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HomeGiustappunto!Giustappunto. Il caso Vannacci e la favola dell’anti-sistema

Giustappunto. Il caso Vannacci e la favola dell’anti-sistema

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di Fabio Galli
La scena è sempre la stessa, anche se cambiano gli attori: un personaggio smette di servire e, come per magia, diventa improvvisamente imbarazzante. Non è Vannacci, in fondo, a interessarmi davvero. È il riflesso automatico che vedo scattare in una certa stampa di destra, quella che non osserva, non interroga, non problematizza, ma certifica. Una macchina di convalida più che di pensiero.
Finché Vannacci stava al suo posto, dentro l’inquadratura salviniana, era raccontato come una figura necessaria: il militare schietto, il maschio senza fronzoli, l’uomo che “non chiede permesso” e che per questo sarebbe autentico. Un’icona ben pettinata nella sua rozzezza, utile a incarnare una mitologia già pronta. Non un soggetto politico da analizzare, ma una sagoma da proiettare contro il nemico di turno: il woke, l’élite, la complessità.

Poi succede l’atto imperdonabile. Non tanto l’uscita dalla Lega, quanto l’idea di esistere fuori dal copione. In quel momento il linguaggio si rovescia senza alcuna vergogna. Tutto ciò che era stato celebrato viene riletto come patologia. L’uomo “che diceva le cose come stavano” diventa un narcisista, l’anti-sistema si trasforma in arrivista, la spregiudicatezza si fa tradimento. È una conversione morale istantanea, priva di memoria. Nessuno che dica: lo abbiamo costruito noi. Nessuno che si assuma la responsabilità dell’idolo appena abbattuto.
È qui che il cortocircuito diventa interessante. Perché non riguarda il generale in cerca di un suo spazio, ma l’ecosistema che lo aveva adottato. Un sistema che tollera l’autenticità solo come posa, mai come pratica. Il carisma va bene, purché resti amministrato. Puoi essere “forte”, “contro”, “divisivo”, ma solo entro i confini stabiliti. Appena li oltrepassi, non sei più una risorsa: sei un problema da cancellare in fretta.

Il paradosso, a tratti persino comico, è che questo mondo passa anni a glorificare la rottura, la ribellione, il coraggio di andare contro tutto e tutti, e poi reagisce con il riflesso più burocratico possibile quando qualcuno rompe davvero. Il dissenso sì, ma messo in scena. La trasgressione sì, ma con il badge. L’anti-sistema, purché non disturbi il sistema.

Così Vannacci finisce per incarnare, suo malgrado, la contraddizione più profonda di quella narrazione. Fa esattamente ciò che gli era stato insegnato ad ammirare: se ne va, sfida, prova a mettersi in proprio. E proprio per questo viene punito. La colpa non è aver tradito dei valori, ma averli presi sul serio.
Non sto guardando la caduta di un mito. Sto assistendo alla rapida riscrittura di una sceneggiatura mediocre, con gli stessi autori che fingono di non riconoscere la propria calligrafia. Il rumore che sento non è quello di un eroe che crolla, ma di pagine strappate in fretta, prima che qualcuno abbia il cattivo gusto di rileggerle.

 

 

(5 febbraio 2026)

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