Ma la storia recente racconta il contrario. Ogni guerra presentata come necessaria e inevitabile ha lasciato dietro di sé più instabilità, più radicalizzazione e più insicurezza globale.
Per questo il punto sollevato da Sánchez è politicamente decisivo. La domanda non è se qualcuno stia difendendo il regime iraniano. Nessuno lo fa. La domanda vera è se la comunità internazionale intenda ancora rispettare le regole che dovrebbe aver costruito dopo le tragedie del Novecento. Se la legalità internazionale abbia ancora un significato oppure se tutto debba ridursi alla legge del più forte.
In questo passaggio storico l’Europa dovrebbe avere il coraggio di scegliere. Difendere la pace non significa chiudere gli occhi di fronte ai regimi autoritari. Significa impedire che il mondo torni a essere governato esclusivamente dalla forza militare.
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Leggi l'articolo →Ed è proprio qui che emerge la grande responsabilità della politica italiana. Un paese fondatore dell’Unione Europea non dovrebbe limitarsi a seguire ogni vento che soffia da Washington o da Tel Aviv. Dovrebbe contribuire a costruire una posizione europea autonoma, capace di difendere il diritto internazionale e la sicurezza collettiva.
Invece assistiamo a un governo che sembra muoversi dentro una logica di allineamento permanente alla nuova internazionale della destra radicale. Una strategia miope che non rafforza l’Italia e non rafforza l’Europa.
La cosa più amara è che l’elettorato di destra e di estrema destra, che sostiene l’attuale governo, continua ad avallare questa linea senza interrogarsi davvero sulle sue conseguenze. È come se la politica estera fosse diventata una questione di tifoseria e non di responsabilità storica.
La realtà è più semplice e più dura. In un mondo che scivola verso nuovi conflitti, servono governi capaci di dire no quando la guerra viene presentata come unica soluzione. Chi non è in grado di farlo non sta difendendo la sicurezza dei propri cittadini. Sta solo rinunciando alla politica.
(9 marzo 2026)
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