Consolato iraniano assaltato a Kerbala: iracheni sciiti pronti a tutto per fermare l’imperialismo iraniano

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di Ragazzi di Tehran #Iran twitter@gaiaitaliacom #Iraq

 

Kerbala non è solo una città irachena. Kerbala è la città santa per eccellenza degli sciiti, dove il 10 ottobre del 680 e’ stato trucidato l’Imam Ali, terzo Imam sciita e soprattutto nipote del Profeta Maometto (era il figlio della figlia di Maometto, Fatima).

Per questo Kerbala è sempre stata al centro dell’attenzione della Repubblica Islamica dell’Iran, soprattutto dopo la caduta di Saddam Hussein. Conquistare ideologicamente Kerbala, infatti, significa far sposare agli sciiti iracheni la versione khomeinista dello sciismo, da sempre rigettata dal famoso Ayatollah al-Sistani, guida spirituale degli sciiti iracheni, contrario alla versione politicizzata dell’Islam applicata dal 1979 in Iran.

Questa notte, qualcosa di drammatico e storico è accaduto a Kerbala: dozzine di sciiti iracheni hanno attaccato il consolato iraniano nella città, ammainando la bandiera della Repubblica Islamica e innalzando quella dell’Iraq. I morti durante la protesta sono stati almeno tre. Quanto accaduto è per eccellenza il simbolo della frustrazione degli iracheni verso l’interferenza iraniana nel loro Paese. Una frustrazione che, non è la prima volta che accade, non riguarda più solamente i sunniti, ma appunto anche gli sciiti, che in Iraq sono il 60%.

Dopo la caduta di Saddam e con la scusa di combattere l’Isis, il regime iraniano ha pensato di fare dell’Iraq una sua provincia, riempiendo il Paese di milizie paramilitari fedeli a Teheran, poi inquadrate nelle Unità di Mobilitazione Popolare (PMU). Queste Unità sono nate proprio su richiesta di al-Sistani per combattere l’Isis, ma sono state trasformate da Teheran in un suo strumento per controllare l’Iraq.

Alla fine, di fronte all’interferenza iraniana e al dilagare della corruzione nel Paese, il popolo iracheno ha detto basta. Di questo malesse si è fatto dapprima portavoce Muqtada al-Sadr, considerato un eroe della resistenza agli americani in Iraq, che ha formato un movimento politico capace di andare oltre le divisioni etniche, denominato “Sairoon” (riforme). A quanto pare però, dopo la scelta di riavvicinarsi a Teheran ed entrare nel governo di al-Mahdi, anche al-Sadr ha deluso e le proteste sono riprese, ancora più forti.

All’inizio il Governo centrale non è stato capace di rispondere adeguatamente e le milizie paramilitari sciite hanno reagito e su ordine di Teheran hanno ucciso centinaia di manifestanti. Un massacro che, senza mezzi termini, è stato condannato dallo stesso governo iracheno e proprio in questi giorni al-Mahdi ha annunciato le sue dimissioni da capo del Governo. Le repressioni, ovviamente, hanno acuito la rabbia popolare, nonostante l’invito dello stesso al-Sistani alla calma.

Da Teheran quindi, la reazione della Guida Suprema Ali Khamenei non si è fatta attendere: davanti alle proteste irachene e a quelle dei libanesi (dove anche qui è stato attaccato l’Iran e Hezbollah e dove il Premier Hariri ha annunciato le sue dimissioni), invece di fare un passo indietro ha attaccato direttamente i manifestanti, accusandoli di essere sul libro paga delle ambasciate Occidentali. Un segno chiaro delle difficoltà dell’Iran davanti a queste proteste popolari, che mettono in serio pericolo il progetto imperialista di espansione della Repubblica Islamica (il famoso corridoio sciita).

Purtroppo, dopo le parole di Khamenei, non c’è dubbio che Teheran reagirà promuovendo ancora più violenza e tensione. Difficilmente pero’ questo favorirà una riappacificazione con chi è ormai arrivato oltre il limite della sopportazione, di fronte alla corruzione interna dilagante e alle interferenze iraniane.

 

 

(4 novembre 2019)

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