di Marco Maria Freddi

Ma proprio per questo, dobbiamo dirci che l’alternativa non si costruisce inseguendo ogni protesta, ogni indignazione o ogni consenso di giornata. Si costruisce mettendo insieme giustizia sociale, diritti, lavoro, welfare pubblico e una politica estera capace di stare dentro la realtà internazionale, senza complessi di inferiorità ma anche senza fughe ideologiche. La sinistra deve diventare forza di governo, non limitarsi a essere una forza di opposizione. Il Partito Democratico e la sua segretaria Elly Schlein hanno confermato a più riprese una vocazione riformista che guarda a una sinistra di governo, pragmatica e ancorata alla realtà. Ma proprio per questo non possiamo far finta di non vedere gli errori politici commessi lungo questo percorso.
Il più grave, a mio avviso, è stato il No al referendum sulla separazione delle carriere. Per me quella riforma rappresentava prima di tutto una questione di civiltà giuridica e di equilibrio tra i poteri, oltre che uno strumento per rafforzare le garanzie dei cittadini, soprattutto di quelli più vulnerabili davanti alla macchina della giustizia. Il PD ha scelto di schierarsi contro la riforma e Elly Schlein ha guidato personalmente quella battaglia. È qui che continuo a vedere un problema politico.
L’opposizione al referendum si è inserita dentro una stagione nella quale la questione palestinese ha assunto un peso identitario molto forte nella mobilitazione contro il governo. Il rischio, per una sinistra che vuole governare, è perdere di vista la necessità di affrontare anche le riforme istituzionali e della giustizia con una propria proposta autonoma. A mio avviso, non si è trattato di difendere la Costituzione. Nel tentativo di mettere in difficoltà il governo, si è finito per rinunciare a una riforma che avrebbe potuto rafforzare le garanzie di un processo più equo per i cittadini, soprattutto per quelli più vulnerabili.
E il risultato politico è sotto gli occhi di tutti.
Dal mio punto di vista, abbiamo finito per privilegiare lo scontro politico con il governo rispetto alla costruzione di una riforma alternativa, ma, nonostante lo scossone del referendum, il governo Meloni è ancora esattamente dove lo avevamo lasciato.E qui arriviamo al nodo degli alleati. Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle hanno confermato nuovamente una posizione molto distante da quella del PD sulla politica estera. A Nova 2026 la base pentastellata ha discusso una proposta che chiede di interrompere l’invio di armi all’Ucraina, sostenendo che continuare a inviarle allontani la pace.
Anche la scelta di invitare Francesca Albanese a Nova 2026 è politicamente significativa. Non perché la sua presenza dimostri da sola l’impossibilità di un’alleanza, ma perché conferma il peso che la questione israelo-palestinese ha assunto nella costruzione dell’identità politica del Movimento 5 Stelle. È una linea che, a mio giudizio, pone interrogativi seri sulla possibilità di costruire una politica estera comune con il PD, soprattutto se l’obiettivo è tenere insieme solidarietà verso il popolo palestinese, condanna del terrorismo, diritto internazionale, sicurezza europea e responsabilità dell’Occidente.
Riforma elettorale, doppia mandata alla porta della democrazia: si vogliono chiudere dentro
di Massimo Mastruzzo Da 1.500 a 6.000 firme minime per ogni collegio. Quattro volte tanto. E contemporaneamente l'obbligo... →
È questo il punto. Una forza politica può avere un ruolo importante nell’opposizione mobilitando il dissenso. Ma una forza che aspira a governare deve dimostrare di saper trasformare quel dissenso in proposte concrete e responsabilità di governo. È la stessa distinzione che possiamo riconoscere nella mobilitazione di Tomaso Montanari in occasione del referendum. Il problema vero, allora, non è stabilire chi sia più puro a sinistra. È capire quali differenze siano compatibili con una politica di governo. Con Alleanza Verdi e Sinistra esistono differenze importanti, anche sulla politica estera, ma esistono anche terreni concreti di convergenza. Questo significa che uno spazio politico comune può esistere senza cancellare le differenze. La politica estera è il terreno sul quale questa compatibilità dovrà essere verificata. Una sinistra di governo non può confondere il pacifismo con la nonviolenza o con l’assenza di strategia, né trasformare l’antiamericanismo o l’antioccidentalismo in una politica internazionale.
Allo stesso tempo, non può accettare che la difesa dell’Occidente significhi accettare qualsiasi scelta compiuta dai suoi governi. La credibilità passa dalla capacità di tenere insieme democrazia, diritto internazionale, sicurezza, diritti umani e responsabilità europea. E lo stesso principio vale sul Green Deal e sulla crisi dell’energia. Il 17 settembre Schlein ha proposto a Meloni un confronto su clima ed energia e un piano per utilizzare circa 14 miliardi di euro di flessibilità europea, destinandoli a interventi su efficienza energetica, edilizia popolare, imprese, trasporto pubblico e reti elettriche. Conte, Bonelli e successivamente Fratoianni hanno criticato la disponibilità al confronto. Ed è proprio qui che emerge una differenza politica importante. Dialogare con chi governa non significa sostenerlo. Se una forza di opposizione propone una soluzione concreta su problemi che riguardano famiglie, lavoratori e imprese, deve essere pronta a confrontarsi con il governo anche quando lo considera un avversario. Altrimenti l’opposizione rischia di trasformarsi in un fine anziché in uno strumento per costruire un’alternativa.
Proprio per questo è arrivato il momento di una scelta di coraggio e di chiarezza che non può più essere rimandata: dobbiamo abbandonare Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle al loro destino. Non si può costruire un’alternativa credibile restando ostaggi del populismo, dell’indefinibilità politica e di un’incessante cultura della denuncia incapace di farsi proposta. Meglio andare soli, rivendicando la nostra identità riformista e parlando a quel 50% di italiani che non vota più, piuttosto che logorare la nostra vocazione di governo inseguendo chi preferisce la testimonianza ideologica alla responsabilità della realtà. Questa è la sfida vera.
Dimostrare che una politica progressista può governare senza rinunciare ai propri principi e senza confondere la radicalità delle idee con l’intransigenza dei comportamenti. E se una parte enorme del Paese non vota, la risposta deve tornare a essere concreta. Lavoro, sanità pubblica, casa, salari, energia, diritti e futuro.È su questi terreni che una forza progressista deve dimostrare di poter trasformare i propri principi in governo.
(20 settembre 2026)
©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata
