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HomeCopertinaAutonomia differenzia, Lep e Legge 42/2009: attacco ai diritti del Sud-Italia

Autonomia differenzia, Lep e Legge 42/2009: attacco ai diritti del Sud-Italia

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di Massimo Mastruzzo*
Mostrare i drammatici effetti per le regioni meridionali della mancata attuazione della legge del federalismo firmata nel 2009 dal leghista Roberto Calderoli, è fondamentale per comprendere i danni che provocherebbe l’autonomia differenziata.
Sulla carta, la legge si presentava con un obiettivo preciso: attuare sul territorio italiano un federalismo che sia al tempo stesso efficiente e solidale, come sancito dalla Costituzione. La virtuosità della legge sarebbe dovuta essere garantita da un principio fondamentale, il superamento del criterio della spesa storica, che funzionava pressappoco così: “tanto spendi tanto ti viene riconosciuto dallo Stato”.

Per garantire tale superamento, lo Stato avrebbe dovuto stabilire e assicurare i LEP, ovvero i “livelli essenziali delle prestazioni”, i servizi essenziali ai quali hanno diritto i cittadini su tutto il territorio italiano. A tal fine, si decide di calcolare il costo corretto di questi servizi, il cosiddetto “fabbisogno standard”, che dovrebbe essere finanziato integralmente. Ma i LEP non sono mai stati attuati, allo stesso modo del Fondo di Solidarietà, che avrebbe dovuto aiutare i comuni in difficoltà.

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Per comprendere la mancata attuazione della legge, basta prendere in esame due comuni italiani con lo stesso numero di abitanti: Reggio Emilia e Reggio Calabria. I dati sono sorprendenti: Reggio Emilia ha 171 mila abitanti contro i 180 mila di Reggio Calabria, eppure, la prima spende 28 milioni in istruzione, mentre la seconda solo 9. E ancora: 21 sono i milioni spesi in cultura da Reggio Emilia mentre sono solo 4 quelli del comune calabrese.

Come si è arrivato a tali differenze?

La mancata attuazione dei LEP ha impedito di correggere strutturalmente tali disparità.
In assenza dell’identificazione dei “livelli essenziali delle prestazioni”, infatti, i fabbisogni sono stati stabiliti esclusivamente sulla base della spesa storica, secondo il principio del “tanto avevi speso, tanto ti do“. Questo spiega il motivo per il quale al Comune di Reggio Emilia, che offre più servizi, viene riconosciuto un fabbisogno di 139 milioni, mentre Reggio Calabria, che ha molti meno servizi, vengono riconosciuti 104 milioni, una differenza di 35 milioni di euro in meno rispetto al comune emiliano nonostante i 9mila abitanti in più.

Chi stabilisce i valori di tali fabbisogni è il SOSE – Soluzioni per il Sistema Economico S.p.A., una società pubblica creata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Banca d’Italia. Marco Stradiotto, responsabile della sezione finanza pubblica dell’azienda, ad una domanda del giornalista Bonaccorsi del programma Report, circa la differenza tra i 59 euro pro capite di Reggio Calabria con i 2400 euro pro capite di Reggio Emilia, Stradiotto ha dichiarato: «Sulla base di quello che ci dice la normativa siamo andati a considerare quello che è il livello storico dei servizi». «Quindi avete lasciato le cose come stavano?» chiarisce Bonaccorsi, «e come potevamo fare diversamente?» ammette Stradiotto.
Un esempio della disparità tra le regioni italiane è data dalla seguente tabella del SOSE che indica i criteri secondo i quali la spesa sociale viene distribuita tra i comuni italiani. La spesa media pro capite è di 67 euro, solo che tale media si concretizza con una serie di variazioni: 10 euro in più ad un emiliano, 31 euro in meno ad un calabrese e addirittura 35 euro in meno ad un campano. I tecnici le chiamano “variabili dummy regionali”, un tecnicismo che nasconde un dato politico: l’introduzione di correttivi territoriali che, nei fatti, penalizzano sistematicamente alcune aree del Paese.

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Questo significa che lo Stato ha finito per istituzionalizzare la disuguaglianza territoriale come parametro tecnico di riparto, trasformando una scelta politica in una presunta neutralità amministrativa.

Ad approvare tali variabili regionali è stato Luigi Marattin, all’epoca presidente della Commissione Fabbisogni Standard e stretto collaboratore nonché consigliere economico del Presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo governo (2014–2016).

Con “Divorzio all’italiana” la trasmissione Report ha calcolato gli effetti della mancata applicazione della legge sul federalismo fiscale. Il comune che ha subito il peggior trattamento è Giugliano in Campania che avrebbe dovuto ricevere 33 milioni di euro per ogni anno. Reggio Calabria non ha ricevuto 41 milioni di euro, 229 euro per ogni suo cittadino. A Crotone, invece, mancano 13 milioni di euro, mentre Catanzaro avrebbe dovuto ricevere 15 milioni. Al Comune di Napoli mancano 159 milioni, meno 165 euro per ogni cittadino.

Ma non aver applicato i LEP non significa solamente non aver applicato la legge. Significa anzitutto: «Condannare a una maledizione storica un territorio».

Per tutto quanto sopra descritto la Corte costituzionale ha più volte richiamato la necessità di garantire in via preventiva i livelli essenziali delle prestazioni (LEP), affinché i diritti civili e sociali siano assicurati in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, e con la sentenza n. 192 del 14 novembre 2024, la Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge n. 86/2024 sull’autonomia differenziata.

Nonostante la chiarezza della pronuncia della Consulta, il ministro Roberto Calderoli, con l’attenzione dell’opinione pubblica assorbita dal referendum sulla giustizia, e il sostegno del governo, ha accelerato le pre-intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, riaprendo un passaggio politico cruciale per l’assetto della Repubblica, perché si tratta di una ridefinizione sostanziale dei rapporti tra Stato e Regioni, con effetti diretti sui diritti fondamentali dei cittadini.

Il punto non è se l’autonomia differenziata sia legittima in astratto. Il punto è: può essere introdotta in un Paese che non ha ancora garantito i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale?

Chi oggi, dall’opposizione alla maggioranza, a parole si dice contrario all’autonomia differenziata, ma non si strappa le vesti come, ad esempio per l’opposizione al Ponte sullo Stretto o al referendum, come giustificheranno la loro flebile difesa dei diritti costituzionali dei cittadini del Sud-Italia?

 

*Direttivo nazionale MET
Movimento Equità Territoriale

 

 

 

(23 febbraio 2026)

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