di Marco Biondi
Eccolo li, il Vannacci che se ne va! Sorpresi? Io no di certo. Già lo sapevamo che sarebbe successo, l’unico a non saperlo era il solito Salvini, si, ancora lui. Lui si illudeva che “il generale”, tronfio di prosopopea e aspirante ducetto del nuovo millennio, potesse starsene in panchina, con una modestissima carica di vicesegretario, ad ammirare le giravolte del suo segretario capo, destinato a sottomettersi alle esigenze di “nostra signora in Lucina”, passata tra le anime del purgatorio e “scancellata” dopo solo pochi giorni.
Vediamo i risvolti politici di questo evento: la Lega deve sottostare ai vincoli della coalizione che già fa fatica a fare “qualcosa di destra”, anche se lo vorrebbe tanto, a causa di parte degli alleati e delle regole democratiche alle quali il buon Mattarella, con infinita pazienza, ogni tanto è costretto a richiamare l’attenzione (vedi decreto sicurezza).
Quindi, il Salvini, dopo aver promesso, come sempre, in campagna elettorale di spaccare il mondo e di fare pulizia (etnica?), come sempre non ha combinato nulla. Noi lo sapevamo, i suoi elettori no.
Pertanto, Vannacci si è fatto scarrozzare comodamente fin qui, ha ottenuto il suo seggio al Parlamento Europeo con tanto di lauto stipendio e ampi benefici, immunità parlamentare compresa, e adesso sfruttando le comodità della sua posizione, si prepara alle prossime elezioni politiche. Un annetto e sapremo quanti seguaci riuscirà a turlupinare (frattanto un sondaggio YouTrend lo dà al 4,9%, sembra una follia, ma mica siamo un paese normale).
Il problema, però, non sta in quanti voti prenderà lui – sondaggi fai da te già si sprecano – sta nelle mosse alle quali costringe il suo ex capo che, non essendo affatto un sottile stratega, ci si aspetta che non ne azzeccherà una.
Perché, esistendo, ora, un partito di destra-destra alla sua destra, Salvini dovrà decidere dove posizionare la sua Lega d’ora in poi. Se radicalizzare le sue posizioni ed entrare in contrasto con Forza Italia prima e con Meloni e i suoi pseudo moderati poi – mettendo quindi a rischio la sua posizione nella coalizione – o se, invece, adeguarsi a posizioni più moderate, magari assegnando il ruolo di vicesegretario ora vacante al buon Zaia. Così facendo lascerebbe però spazio libero al generale.
In entrambi i casi è destinato a perdere voti, anche perché cercherà, secondo me, come sempre, di barcamenarsi strillando prima e mollando poi, e sarà percepito dai suoi elettori storici come partito “ne carne ne pesce”.
Dall’altra parte, Meloni, dovrà pensarci molto bene prima di accettare di imbarcare nella coalizione il partito di Vannacci, perché, a quel punto, Forza Italia dovrebbe avere grosse remore e fare molta resistenza. Gli eredi Berlusconi – padroni del partito – non glielo lascerebbero fare. Ha ragione quindi Renzi (e ti pareva, direte, questo insiste) quando sostiene che questa separazione potrebbe aiutare la sinistra ed aprire, addirittura, la possibilità di una vittoria del centro-sinistra.
Perché questa evenienza può essere credibile?
Per le seguenti considerazioni:
La coalizione di centro destra non può imbarcare il partito di Vannacci. Se lo facesse, si presenterebbe con un programma troppo sbilanciato a destra e perderebbe il sostegno di Forza Italia. Quindi dovrebbe lasciare fuori il nascente partito del generale. Il problema non sono i punti che potrebbe perdere; gli attuali sondaggi non possono essere attendibili e i voti che effettivamente prenderebbe il generale dipenderanno dal programma che presenterà. Se fosse, comunque, fuori dal centro destra, potrebbe prenderne parecchi.
La Lega non potendosi permettere di lasciare troppi voti a Vannacci, dovrebbe imporre politiche molto sbilanciate, il che comporterebbe dei dissidi violenti all’interno della coalizione e i consensi potrebbero risentirne. La Lega, senza Vannacci e sempre col Salvini alla guida, rischia di atterrare attorno al 4%. Il tutto porterebbe la coalizione di centro destra sotto il 45%, rischiando di perdere molti collegi uninominali.
Questi sondaggi potrebbero suggerire, allora, una modifica della legge elettorale in senso proporzionale, se non addirittura proporzionale puro. I sondaggi a tre mesi dal voto faranno decidere sia la dimensione della quota proporzionale, che lo sbarramento, che non potrà essere sotto il 4% per non perdere la Lega, ma lascerebbe spazio quindi anche al nuovo partito di Vannacci. Se fosse al 5% rischierebbero di restare fuori sia la Lega che Vannacci.
Pur di non perdere il potere, Meloni potrebbe decidere di rischiare e andare col proporzionale puro, certa che sarebbe comunque il partito di maggioranza, ma dovrebbe rassegnarsi pur di avere una maggioranza ad imbarcare centristi e, magari, frange moderate del PD. Quando ci sono poltrone ben remunerate tutto è possibile. Scilipoti disperatamente cercasi.
Se invece rischiassero e mantenessero una forte quota uninominale, è probabile che alla fine la spunterebbe il centro-sinistra, sempre che nel frattempo Conte non decida di smarcarsi, magari seguendo consigli putiniani, ma sarebbe la sua fine politica.
Insomma, rischiamo di poter considerare la nascita di un partito simil-fascista come una opportunità. Il che è tutto dire. Ma se consideriamo l’attuale situazione e il rischio di avere l’attuale maggioranza ancora al potere nella prossima legislatura, forse non tutto il male vien per nuocere. A Milano si dice “piuttosto che niente, è meglio piuttosto”. Chissà, Magari avremo Renzi Ministro degli esteri. E guardando Tajani, non sarebbe il male maggiore.
(8 febbraio 2026)
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