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L’Iran si prepara ad elezioni farlocche ed il regime fa spazio nelle carceri in vista di nuove repressioni

di Ragazzi di Tehran #Iran twitter@gaiaitaliacom #NoPasdaran

 

Le elezioni parlamentari che andranno in scena in Iran il 21 febbraio prossimo, saranno delle elezioni farsa. Come diversi analisti e membri dell’opposizione hanno rilevato, il Consiglio dei Guardiani ha squalificato dalla corsa elettorale centinaia di candidati, non considerati abbastanza fedeli alla Guida Suprema Ali Khamenei. Dei 290 deputati che hanno composto il Majles – questo il nome del parlamento iraniano – nell’ultima legislatura, a ben 90 è stato negato il diritto alla ri-candidatura.

Ovviamente, questo ha un effetto diretto sulla percezione delle elezioni da parte del corpo elettorale iraniano. Secondo un sondaggio pubblicato svolto dall’IRIB via Telegram – in seguito prontamente rimosso – oltre l’80% degli aventi diritto al voto non si recheranno ai seggi, ritenendo la tornata elettorale falsata. Nella capitale Teheran, secondo un sondaggio della locale università, addirittura ai seggi sarebbero pronti a recarsi solamente il 24% degli aventi diritto al voto!

Insomma, al di là dei numeri, ciò che si evince è che – al di fuori della cerchia dei sostenitori del regime – coloro che in questi mesi sono scesi in piazza per chiedere riforme e per combattere la corruzione, non credono più nella capacità del regime di autoriformarsi. Una sfiducia drammatica, che porterà appunto molti dei critici a boicottare le elezioni parlamentari. Di questa situazione si è dimostrato pienamente consapevole il Presidente Rouhani che nel suo discorso in occasione del 41 anni dalla Rivoluzione islamica (11 febbraio scorso), ha invitato i cittadini iraniani a recarsi ai seggi e ha fatto intendere che il divieto imposto dal Consiglio dei Guardiani alla candidatura di numerosi aspiranti parlamentari, rischierà di avere un impatto sulla stessa stabilità del regime (già oggi estremamente precaria).

Ovviamente, Rouhani intendeva riferirsi alla concreta possibilità che molto presto, ancora una volta, assisteremo a proteste di massa nella Repubblica Islamica. Ancora una volta, però, le notizie che ci giungono dall’Iran non sembrano essere incoraggianti: invece di pensare a come assorbire il malessere sociale, i conservatori si stanno preparando ad un nuovo giro di vite, pronti a reprimere nel sangue le proteste e ad incarcerare gli oppositori.

Gli attivisti per i diritti umani hanno reso noto che nel carcere di Evin – nella capitale Teheran – numerosi prigionieri sono stati trasferiti, proprio per far posto al probabile prossimo arrivo di nuovi prigionieri politici. Una fonte interna al regime, ha fatto sapere che i trasferimenti sono già cominciati da una decina di giorni e hanno riguardato in particolare i bracci 2,7 e 8 del carcere (quelli dedicati ai prigionieri politici e di coscienza). Ricordiamo che, solamente nelle repressioni delle proteste iniziate nel novembre del 2019 – quelle provocate dall’aumento del costo della benzina – almeno 7000 persone sono state arrestate (per alcuni addirittura 12000) e di molti di loro non si hanno più notizie.

Purtroppo, da quanto risulta nei media italiani e iraniani, questa situazione non è stata in alcun modo oggetto del confronto tra il Ministro degli Esteri Di Maio e il suo omologo iraniano Zarif, avvenuto ai margini della Conferenza per la Sicurezza di Monaco. Nuovamente, oltre al nucleare, le parti hanno parlato di rapporti culturali ed economici e nuovamente, il Ministro Di Maio, non ha capito che senza il rispetto degli standard dello Stato di Diritto, non esisterà alcun Iran stabile con cui poter seriamente sviluppare relazioni bilaterali serie e veramente proficue.

 

(17 febbraio 2020)

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