Roma
poche nuvole
26.7 ° C
27.2 °
25.4 °
77%
3.1m/s
15%
Gio
30 °
Ven
30 °
Sab
30 °
Dom
30 °
Lun
21 °

POLITICA

Pubblicità

ALTRA POLITICA

Pubblicità

ESTERI

Pubblicità
HomeCopertinaNazionalismo e nazionale marocchina. Diario di un viaggio che non è solo...

Nazionalismo e nazionale marocchina. Diario di un viaggio che non è solo geografia

Pubblicità
SEGUI GAIAITALIA.COM SU
Testo:


di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

A Casorate Sempione il bosco finisce poco prima delle case, poi cominciano le strade dritte, i cancelli, gli aerei che attraversano il cielo verso Malpensa. In questi giorni seguo le notizie dal telefono, mentre il padre di Laura è ricoverato a Varese e il nostro ritorno a Morro Jable è rimandato. Anche il calcio entra così nelle giornate, tra una visita e una telefonata, e mi tornano davanti le immagini della nazionale marocchina al Mondiale dello scorso giugno. Dopo l’impresa del 2022, quando il Marocco era diventato la prima nazionale africana a raggiungere una semifinale mondiale, i Leoni dell’Atlante hanno continuato il loro percorso. Nel 2022 in Qatar, nel 2026 in Nord America, dove sono arrivati fino ai quarti di finale, eliminando ai rigori i Paesi Bassi e battendo 3-0 il Canada prima di arrendersi alla Francia.

È stata una storia potente e non ho nessuna difficoltà a riconoscerlo. Milioni di persone si sono riconosciute in quella squadra e hanno provato un legittimo orgoglio. Il problema comincia quando l’orgoglio diventa una scorciatoia ideologica e una squadra di calcio viene trasformata nella prova che una nazione possa raccontarsi come un corpo compatto, autosufficiente, quasi impermeabile al mondo che l’ha attraversata. Perché guardando quella nazionale con un minimo di onestà, la storia è molto più complicata.

LEGGI ANCHE

Al Ballottaggio! Al Ballottaggio…. Contrordine, camerati… Non era vero niente

Dopo l'annuncio di 2500 posti di lavoro a rischio per l'indotto dell'ex-ILVA (fate voi il calcolo sul numero...

Nella rosa marocchina che nel 2022 arrivò per la prima volta in semifinale, 14 giocatori su 26 erano nati fuori dal Marocco. Quattro nei Paesi Bassi, tre in Belgio, due in Francia, due in Spagna, uno in Italia e uno in Canada. Nel Mondiale 2026 il fenomeno è diventato ancora più evidente: soltanto 7 dei 26 convocati erano nati in Marocco, mentre 19 erano nati all’estero, 18 dei quali in Europa. Anche la guida tecnica racconta questa stessa storia di mobilità e diaspora: Mohamed Ouahbi, il commissario tecnico del 2026, è nato in Belgio, mentre il suo predecessore Walid Regragui era nato in Francia, a Corbeil-Essonnes. Non sono dettagli marginali. Sono la storia concreta di una generazione nata dentro la mobilità, dentro le migrazioni, dentro famiglie che hanno attraversato confini che oggi i nazionalisti vorrebbero farci credere naturali e immutabili.

E qui sta il punto politico

Non contesto a nessuno di questi calciatori il diritto di sentirsi marocchino. Sarebbe una sciocchezza. Un’identità non è una concessione amministrativa e nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere una sola parte della propria storia. Contesto invece l’uso selettivo dell’identità nazionale, soprattutto quando si pretende di raccontare il successo della nazionale marocchina come un trionfo esclusivamente marocchino, cancellando il fatto che molti di quei giocatori sono nati, cresciuti, educati e formati professionalmente in società europee. La contraddizione è enorme e lo rivendico, il mio punto di vista, senza remore.

L’Europa che viene raccontata come decadente, colonialista, razzista o estranea viene contemporaneamente utilizzata come spazio di formazione, scuola, sanità, infrastrutture, mobilità e opportunità. Le famiglie migranti marocchine hanno costruito una parte della propria storia in Europa e l’Europa ha costruito, nel bene e nel male, una parte di quella generazione di calciatori. Poi arriva il momento della vittoria e improvvisamente tutto diventa una storia nazionale pura. No. Non funziona così.

LEGGI ANCHE

La Lega di Salvini si suicida

di Sebastiano Abennante* Bufera dentro il partito dell’orgoglio nordico! Il plotone di dirigenti leghisti con la guida di...

Una nazionale può rappresentare un Paese, ma nessuna persona nasce politicamente dal nulla. Dietro una maglia ci sono migrazioni, scuole, famiglie, città, quartieri, allenatori, società sportive, sistemi sanitari, reti sociali e diritti conquistati in Paesi diversi da quello rappresentato sulla maglia. Eppure questa evidenza viene rimossa con una facilità impressionante, tanto dai nazionalisti marocchini quanto da molti osservatori occidentali che sembrano accorgersi delle contraddizioni delle migrazioni soltanto quando possono usarle contro qualcuno. È questa la parte che mi interessa.

Mentre scorrono le immagini dei gol, penso a Ceuta

Ceuta, quella del 30 luglio 2026, quando circa 72.000 persone hanno tentato di attraversare in massa il confine dal Marocco, provocando una crisi senza precedenti nella piccola città autonoma spagnola. Almeno 82 persone sono morte sul versante spagnolo e altre 14 sono state date per morte dalle autorità marocchine. Migliaia di persone sono rimaste a Ceuta settimane dopo l’attraversamento.

Quella che in Spagna è stata vissuta e raccontata da molti come un’invasione non può però essere ridotta alla semplice immagine di una massa che preme contro una frontiera. Dietro quelle persone c’erano disuguaglianze, aspettative, disinformazione, reti criminali e, secondo alcune ricostruzioni ancora controverse, anche interrogativi sul ruolo delle autorità marocchine nel controllo del confine. Il governo spagnolo – contrariamente a quanto io ritengo – ha negato che Rabat abbia deliberatamente favorito l’ingresso e ha indicato soprattutto le campagne di disinformazione e le organizzazioni criminali come fattori determinanti. Ma c’è una cosa che non ha bisogno di nessuna indagine per essere capita.
Quelle persone erano marocchine. Erano cittadini del Paese che in quelle stesse settimane celebrava la propria nazionale come simbolo di orgoglio, identità e successo. Erano uomini e donne, giovani e famiglie che cercavano un’altra possibilità economica, mettendo a rischio la propria vita.
Ed è qui che la retorica nazionale comincia a mostrare il suo lato più crudele.

Perché dietro la bandiera c’è un Paese reale. Un Paese nel quale molti cittadini continuano a vivere condizioni economiche che li spingono a guardare verso l’Europa come possibilità di lavoro, reddito e futuro. Non basta raccontare il Marocco come potenza regionale, Paese emergente, hub internazionale e futuro protagonista del Mondiale del 2030. Bisogna anche chiedersi perché una parte dei suoi cittadini continui a considerare l’Europa la strada per migliorare la propria vita.

E allora il problema non è il marocchino che vuole partire. Il problema è un sistema politico ed economico che dovrebbe chiedersi perché partire continui a sembrare, per molti, più conveniente che restare.

La contraddizione diventa ancora più evidente quando si guarda alla monarchia. Mohammed VI vive in un universo di ricchezza e privilegi radicalmente distante dalle condizioni materiali della stragrande maggioranza della popolazione marocchina. Ha possedimenti e residenze di enorme valore e trascorre lunghi periodi fuori dal Paese, soprattutto in Francia, dove possiede una sontuosa residenza privata a Parigi. Le cronache hanno raccontato negli anni uno stile di vita fatto di proprietà di lusso, vacanze all’estero e una distanza evidente dalla quotidianità della maggioranza dei marocchini.
Non è il fatto che un re sia ricco a scandalizzarmi. È la distanza tra questa ricchezza e la retorica nazionale che pretende di parlare a nome di un intero popolo. Perché il Marocco viene raccontato come una comunità nazionale unita attorno alla monarchia, al territorio e alla bandiera, ma quella stessa comunità è attraversata da disuguaglianze, migrazioni e conflitti irrisolti che il nazionalismo tende a mettere ai margini.
Ed è qui che la maglia del calciatore e la rete metallica del confine cominciano, per me, a raccontare la stessa storia.

Perché una cosa è riconoscere a un giocatore il diritto di esultare per il proprio Paese. Un’altra è pretendere che il sentimento nazionale renda invisibile ciò che accade appena fuori dall’inquadratura. E trovo altrettanto insopportabile il comportamento di molti occidentali che celebrano il talento dei calciatori marocchini quando vincono, applaudono la loro identità quando produce spettacolo, ma improvvisamente dimenticano che dietro quella stessa identità esistono persone che hanno attraversato frontiere, famiglie migranti e storie europee. La solidarietà non può essere intermittente e nemmeno il diritto può cambiare valore a seconda della maglia che indossa chi abbiamo davanti. C’è poi un altro silenzio che mi interroga.

Di fronte al disastro di Ceuta non ricordo una presa di posizione pubblica della nazionale marocchina come squadra. Non attribuisco ai singoli calciatori una responsabilità. Non so che cosa ciascuno di loro pensi, né quali pressioni possa eventualmente subire. Ma proprio perché non voglio trasformare un’assenza di parole in un’accusa personale, mi limito a porre la domanda politica. Quanto spazio può avere una voce individuale quando l’identità nazionale è diventata uno degli strumenti centrali di legittimazione di una monarchia?
Perché disturbare il racconto nazionale, soprattutto quando il Paese deve presentarsi al mondo come una potenza stabile, moderna e orgogliosa, può diventare politicamente scomodo.

E ancora più scomodo diventa quando quella discussione conduce al Sahara Occidentale.

Il Marocco rivendica il Sahara Occidentale come parte integrante del proprio territorio e ha costruito attorno a questa rivendicazione una parte fondamentale della propria identità nazionale e della propria politica estera, così come la Russia, con la violenza delle armi, rivendica il Donbas se non l’intera Ucraina. Ma per le Nazioni Unite il Sahara Occidentale rimane un Territorio non autonomo, inserito nella lista delle Nazioni Unite dal 1963. La questione della sua autodeterminazione non è stata dunque cancellata. Il referendum previsto nel quadro del processo avviato nel 1991 non si è mai svolto. Nell’ottobre 2025 il Consiglio di Sicurezza ha rinnovato il mandato della MINURSO fino al 31 ottobre 2026 e ha indicato la proposta marocchina di autonomia come una base per i negoziati, non come una soluzione già decisa, mantenendo nel testo il riferimento a una soluzione politica definitiva, mutuamente accettabile, che preveda l’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale.
E non stiamo parlando soltanto di una disputa astratta sui confini.

Nel Sahara Occidentale ci sono risorse economiche importanti, a cominciare dai fosfati di Bou Craa e dalle risorse ittiche della costa atlantica. Il controllo e lo sfruttamento di queste risorse sono da decenni al centro della controversia internazionale sul territorio. È anche per questo che trovo insufficiente raccontare la questione soltanto come una disputa territoriale tra Marocco e Polisario. Dietro la geografia ci sono persone, risorse, potere e autodeterminazione. E allora torna la domanda iniziale.
Perché una nazionale marocchina composta in larga misura da figli della diaspora può diventare il simbolo più potente dell’identità nazionale proprio mentre migliaia di cittadini marocchini cercano di attraversare quella frontiera verso l’Europa?
Non è una contraddizione dei calciatori. È una contraddizione del nazionalismo.

La nazionale marocchina è, paradossalmente, una delle dimostrazioni più evidenti del fallimento dell’idea di identità pura. È marocchina, certamente. Ma è anche europea. È figlia delle migrazioni, delle seconde generazioni, delle famiglie divise tra Paesi diversi, delle scuole e delle società sportive europee. Nel 2026, soltanto sette dei ventisei convocati erano nati in Marocco. Diciannove erano nati all’estero. È difficile immaginare una fotografia più efficace della realtà contemporanea. Eppure il nazionalismo, europeo e africano, continua a raccontarci che il mondo è fatto di appartenenze separate, di popoli distinti, di confini da difendere e identità da proteggere.  Io non ci credo. Non penso che si debba togliere a quei ragazzi il diritto di essere orgogliosi della propria nazionale. Penso esattamente il contrario. Il loro successo dovrebbe aiutarci a capire che le identità possono essere molte contemporaneamente e che nessuna frontiera riesce davvero a contenerle. Ma allora dobbiamo avere il coraggio di porci anche una domanda più scomoda.

Che cosa succede quando lo stesso nazionalismo che celebra i figli della diaspora come simboli della grandezza nazionale non riesce, o non vuole, interrogarsi sulle ragioni per cui migliaia di suoi cittadini rischiano la vita per abbandonare quel Paese?
E che cosa succede quando quella stessa identità nazionale viene utilizzata per rendere più difficile parlare dell’invasione del 1975 e dell’occupazione del Sahara Occidentale da cinquant’anni, relegando il popolo Saharawi in campi profughi, delle sue risorse, del diritto all’autodeterminazione dei sahrawi e delle responsabilità della monarchia?
Io non chiedo ad Hakimi, Ziyech o agli altri di diventare diplomatici. Non pretendo che un calciatore risolva un conflitto che la comunità internazionale non è riuscita a risolvere in decenni. Ma rifiuto l’idea che il successo sportivo possa diventare una gigantesca tenda sotto la quale nascondere tutto ciò che non vogliamo vedere. Il problema non sono i calciatori marocchini. Il problema è il nazionalismo che li utilizza.

E il problema è anche l’Occidente quando pretende di essere internazionalista soltanto quando gli conviene, mentre considera normale che alcuni confini siano invalicabili, alcune sovranità intoccabili e altre invece negoziabili sulla base dei rapporti di forza. Io non credo in questa divisione del mondo. Il socialismo democratico e libertario nel quale mi riconosco non considera il marocchino automaticamente vittima, il marocchino automaticamente complice della monarchia, l’europeo automaticamente innocente o l’americano automaticamente garante della libertà. Guarda alle persone e al potere, alle condizioni materiali, ai diritti, alle responsabilità e alle conseguenze. Per questo non mi interessa scegliere tra la bandiera marocchina e quella europea. Mi interessa capire perché continuiamo ad avere bisogno delle bandiere per sentirci parte di qualcosa.

Fuori dalla finestra un aereo attraversa ancora una volta il cielo sopra Casorate. Dentro quell’aereo potrebbero esserci un italiano, un marocchino, uno spagnolo, una famiglia che emigra, qualcuno che torna a casa o qualcuno che sta semplicemente andando altrove. La frontiera, vista da terra, sembra una linea. Vista dal cielo, non esiste. E forse è proprio questa la contraddizione che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia. Possiamo continuare a costruire identità fondate sulla separazione mentre le nostre vite, le nostre famiglie, il nostro lavoro, le nostre città, le nostre squadre e persino le nostre passioni sono ormai il prodotto di una storia comune?

Una maglia può unire per novanta minuti. Ma non dovrebbe mai diventare una bandiera dietro cui nascondere le persone che quella stessa bandiera pretende di rappresentare.

 

 

(2 settembre 2026)

©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 

 




Iscrivetevi alle Newsletter di Gaiaitalia.com Notizie

Torino
pioggia moderata
14.5 ° C
16.1 °
13.7 °
88%
1.4m/s
98%
Gio
18 °
Ven
23 °
Sab
20 °
Dom
21 °
Lun
15 °
Pubblicità

LEGGI ANCHE