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La tentazione, di fronte a ciò che accade tra Israele e Palestina, è sempre la stessa: semplificare

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Ridurre tutto a uno scontro binario, scegliere un campo, indignarsi a intermittenza e poi dimenticare. Ma la realtà, se la si guarda senza filtri ideologici e senza le pigrizie del conformismo diplomatico, è molto più scomoda. E soprattutto, impone una domanda che la politica continua sistematicamente a evitare: qual è oggi una prospettiva credibile di pace e giustizia?
Per decenni la risposta è stata la stessa. Due Stati, due popoli. Una formula che ha finito per trasformarsi in riflesso automatico della diplomazia internazionale, ripetuta meccanicamente anche quando le condizioni materiali per realizzarla si stavano sgretolando sotto i piedi di chi la invocava. Sul terreno, quella formula si è svuotata di ogni contenuto reale. In Cisgiordania, l’attuale governo israeliano ha approvato 68 nuovi insediamenti in soli tre anni, portando il numero complessivo di colonie ufficiali a circa 210, con 750.000 coloni che vivono illegalmente nel territorio occupato, compresa Gerusalemme Est. Il piano per l’area E1, a est di Gerusalemme, mira ad ampliare l’insediamento di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata, dividendo fisicamente in due la Cisgiordania e recidendo in modo permanente la continuità urbana palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est e Betlemme.

Non si tratta di ostacoli tecnici da superare con buona volontà, si tratta di una strategia sistematica di cancellazione dello spazio fisico su cui uno Stato palestinese dovrebbe sorgere.
Dentro questo processo di demolizione materiale di qualsiasi prospettiva di due Stati, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato apertamente che la nuova iniziativa di insediamento mira a bloccare la formazione di uno Stato palestinese, che a suo dire rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza di Israele. Non è una dichiarazione sfuggita per errore, è la politica dichiarata di un governo sorretto dalla destra messianica e religiosa, che usa la lingua dello Stato di diritto per demolirlo pezzo per pezzo. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, esponente dell’ala di estrema destra dell’esecutivo, ha definito questo ritmo di espansione coloniale “a livelli record”, con dichiarata soddisfazione.

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Nel frattempo, la realtà si è già mossa in un’altra direzione rispetto alle promesse dei negoziati. Tra Israele e i territori palestinesi esiste di fatto una struttura unica di controllo: della sicurezza, dell’economia, delle risorse. Ma è uno spazio senza uguaglianza, segnato da diritti radicalmente diversi a seconda dell’etnia di chi li rivendica, e da una tensione permanente che è il prodotto diretto di questa disuguaglianza strutturale. È proprio questa contraddizione, accumulata per decenni e ora portata all’estremo dall’attuale governo israeliano, che rende inevitabile un cambio di paradigma.

Continuare a evocare la soluzione dei due Stati senza interrogarsi sulla sua praticabilità concreta è diventato un alibi. Non regge più sul piano politico, non regge più sul piano geografico, non regge più sul piano morale. E allora diventa necessario avere il coraggio di guardare oltre, verso una prospettiva che oggi appare lontana ma che è, nella logica dei fatti, l’unica capace di tenere insieme sicurezza e diritti: una struttura federale israelo-palestinese, laica, democratica, binazionale e questa, nell’Unione Europea.

Non si tratta di un esercizio teorico né di un’utopia consolatoria. Una federazione significherebbe istituzioni condivise, doppia legittimità democratica, uguaglianza dei diritti senza discriminazione etnica o religiosa, sicurezza garantita da un sistema integrato e una Gerusalemme capitale comune, sottratta alla logica della sovranità esclusiva e delle rivendicazioni identitarie che alimentano il conflitto. Significherebbe passare dalla separazione alla convivenza strutturata, dalla logica del confine a quella della responsabilità condivisa. Nessuno si nasconde la difficoltà di questo percorso. Richiede leadership che oggi non esistono, fiducia che oggi manca, pressione internazionale che oggi è insufficiente e in parte deliberatamente sabotata. Ma la storia insegna che le soluzioni più complesse diventano politicamente praticabili quando tutte le alternative hanno mostrato i loro limiti. E oggi, una dopo l’altra, lo stanno mostrando.

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In questo quadro, l’Europa non può continuare a restare sullo sfondo fingendo neutralità. L’Unione Europea è l’unico attore che, per storia e per il modello di integrazione che incarna, può proporre una via fondata su diritti, cooperazione e corresponsabilità istituzionale. Il Partito Socialista Europeo e con esso il Gruppo Socialista al Parlamento Europeo, ha oggi l’opportunità e il dovere di fare un passo avanti che vada oltre la ripetizione di formule esaurite. Deve iniziare a costruire una proposta federalista concreta, capace di tenere insieme pace e giustizia per la Palestina e sicurezza per il popolo israeliano. Una proposta che non pretenda di essere immediata, ma che tracci una direzione politica nuova e dia voce a chi, da entrambe le parti, rifiuta la logica della guerra permanente.

Non si può però ignorare la responsabilità politica interna a Israele. La deriva degli ultimi anni, segnata dalla leadership di Benjamin Netanyahu e dal peso crescente delle forze della destra religiosa e ultranazionalista, ha sistematicamente aggravato il conflitto, irrigidito le posizioni e ridotto gli spazi di dialogo fino a renderli irriconoscibili. In una democrazia, il cambiamento passa anche dalle urne. Per questo è legittimo auspicare nuove elezioni in Israele che possano aprire una fase diversa, capace di rimettere al centro una prospettiva politica anziché la sola logica securitaria, che ha prodotto solo altra violenza e altra distruzione.

Ma la politica, da sola, non basta. Senza giustizia non esiste pace duratura, e questo non è un principio astratto ma una lezione che la storia contemporanea ha confermato ogni volta che si è tentato di costruire stabilità sopra l’impunità. Per questo è necessario affermare che chi ha commesso crimini, sia questo israeliano, palestinese o libanese, deve risponderne davanti al diritto internazionale, senza eccezioni e senza protezioni politiche. La Camera d’Appello della Corte penale internazionale ha confermato i mandati di cattura nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, emessi il 21 novembre 2024, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, respingendo le richieste di Tel Aviv di sospendere l’inchiesta e di neutralizzare gli effetti giuridici delle accuse. Questo processo deve fare il suo corso, senza interferenze politiche e senza i doppi standard che da decenni infettano la credibilità della giustizia internazionale. Gli Stati Uniti hanno risposto ai mandati imponendo sanzioni ai magistrati della CPI, inserendoli nella stessa lista nera che comprende individui associati al terrorismo, con il risultato che alcune aziende hanno bloccato servizi essenziali alla Corte. Questa è la misura di quanto sia difficile e quanto sia necessario difendere l’autonomia della giustizia internazionale dalla pressione dei potenti. Il Partito Socialista Europeo deve schierarsi senza ambiguità in questa battaglia.

Allo stesso modo, ogni atto di violenza commesso in Cisgiordania, da qualunque parte provenga, deve essere perseguito, giudicato e sanzionato. Non può esistere una zona grigia in cui la violenza resta impunita perché chi la esercita gode di copertura politica o militare. Senza responsabilità penale, il diritto perde senso e la spirale del conflitto si autoalimenta.

Non si tratta di scegliere tra Israele e Palestina come se fossero squadre di una competizione. Si tratta di scegliere tra due futuri possibili: uno fatto di conflitto permanente, disuguaglianza strutturale e radicalizzazione reciproca; l’altro fondato su convivenza, pari diritti e responsabilità condivisa. Il primo è già sotto i nostri occhi, ogni giorno, nei numeri dei morti e nella cartina che si restringe. Il secondo sembra lontano.

Ma è precisamente quando appare irraggiungibile che diventa necessario iniziare a costruirlo con strumenti politici seri, non con dichiarazioni rituali. Il Partito Socialista Europeo, se vuole essere fedele alla propria storia e ai valori che proclama, non può sottrarsi a questo compito.

 

 

(30 marzo 2026)

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