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68a Mostra del Cinema di Venezia, dal nostro inviato 8

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Prima di occuparmi dell’agognato, e finalmente visto ieri, FAUST di Alexander Sokurov, accennerò ad alcuni premi di consolazione, come si diceva una volta, e ad alcune speranze infrante.

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Scordiamoci CARNAGE perché gli è stato assegnato il Leoncino d’Oro AGISCUOLA, e fuori uno: a TERRAFERMA, il premio dei critici cinematografici “Francesco Pasinetti”, il FUTUR FILM FESTIVAL DIGITAL AWARD,  per meriti tecnici a FAUST, e ne parlerò sotto. Nota gioiosa il QUEER LION al bellissimo WILDE SALOME di Al Pacino.

 

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Veniamo ora allo straordinario film di Sokurov, ultima parte della tetralogia sul potere, dopo Moloch, Taurus, Il sole. La pellicola si inizia con una sorta di onirico prologo in cielo, con uno specchio sospeso, e poi con una visione a volo d’uccello di monti sino alla cittadina su cui incombe un’enorme montagna. Faust (Johannes Zeiler) sta compiendo una cruentissima dissezione alla ricerca dell’anima, Wagner (Georg Friedrich) lo aiuta. Faust va a trovare il padre, una specie di cerusico assassino; si reca poi dall’usuraio Mauritius (Anton Adasinskij) personaggio ambiguo ed inquietante, sulfureo, sicuramente demoniaco: ributtante quando lo vediamo nudo in mezzo alle lavandaie, il corpo dalle masse muscolari quasi incomprensibili, la forma come di una pera guasta, senza sesso evidente,  forse è in fondo alla schiena, ma  invece potrebbe essere una piccola coda… Cammina quasi zoppicando… Un incubo, come tutto il film. Tutto un po’ stravolto, riletto da Goethe, fra le righe come suggerisce il regista. C’è tutto il primo Faust, ma come sognato dai vari personaggi, il cui mondo onirico s’intrecci, si affastelli, si scontri. La taverna di Lipsia è un po’ diversa, qui Valentino muore accidentalmente con responsabilità colposa del macerato protagonista. L’ossessione per Margherita porta al patto demoniaco, la madre verrà avvelenata dall’usuraio, e la ragazza vivrà il suo peccato con il dottore. Dopo un viaggio sotterraneo Faust la troverà che già si strugge nei sensi di colpa, sulle rocce che attorniano un laghetto. Abbracciatala, sprofonderanno nell’acqua affondando e lasciando solo piccole onde circolari. Si assiste affascinati, catturati, avvinti da questo spaventoso incubo collettivo. Il film dura 134 minuti, la prima volta che ho guardato l’ora controllando la provenienza di una chiamata in arrivo sul cellulare silenzioso e vibrante, ne erano passati 120… e ne mancavano solo 14 alla fine! Il film è costellato di suggestioni estetiche, grazie agli obbiettivi grandangolati, le inquadrature oblique, i viraggi, in una visione molto espressionista; ho molto pensato a Dreyer: le visioni prendono le mosse da Bruegel, ma anche Durer, e finanche Tiziano; ho ritrovato inquietudini Hoffmanniane. Ci sono momenti altissimi come la morte di Homunculus, o tragicamente esilaranti come il carro dei porci ed il feretro incastrati; il viaggio a piedi dei due eroi, coperti di pesanti armature che stridono contro rocce aguzze e passaggi strettissimi di montagna, sino ad un paesaggio islandese di geyger quando Faust straccerà il risibile contratto e lapiderà l’usuraio, per poi continuare il suo viaggio verso la perdizione, sicuramente, degli altri che avranno a che fare con lui! In mezzo a tutto questo ”stream  of counscioness” collettivo, alcune lussuose apparizioni di Hanna Schygulla, moglie sempre scacciata dell’usuraio, che si deve essere divertita un mondo facendo due o tre camei da pazzerella.

 

Gli altri articoli di Emilio Campanella sulla 68a Mostra del Cinema di Venezia

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