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lunedì, Ottobre 25, 2021

Il Presidente eletto dalle elezioni “farsa”, l’oscurità più profonda del Regime. I Ragazzi di Tehran

di Ragazzi di Tehran #Iran

Ebrahim Raisi è il nuovo presidente iraniano e inizierù a servire il suo mandato ad Agosto. L’elezioni di Raisi alla Presidenza dell’Iran era prevista da mesi e la campagna elettorale è stata più o meno una farsa, con ben due candidati che hanno deciso di ritirarsi poco prima del voto. A catturare l’attenzione mediatica, più che il risultato del voto, è stata la partecipazione alle urne.

Ad andare alle urne sono stati solo il 48% degli aventi diritto al voto, permettendo a Raisi di vincere con il 60% delle preferenze. Nei fatti, quindi, più della metà della popolazione maggiorenne iraniana ha deciso di boicottare le urne, esprimendo in questo modo – con un trend che va avanti da anni – la propria incredulità (nel senso di sfiducia totale) nella Repubblica Islamica. Cosa significa quindi aver vinto le elezioni con solo il 48% della popolazione andata al voto?

Significa che, per quanto Raisi potrà fare il figo usando i social – ufficialmente vietati agli iraniani “normali” – il regime dovrà reggersi sempre di più sull’apparato repressivo. Una modalità di mantenimento del potere di cui gli Ayatollah e i Pasdaran sono esperti, che però alla lunga, ovviamente, non garantisce la stabilità del regime, mancandone la legittimità.

E’ difficile però che, nonostante il boicottaggio delle urne, la caduta della Repubblica Islamica sia prossima. E per due motivi: il primo, come suddetto, l’apparato repressivo del regime, che ha nella pena di morte il suo strumento più medievale; il secondo, il terrore degli iraniani di finire in una terra di nessuno. L’Iran è composto da diverse etnie e confessioni religiose e l’apertura di un vaso di pandora, potrebbe far sprofondare il paese in una pericolosa anarchia. Nel male, perché di male si tratta, il regime mantiene in qualche modo una parte della popolazione, anche se la crisi economica e la corruzione interna hanno aumentato a dismisura la disparità tra chi si sente un mantenitore e chi è un mantenuto. Per questo, come suddetto, la “tenuta del regime” è per ora una prospettiva ipotizzabile per il breve medio termine. Sul lungo termine, la partita resta aperta.

Ritornando alla figura di Raisi, si tratta di un personaggio che è noto al mondo non tanto per il suo pensiero politico ultra conservatore, quanto per i suoi abusi dei diritti umani. Negli anni ’80 fece parte della commissione della morte che – su ordine di Khomeini – fece uccidere migliaia di oppositori politici con processi sommari. Da uomo della magistratura, è stato il protagonista delle repressioni delle proteste politiche ed economiche, intercorse dalla fine degli anni ’90 al 2019. Come sarà possibile per i governi Occidentali che si vantano delle loro battaglie contro la pena di morte, stringere la mano a questo personaggio, è davvero difficile immaginarlo. Chi sicuramente non avrà problemi ad abbracciarlo saranno i presidenti di Cina, Russia, Turchia  e Qatar, che ovviamente hanno inviato per primi le loro congratulazioni.

Ed è proprio la politica estera che sembra essere uno degli aspetti più interessanti del prossimo futuro. Il dialogo sul nucleare sicuramente proseguirà, anche perché serve a tutti gli attori della partita. Ma sul fatto che questo dialogo possa significare una nuvoa ripartenza dei rapporti tra Occidente e Iran, possiamo esprimere numerosi dubbi. Come anche i rappresentanti iraniani vicini a Raisi stanno evidenziando, il regime degli Ayatollah intenderà legarsi sempre di più a Pechino e Mosca. Una alleanza di convenienza, fondata sul non essere basata su alcuna condizionalità di rispetto dello stato di diritto e dei diritti politici, umani e civili della popolazione iraniana. Insomma, una green card per la repressione.

Sarà questa la carta che permetterà a Teheran di risollevarsi dalla drammatica crisi economica che attanaglia da anni il Paese? Difficile dirlo, ma un paio di considerazioni possono essere fatte. In primis la trappola del debito cinese. I cinesi e gli iraniani hanno firmato un MoU di 25 anni, che spazia praticamente in ogni settore. Per gli iraniani non si tratta di un accordo che implica la sottomissione iraniana a Pechino. Ma la trappola del debito cinese è cosa nota, cosi come lo è l’orgoglio nazionalista iraniano. Che questo accordo possa funzionare quindi, è tutto da vedere. La seconda riflessione concerne l’Occidente: gli accordi tra Teheran e Pechino, cosi come quelli tra Mosca e Pechino, funzionano fino a quando gli Occidentali comprano i prodotti cinesi. A quel punto lo schema potrebbe anche dare i suoi frutti: oil & gas iraniano e russo ai cinesi, in cambio di infrastrutture e soldi, con Pechino che rivende a Ovest i prodotti creati appunto grazie alle risorse russo-iraniane. Ma se l’Occidente, negli anni, smetterà di dipendere dalla Cina, questo avrà un effetto diretto non solo sul PIL di Pechino, ma anche su coloro che fondano i loro budget nazionali quasi solo sulle risorse energetiche che madre natura gli ha donato.

A quel punto, davanti al blocco del PIL cinese, l’effetto di caduta sarebbe a cascata e non è detto che da quella crisi, la Repubblica Islamica riuscirà ad uscirne indenne…

 

(21 giugno 2021)

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