di Giovanna Di Rosa
I manifestanti sono accusati dal regime di essere contro dio, e si riferiscono al dio che gli Ayatollah senza dio e senza morale si sono costruiti per perpetuare un potere assassino, misogino, omofobo e corrotto e mantenere i loro privilegi economici e sociali sulle pelle di 90 milioni di iraniani sempre più poveri, sempre più senza lavoro, sempre più vessati.
Secondo l’Ong Hrana i morti sono 538 gli arresti più di diecimila.
E’ la faccia tosta del regime teocratico, l’ennesimo presidente-fantoccio noto come Masoud Pezeshkian, a sostenere le accuse contro i soliti “nemici stranieri” (Stati Uniti e Israele) che vorrebbero “seminare caos in Iran” sostenendo quei gruppi che con sfrontatezza indescrivibile ha il coraggio di definire “terroristi” – lui che è presidente di un regime terrorista che sostiene il terrorismo – e li accusa di essere “responsabili di violenze, incendi di moschee e attacchi a beni pubblici” in corso questi giorni.
Non abbiamo bisogno delle prove per dichiarare senza esitazione che si tratta delle solite menzogne per continuare a colpire la società civile iraniana ammazzando e imprigionando indiscriminatamente cittadini che vogliono la libertà.
Le autorità di Teheran, a dimostrazione di quanto poco importi loro degli iraniani, si preoccupano di avvertire che se Washington dovesse colpire l’Iran come ipotizzato dal presidente Donald Trump, Stati Uniti e Israele diventerebbero “obiettivi legittimi”, come sono sempre stati da decenni a questa parte. Ma questa volta il regime d’argilla fa la voce ancora più grossa e minaccia basi, navi e interessi americani nella regione lasciando trapelare l’intenzione di possibili azioni preventive.
Per il 12 gennaio è stata organizzata quella che è stata definita ipocritamente una contromanifestazione che radunerà in tutto il paese lo scagnozzume al servizio di Khamenei e dei suoi pari la più importante delle quali, per denunciare le proteste in corso, si terranno in piazza Enqelab, nel centro di Teheran, a partire dalle 14 ora locale.
Lo riporta l’agenzia di stampa Irna.
Si leva frattanto, tanto da alcuni settori della società iraniana, quanto da certa politica internazionale, l’invito a Reza Pahlavi figlio dello Scià defunto (e corrotto) ultimo dittatore di Persia prima dell’arrivo di Khomeini (accolto come una divinità da quattro milioni di persone, se non ricordiamo male, e continuiamo a vedere gli effetti di quella cecità) a ritornare in patria, con lo stesso Pahlavi a promettere salvifiche soluzioni semplicemente con il suo ritorno.
Vale la pena tornare indietro nel tempo.
Un apparato di potere brutale scollato dalla realtà
(Ricostruzione originale realizzata grazie ad informazioni organizzate con l’aiuto dell’IA)
E’ stato l’ultimo Re dei Re, Mohammad Reza Pahlavi, che veniva definito sovrano “illuminato” dal solito occidente, perché amava benre champagne con i suoi leader. Un uomo che indossava scarpe con rialzo per colmare un’ossessiva insicurezza sulla propria statura, che dietro sfarzose celebrazioni di Persepoli, una moglie di folgorante bellezza, il suo perfetto francese e modi garbatissimi celava si celava un apparato di potere brutale e scollato dalla realtà. Era stato messo lì, pare, dagli USA per evitare il dilagare dell’integralismo islamista a dimostrazione di quanto alla Casa Bianca abbiano naso.
Reza Pahlavi non si fece mancare nulla
Si inventò, questo grande sovrano principe di democrazia, con la benedizione di CIA e Mossad, un brutale sistema di repressione noto come SAVAK, il servizio segreto istituito nel 1957 che si trasformò in breve in una Gestapo mediorientale. Come denunciava Amnesty International già negli anni ’70, la SAVAK utilizzava sistematicamente torture medievali: dalla bastinado (le percosse alle piante dei piedi), allo strappado (sospensione per le braccia) fino all’elettroshock. Erano protagoniste delle brutalità le tristemente sempre più famose carceri di Evin che grazie alla Commissione Anti-Sabotaggio, si riempiva di migliaia di dissidenti veri o presunti, dai marxisti del Tudeh ai religiosi, che come nella migliore tradizione delle dittature sudamericane, sparivano nel nulla o venivano restituiti alle famiglie come gusci vuoti.
Con un certo spudorato coraggio, la spudoratezza è caratteristica delle dittature, lo Scià definiva il suo regime con l’aulico nome di Rivoluzione Bianca, piano di modernizzazione forzata [sic] che avrebbe dovuto emancipare le donne e distribuire terre, ma tutto finì nelle tasche delle solite clientele, perché anche chi corrompi prima o poi ti presenta il contro, con la ridicola riforma agraria che andò ad arricchire la solita élite leccaculista vicina alla corte, mentre milioni di contadini furono costretti a vivere nelle baraccopoli di Teheran.
Poi lo Scià ebbe l’ottima idea di celebrare i 2500 anni della monarchia di Persia, nel 1971, che costò allo stato 100 milioni di dollari dell’epoca (circa 800 milioni di € di oggi) mentre i villaggi circostanti Persepoli, luogo scelto per lo show, mancavano di acqua potabile. Lo Scià nemmeno se ne preoccupò tanto era impegnato a far arrivare il catering in aereo direttamente da Parigi (da Maxim’s). Quintali di caviale e vini pregiati vennero serviti sotto tende di seta climatizzate per capi di Stato che, a vedere come ti trattano dopo che li hai invitati alla tua festa, pochi anni dopo lo avrebbero scaricato.
Pahlavi riprese il potere con un golpe
Era il 1953 e allo Scià non era riuscito a defenestrare l’odiato primo ministro nazionalista Mossadeq e dovette fuggire a Roma. Fu grazie a un colpo di stato orchestrato dai servizi anglo-americani per proteggere gli interessi petroliferi che riuscì a tornare sul trono, ma fu un Re-ietto al servizio degli interesse stranieri preludio alla rovina che lo avrebbe perduto e aprendo la strada all’orrenda teocrazia di Khomeini.
Tra i tre e i sei milioni di persone per il ritorno di Khomeini nel 1979
La geniale trovata di Reza Pahlavi e dell’Occidente, favorì nel 1979 il ritorno dell’Ayatollah Khomeini a Teheran, il 1° febbraio, in quello che è ricordato come uno dei più imponenti raduni di massa della storia contemporanea. Una marea umana – le stime del tempo sul numero di persone che lo accolsero variano a seconda delle fonti, ma si oscilla tra i 3 e i 6 milioni di persone (3 milioni per le fonti occidentali) assiepate lungo il percorso di 33 chilometri che dall’aeroporto di Mehrabad arriva fino a Tehran.
In totale tutte le fonti sono concorsi nel parlare di oltre sei milioni di iraniani scesi in strada festanti pensando di celebrare il ritorno di un salvatore, tanto che l’ultimo tratto di strada non fu percorribile per l’auto che trasportava Khomeini e l’Ayatollah fece gli ultimi chilometri in elicottero. Il resto è storia recente e non ve la dobbiamo raccontare noi.
(11 gennaio 2026)
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