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Il Cercopiteco di Gianfranco Maccaferri: “Il Bullo da Playstation dedito alle stragi”

(ANSA/AP Photo/Thibault Camus)
(ANSA/AP Photo/Thibault Camus)

di Gianfranco Maccaferri  twitter@gfm1803

 

 

 

 

 

Questa è la storia di un bullo di periferia un po’ cresciuto (26 anni!) al quale piace la vita disimpegnata e allegra: vestiti di marca, sempre belle ragazze, una fortuna spesa per essere bello, le canne a qualsiasi ora del giorno, mai perso una partita di Champions, tanti soldi facili guadagnati prostituendosi con uomini nei club gay, la birra Jupiler bevuta a litri, le tre del pomeriggio l’orario del risveglio, nessun lavoro, pomeriggi passati nel bar a giocare alla play station, a ridere, scherzare, a bestemmiare, a spacciare hashish… E poi ancora bagordi.

 

Il protagonista è un giovane uomo che vive alla giornata, che si fa scivolare addosso le difficoltà della vita quotidiana o che fatica a vedere il suo futuro, la sua strada, che sa cosa desidera nell’immediato, ma non sa quale è il suo progetto di vita.

 

È un ragazzo (ma oggi quando si diventa uomini? a 35 o 40 anni?) a cui non è mancato nulla: una buona famiglia, gli studi, un diploma, poi un lavoro, una fidanzata ufficiale.

 

Eppure si è perso nei meandri della nostra società, nel suo edonismo a basso costo, nella realtà di una playstation dove sei guerriero, combatti perché è divertente e se perdi sei ucciso, ma non muori!

 

A proposito di questo ragazzo, è interessante conoscere le testimonianze rilasciate dai numerosi amici, dalla fidanzata ufficiale, dai baristi dei locali notturni da frequentati, dai fedeli amici di famiglia, dagli ex colleghi di lavoro.

Gli amici:
“”Trascorreva le giornate nel bar a fumare hashish e a giocare alla Playstation, si faceva due, tre, quattro Jupiler di seguito. Si svegliava alle tre del pomeriggio perché usciva ogni sera con una ragazza diversa e soprattutto “europee”, l’ultima era inglese”.

“Si faceva le canne, spendeva una fortuna per sbiancarsi i denti, non si perdeva una partita di Champions, rideva sul terrazzo del bar quando si parlava di terroristi e kamikaze. Un simpaticone molto legato alla famiglia, ma un rubacuori che solo una volta sembrava esserci cascato, che si fosse innamorato, ma poi l’aveva lasciata”.

“Un ragazzo che amava vestiti di marca, divertirsi, che andava pazzo per la birra Jupiler. A lavorare ci aveva provato, ma non era durata. Per 18 mesi, tra il 2009 e il 2011, aveva fatto contento il padre tramviere e aveva lavorato come tecnico alla società dei trasporti del comune, ma poi si era fatto licenziare: troppe assenze e ritardi. Da allora passava il tempo nei bar.”

Il barista di un club frequentato da gay:
“Noi lo prendevamo per un ragazzo di vita, sempre in giro e sempre in compagnia di un certo tipo di persone, un bel ragazzo al quale piaceva flirtare con gli omosessuali. Frequentava soprattutto la zona del centro storico”.

La fidanzata ufficiale, conosciuta nel 2007 quando lei aveva 15 anni e lui 18, racconta: “Un festaiolo che si divertiva tutti i fine settimana, girava per locali,  era gentile, attento nei miei confronti, ma sapevo che aveva delle cattive frequentazioni. Anche i suoi amici erano dei festaioli, non ne avevo sentito parlare bene e avevano precedenti penali. Volevo che si allontanasse da queste persone. Negli ultimi tempi era cambiato molto. Ha avuto dei genitori che gli hanno dato una buona educazione e lui ha distrutto le loro vite e la mia”.

Un amico di famiglia, credente molto praticante:
“Lui non ha mai messo piede nella moschea del quartiere, mai mostrato, nemmeno per sbaglio un atteggiamento religioso”.

I dipendenti comunali dove lavora un fratello:
“Siamo lontani dai cliché della famiglia i cui ragazzi hanno abbandonato la scuola o con problemi economici. Lui e i suoi fratelli, ma anche le due sorelle, sono stati tutti a scuola. Ognuno aveva avuto l’opportunità di un lavoro. Secondo l’ultima dichiarazione dei redditi, avevano un imponibile di oltre 100.000 euro, non certo quello di una famiglia che vive nel bisogno. Agli occhi di tutti erano una famiglia senza problemi, una famiglia senza ombre”.

Per correttezza riportiamo anche la testimonianza del fratello, dipendente comunale, che si dichiara non praticante:
“Mio fratello non mancava mai ai suoi obblighi religiosi, pregava e non beveva alcool. Andava spesso in moschea, ma si vestiva normalmente”.

 

Da qui inizia un’altra storia, parallela a quella raccontata sino ad ora, una storia opposta, ma il protagonista è lo stesso: Salah, l’unico attentatore di Parigi del 13 novembre 2015 sopravissuto e poi sfuggito alla polizia e ai servizi segreti non solo francesi o belgi, ma a quelli di mezzo mondo. Questo bullo di periferia più che dedito al religioso o all’immolarsi per una causa, appare uno dei prototipi del postmodernismo, non più l’uomo della produttività e del lavoro o dal progetto importante da perseguire, ma l’uomo del consumo edonistico: appare dalle testimonianze evidente l’atteggiamento estetico e il sistema di vita motivato dalla ricerca del piacere fine a se stesso! Bere, bestemmiare, drogarsi, prostituirsi con uomini, rubare, non adempiere ad alcuna prescrizione religiosa, frequentare sempre ragazze diverse, spendere molti soldi per essere bello, frequentare i night più esclusivi… Tutto ciò è vivere la vita in modo forte, ricercare il divertimento e il piacere in modo esasperato, oltre le proprie possibilità. Una morale (?) edonistica che certamente nulla concede alla severità quotidiana pretesa da chi predica una vita basata su antichi dettami religiosi.

 

Ma… Ci sono sempre molti “ma” quando si ha a che fare con un ipotetico sdoppiamento della persona, infatti esiste la “tagyia”, ovvero la dissimulazione ampiamente praticata dal regime iraniano e divulgata da Isis: tutto è lecito, soprattutto bere, fumare, vestirsi all’occidentale, tagliarsi la barba, profumarsi, andare in discoteca, tutto pur di ingannare polizia, amici e familiari. Non essendo elencati limiti nella descrizione della “tagyia”, tutto è lecito e il fine giustifica i mezzi! Se così fosse la “tagyia” sarebbe stata applicata senza grandi sforzi da parte del 26enne, praticamente ha continuato a fare la sua vita di sempre!

 

Salah era finito in carcere per rapina e lì aveva incontrato Abdelhamid Abaaoud, l’ipotetica mente degli attentati di Parigi, ma era il 2011. La fidanzata ufficiale di Salah testimonia: “Nel dicembre del 2014 mi ha detto di voler andare in Siria per aiutare le donne, i bambini”.

 

La carta di credito prepagata di Salah racconta molto dei suoi spostamenti: il 31 luglio 2015 è entrato in Italia dalla Svizzera, si è imbarcato su un traghetto a Brindisi il 1° agosto. Il 4 agosto è stato fermato a Patrasso, in Grecia, ma il 5 Salah è tornato a Bari, il 9 agosto ha attraversato la frontiera con l’Austria e la Germania. Insomma, in Siria non ci è mai stato! O così pare.

 

I viaggi dalla scorsa estate sembrano susseguirsi: dal suo distretto di Molenbeek a Bruxelles, Salah è partito all’inizio di settembre diretto verso l’Est Europa e, una seconda volta, alla fine di settembre.
“A settembre ha percorso migliaia di chilometri in tutta Europa per raccogliere gli altri terroristi e il materiale utilizzato negli attentati” è quanto ritengono gli inquirenti e secondo ciò che riferisce la tv francese TF1. Gli investigatori sospettano che Salah abbia preso in affitto almeno due veicoli per andare a prendere gli altri membri del commando in Germania, Austria e Ungheria. A questo si è riusciti a risalire seguendo i movimenti bancari e il Gps delle auto prese a noleggio.
Il portavoce della procura federale Belga ha detto – “I due fratelli non mostravano segni di possibile minaccia, anche se li avessimo segnalati alla Francia, dubito che li avrebbero arrestati”.
Nell’ultimo periodo Salah e un suo fratello erano finiti in una lista di 800 persone “a rischio” stilata dall’antiterrorismo belga. In Belgio, Salah era schedato nella categoria 36.2 (reati comuni) e 36.3 (terrorismo).

 

L’unica certezza è che la carta di credito poi non viene più utilizzata fino all’11 novembre scorso quando Salah effettua numerosi prelievi e poi versa 700 euro per l’affitto dell’appartamento nel residence di Alfortville, vicino Parigi. Salah ha noleggiato anche, sempre a suo nome, la Polo e la Clio usate durante gli attentati e prenotato le camere d’albergo usate dai terroristi. La localizzazione del bancomat dimostra che è di nuovo in Belgio, nel quartiere di Molenbeek, dove trascorre il 12 novembre e poi subito torna nella capitale francese, questa volta per partecipare al massacro. Salah lascia tracce evidenti, coscientemente, forse premeditatamente per far sapere come in Europa ci si possa muovere, trasportare chiunque e di tutto per organizzare degli attentati?

 

Secondo la testimonianza resa agli investigatori dalla fidanzata ufficiale, pochi giorni prima del 13 novembre la coppia era in un ristorante di Bruxelles quando Salah è improvvisamente scoppiato in lacrime. La giovane ha anche riferito che in quei giorni il ragazzo era insolitamente emotivo. Il suo vivere degli ultimi 3 mesi è costruito come se non fosse previsto o calcolato un suo ritorno alla normalità, come se tutto fosse incontrovertibile. In realtà, all’alba della notte seguente gli attentati, nessuno ancora sa che c’è un terrorista sopravvissuto. A metterci al corrente, incredibilmente, è proprio l’ISIS. Gli uomini del Califfato emettono una sorta di comunicato in cui parlano di “8 fratelli” coinvolti negli attentati che sono avvenuti negli arrondissements 10, 11 e 18. Ma i corpi dei terroristi rivenuti sono solo 7 e per di più nel 18° arrondissement non c’è stato alcun attentato.

 

Aveva quindi Salah deciso di morire a Parigi e solo all’ultimo un sussulto del suo essere vivo e vitale gli ha impedito di fare la scelta finale?

 

La conferma potrebbe essere il ritrovamento di una cintura esplosiva a Montrouge, in rue Chopin, la stessa zona in cui è stato localizzato l’ultima volta il cellulare di Salah a Parigi la notte del 13 novembre.

 

Quella sera, alle 21:59, la Clio nera noleggiata a suo nome transita dalla porta di Clignacourt. Salah trasporta i 3 kamikaze allo Stade de France e parcheggia l’auto in piazza Albert-Khan, XVIII arrondissement. Lo stesso in cui viene localizzato il suo cellulare. Seguendo la traccia del segnale telefonico, si arriva a Montrouge-Chatillon, dove è probabile sia stato “recuperato”. Salah, che non si è fatto uccidere e non si è ucciso, resta in zona per almeno 4 ore dopo gli attentati, nel caos che improvvisamente invade l’11° e il 10° arrondissement di Parigi. A quel punto fa 4 telefonate in Belgio a degli amici e chiede che lo vadano a recuperare a Parigi e lo riportino a casa.

 

Questo dimostrerebbe che la fuga di Salah sicuramente non è stata premeditata, né tantomeno organizzata. “Pronto, puoi aiutarmi? Puoi venire a prendermi a Parigi? Ti pago la benzina e i pedaggi”. Così Salah ha chiesto aiuto quella notte a un amico a Bruxelles, Hamza Attou, 21 anni,per tornare nella capitale belga; lo riferisce I., amico di Attou, che quella notte ha assistito alla telefonata di aiuto di Salah, poco dopo le 22, mentre gli attacchi erano ancora in corso. Secondo questa testimonianza, dunque, Attou, senza auto, avrebbe a sua volta chiesto a Mohamed Amri, 27 anni, di andare insieme a Parigi con la Golf di quest’ultimo. Verso le 5 del mattino, prelevano Salah nel quartiere Barbes, non lontano da dove è stata abbandonata la Clio, e ripartono per il Belgio. Nella notte la golf con a bordo Salah viene fermata a un posto di blocco nei pressi di Cambrai, dove vengono controllati i passaporti. Sono le 9 del mattino del giorno successivo agli attacchi, anche se uno dei tre risulta avere precedenti penali, la polizia francese non l’ha fermato. Nemmeno un dubbio, una perplessità su quel terzetto di arabi che all’alba di una notte di sangue sta rientrando proprio dalla Francia in Belgio.

 

I tre si sono anche fermati a fare benzina, le telecamere hanno ripreso Salah che tranquillamente entrava all’autogrill…

 

Arrivato a Bruxelles, Salah si fa scaricare dai due amici e successivamente viene prelevato intorno a mezzogiorno da un altro amico, Ali Oulkadi, che lo porta in macchina dalla zona di Laeken a quella di Schaerbeek. Secondo Oulkadi, Salah ha il viso “pallido e segnato”. Non parla del suo ruolo negli attentati, ma chiede all’amico quante persone sono morte. E quando Oulkadi gli chiede che fine abbia fatto il fratello Brahim, Salah risponde (riporto le parole dell’avvocato belga di Oulkadi) che “aveva ucciso delle persone a Parigi e si era fatto saltare in aria”. Ad un certo punto Salah ha detto all’amico “Fermati, aspetta cinque minuti finché non me ne sono andato. Non mi rivedrai più”.
E da allora se ne sono perse le tracce.

 

Poi le decine di segnalazioni, false informazioni, depistaggi, imbarazzi ufficiali: Salah che scappa dentro un armadio in un finto trasloco, Salah arrestato nella metropolitana, Salah è in Siria, Salah in carcere collabora con gli inquirenti, Salah il ricercato numero uno che si fa beffa di tutti servizi europei, Salah ricercato anche da Isis, Salah protetto in Europa dalla rete del califfato, Salah che non c’è più!

 

Tutto appare come un lungo gioco alla playstation, con nel sangue e nel cervello l’euforia, l’esaltazione, la lucidità, il rilassamento del captagon… Ma a Parigi i 130 morti, i 350 feriti e lo strazio di milioni di persone incredule pretendono di conoscere, di capire la realtà e non flash back di un racconto che pare un gioco da play station.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(3 febbraio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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