di Marco Maria Freddi
La notizia che Francia, Germania e ora anche l’Italia, chiedono le dimissioni di Francesca Albanese dalla carica di relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi, non dovrebbe suscitare nelle sinistre democratiche alcun moto di difesa istintiva. Anzi. Dovrebbe spingerci a una riflessione scomoda ma necessaria: una sinistra di governo non può, se vuole costruire percorsi di pace e giustizia in politica estera, schierarsi accanto a chi confonde la denuncia dei crimini con la demonizzazione di un popolo.
Le parole che hanno scatenato la reazione diplomatica europea, Israele definito “nemico comune dell’umanità” sono state oggetto di una querelle semantica. Albanese sostiene che il riferimento fosse al “sistema” che abilita il genocidio, non allo Stato ebraico in quanto tale.
Ma questa è una difesa tecnica che elude il problema politico reale. Un relatore ONU non può permettersi ambiguità che prestino il fianco a strumentalizzazioni, soprattutto quando parla a una platea che include rappresentanti di Hamas e del regime iraniano, entrambi presenti al Forum di Al Jazeera a Doha.
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Leggi l'articolo →Il ministro francese Barrot ha ragione quando afferma che le parole di Albanese “prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e in quanto nazione” . Questa distinzione è fondamentale per chi, come me, ritiene che la critica all’occupazione e alla politica di Netanyahu debba essere feroce ma rigorosa, ancorata al diritto internazionale e non alla retorica emotiva.
Nel Medioevo europeo, grazie alla Chiesa Cattolica e il clero locale gli ebrei venivano accusati di “libelli del sangue”, l’omicidio rituale di bambini cristiani. Oggi assistiamo a una retorica che dipinge sistematicamente Israele come colpevole di prendere di mira intenzionalmente donne e bambini palestinesi, ignorando la complessità operativa dei conflitti urbani e le precauzioni (pur insufficienti) prese dalle forze armate israeliane ma questa storia è cruciale per comprendere come la demonizzazione di un gruppo attraverso l’accusa di violenze contro i più deboli (donne e bambini) sia un meccanismo ricorrente nella storia dell’odio, che oggi si manifesta in nuove forme ma con la stessa logica profonda.
Questo non significa negare le vittime civili di Gaza, tragiche e inaccettabili. Significa distinguere tra conseguenze della guerra e accusa di intenzionalità omicida contro donne e bambini, che riprende schemi antichi di odio razziale. La demonizzazione serve a disumanizzare, a giustificare violenza altrimenti inaccettabile, a impedire la comprensione razionale necessaria alla pace.
Ma c’è un episodio precedente che, per una sinistra democratica e di governo, dovrebbe essere ancora più allarmante. A novembre, commentando l’assalto squadristico alla redazione de La Stampa da parte di attivisti pro-Palestina, Albanese ha parlato di “monito” per i giornalisti, affermando che l’episodio dovrebbe servire perché la stampa “torni a fare il proprio lavoro”.
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Leggi l'articolo →Nessuna causa, per quanto giusta, può giustificare la violenza contro la stampa o suggerire che i giornalisti “se la siano cercata”, questo è il linguaggio dell’intolleranza, non della democrazia. Una sinistra che ambisce al governo dei problemi e dei fenomeni, non può minimizzare, la libertà di stampa è un pilastro non negoziabile della democrazia, e chi la mete in discussione, anche con ambiguità, si colloca fuori dal campo progressista.
Sono molti i temi su cui la sinistra democratica e di governo italiana si sta spostando su posizioni che inseguono l’illusorio “fatuo consenso” e non la costruzione dello spirito critico. Sulla Palestina, in particolare, assistiamo a una deriva per cui la solidarietà ai palestinesi si trasforma in giustificazione di ogni forma di violenza, e la critica a Israele in negazione del suo diritto a esistere.
Questa deriva non aiuta i palestinesi. Anzi, li danneggia. Perché la pace non si costruisce con la demonizzazione, ma con il riconoscimento reciproco. E perché una sinistra che appare complice della violenza, verbale o fisica, perde la credibilità necessaria per governare e per mediare.
La richiesta di dimissioni di Albanese non è, o non dovrebbe essere, una vittoria della destra. Dovrebbe essere l’occasione per la sinistra per fare chiarezza e per dire sì a una politica estera che riconosca i crimini di guerra, che esiga il rispetto del diritto internazionale, che sostenga lo Stato palestinese. No a chi confonde la denuncia con la demonizzazione, la solidarietà con la giustificazione della violenza.
Il portavoce dell’ONU Stéphane Dujarric ha ricordato che “non siamo sempre d’accordo con tutto quel che dice Albanese, ma sta agli Stati membri usare il meccanismo in piedi per dissentire” . Questo è vero. Ma è anche vero che quando un relatore speciale diventa parte del problema, alimentando polarizzazioni, giustificando violenze, usando linguaggi ambigui che prestano il fianco all’antisemitismo, allora la sua utilità istituzionale è esaurita.
Francesca Albanese è diventata un simbolo di una certa sinistra, non di goverso, che confonde l’intransigenza con la radicalità, e la radicalità con la giustizia. Ma la giustizia richiede precisione, rigore, rispetto delle istituzioni. Richiede di distinguere tra critica legittima e demonizzazione, tra solidarietà e complicità con la violenza.
Una sinistra di governo deve saperlo. Deve avere il coraggio di dire che Albanese è parte del problema, mai della soluzione. Perché solo così potrà costruire quella pace e quella giustizia che, lo sappiamo bene, non nascono dall’odio, ma dal riconoscimento dell’altro.
(13 febbraio 2026)
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