di Marco Maria Freddi
Il discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump è stato meno rilevante per ciò che ha affrontato che per ciò che ha deliberatamente negato.
Non solo problemi, ma la loro stessa esistenza. Di fronte a un paese attraversato da difficoltà economiche, tensioni sociali e insicurezza diffusa, Trump ha scelto una strategia comunicativa precisa che consiste nel dire agli americani che stanno sbagliando a leggere la realtà. Che ciò che vedono non è vero. Che l’inflazione non è un problema, che i redditi crescono, che la frontiera è sicura, che l’economia vola e che il paese è rispettato come mai prima. Non serve nemmeno entrare nel dettaglio di un fact checking puntuale. Il punto politico è un altro. Trump non ha parlato per spiegare, correggere o assumersi responsabilità. Ha parlato per imporre una narrazione alternativa, nella quale il disagio sociale viene cancellato per decreto comunicativo. È la stessa strategia adottata da Giorgia Meloni in Italia, fondata sulla negazione sistematica dei problemi reali e sulla costruzione di un racconto rassicurante che sostituisce l’analisi con lo slogan e il conflitto sociale con la propaganda.
Questa scelta non nasce dal nulla. I dati di consenso mostrano che i temi su cui Trump aveva costruito la sua vittoria elettorale si sono trasformati in vulnerabilità. Immigrazione, economia, inflazione, commercio internazionale sono diventati terreni di crescente sfiducia. Davanti a questo scenario, un leader che voglia governare dovrebbe riconoscere la difficoltà, spiegare tempi e limiti delle politiche adottate, proporre correttivi. Trump ha fatto l’opposto. Ha scelto di dire che va tutto bene e che chi non lo percepisce è in errore. È una forma di negazione che funziona solo se chi la pronuncia vive in una bolla di consenso permanente, alimentata da collaboratori che lo applaudono, da media compiacenti e da una comunicazione chiusa in ambienti che non ammettono contraddittorio.
Il problema, però, è che questa non è una dinamica autoritaria compiuta. Trump non controlla il sistema nel suo insieme. I tribunali esistono, i media critici esistono, le elezioni continuano a produrre risultati avversi. In questo contesto, un presidente che parla alla nazione per dire che non esistono problemi manda un messaggio chiarissimo anche all’opposizione, non perché l’opposizione non abbia risposte, ma perché il presidente rifiuta perfino le domande. Ed è qui che la comunicazione diventa fragilità politica.
Questo meccanismo si intreccia con una frattura più profonda che attraversa tutte le società occidentali, non solo gli Stati Uniti. La confusione sistematica tra classe lavoratrice e cosiddetta classe media non è un dettaglio linguistico, è un nodo politico centrale. Se una persona dipende dal proprio salario per vivere, se vende il proprio tempo per mantenere un reddito, è parte della classe lavoratrice, indipendentemente dal titolo di studio, dal livello di stipendio o dal settore in cui lavora. La differenza reale non è tra chi guadagna di più o di meno, ma tra chi vive del proprio lavoro e chi vive del proprio patrimonio. In Italia, oltre l’85 per cento delle persone vive di stipendio o di pensione, cioè dipende dal proprio lavoro per mantenere il tenore di vita. Solo una minoranza, meno del 10 per cento, vive realmente di patrimonio, grazie a rendite immobiliari, finanziarie o partecipazioni che producono reddito senza lavorare. Un dirigente senza grandi asset resta un lavoratore, anche se guadagna bene. Chi invece può vivere di affitti o dividendi, anche con redditi più bassi, appartiene a un’altra posizione nella struttura economica. È questa la differenza reale, spesso nascosta dietro l’etichetta di classe media.
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Leggi l'articolo →Eppure, per decenni, a milioni di lavoratori è stato detto che non erano più tali, che erano classe media. Un’identità aspirazionale costruita intorno al consumo illimitato, alle carte di credito, alla casa di proprietà, all’auto, alle vacanze. Un’identità che sposta l’attenzione dalla struttura economica alla percezione individuale. Non importa più da cosa dipende realmente la tua sicurezza economica, se dal tuo lavoro o dal capitale, ciò che conta nella narrazione dominante è solo l’idea di riuscire a salire nella vita con le tue scelte individuali. Finché l’economia cresce, questa illusione regge. Quando arrivano crisi, inflazione, precarietà e licenziamenti, l’identità cade e resta la vulnerabilità. E quando manca la consapevolezza di classe, manca anche la capacità di riconoscere i propri interessi. La perdita di coscienza di classe non è un incidente culturale, ma uno strumento politico potentissimo, che le destre internazionali e la cultura MAGA hanno saputo interpretare, facendo gli interessi di chi vive di patrimoni e illudendo chi vive di stipendio che quella sia la sua soluzione.
Ed è in questo vuoto che crescono le destre, in Europa come negli Stati Uniti. Non perché offrano soluzioni reali, ma perché offrono colpevoli semplici. A una generazione cresciuta con la promessa che studiando e impegnandosi avrebbe vissuto meglio, oggi si presenta una realtà fatta di salari bassi, contratti a termine, affitti insostenibili e futuro bloccato. La sensazione diffusa è quella di correre senza avanzare. E quando la frustrazione cresce, cresce anche il bisogno di una spiegazione immediata. Qualcuno deve aver rubato qualcosa: il successo, il benessere, la sicurezza. I temi delle destre internazionali.
Ma in questo vuoto di risposte pesa anche una responsabilità precisa della sinistra e del sindacato, incapaci di imporre con forza nell’agenda pubblica temi materiali come il salario minimo e il costo degli affitti, lasciando intere generazioni senza una rappresentanza riconoscibile. Le storie di sfruttamento che emergono in questi giorni nel settore delle consegne di cibo sono emblematiche di un mondo del lavoro governato da algoritmi, precarietà e ricattabilità permanente, mentre il sindacato continua a muoversi come se il potere di contrattazione fosse ancora quello della fabbrica fordista. Il risultato è uno scollamento profondo tra chi lavora in condizioni nuove e chi dovrebbe difenderlo, e in questo spazio lasciato scoperto la destra trova terreno fertile per trasformare rabbia sociale in consenso politico.
Le destre sono estremamente abili nel trasformare questa frustrazione in rabbia direzionata. Il colpevole cambia a seconda del contesto: gli immigrati, le generazioni precedenti, la classe politica precedente, altre regioni, lo Stato, le élite astratte. Il messaggio, però, è sempre lo stesso, c’è qualcuno che ti ha tolto ciò che ti spettava. È una narrazione potente perché semplifica, perché assolve e perché non chiede di mettere in discussione il sistema economico reale. Non chiede di guardare ai rapporti di potere, alla concentrazione della ricchezza, alla mancanza di redistribuzione. Chiede solo di scegliere un nemico.
Chi vota a destra spesso non lo fa per cattiveria o ignoranza, ma perché non vede alternative credibili. Il punto, però, è che le destre non risolveranno nulla. Non possono farlo, perché non mettono mai in discussione le cause strutturali del disagio. Difendono un sistema che produce disuguaglianza e offrono in cambio identità, ordine e capri espiatori. È una scorciatoia emotiva che non migliora la vita materiale delle persone. Anzi, la peggiora.
Se c’è una responsabilità della politica progressista è quella di aver smesso di parlare in modo chiaro di struttura, di lavoro, di potere economico a quel cinquanta per cento di aventi diritto al voto che sono disillusi e che preferiscono non partecipare. Senza questa chiarezza, il campo resta libero per chi trasforma la rabbia in consenso e la frustrazione in voto reazionario.
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Leggi l'articolo →Ma la realtà è testarda. Le destre possono vincere elezioni, ma non possono garantire dignità, sicurezza sociale e futuro. E prima o poi, anche chi oggi le vota si troverà davanti allo stesso problema che Trump o Meloni hanno scelto di negare, perché i problemi non scompaiono solo perché il racconto politico dice che non esistono.
(26 febbraio 2026)
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