Home / Copertina / Ragazzi di Tehran: la lettera ignorata di tre prigioniere politiche dall’Iran, contro la pena di morte

Ragazzi di Tehran: la lettera ignorata di tre prigioniere politiche dall’Iran, contro la pena di morte

di Ragazzi di Tehran #DirittiUmani twitter@gaiaitaliacom #FreeIran

 

Tre prigioniere politiche iraniane detenute ad Evin – Maryam Akbari Monfared, Atena Daemi e Golrokh Iraee – hanno pubblicato una lettera aperta all’inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Iran, denunciando l’uso costante della pena di morte nella Repubblica Islamica.

Nella lettera, le tre attiviste – arrestate e condannate per le loro idee politiche  e per il loro impegno in favore dei diritti umani – hanno anche rivelato che, nonostante la legge appena approvata in Parlamento, il regime continua ad usare costantemente la pena di morte contro i piccoli trafficanti di droga, senza annunciare le esecuzioni ai media. Criminali che, denunciano sempre le tre attiviste nella missiva, sono spesso costretti a darsi al narcotraffico per poter sopravvivere alla povertà.

Oltre ai criminali comuni, al patibolo in Iran finiscono anche numerosi prigionieri politici, attivisti e dissidenti. La maggior parte di queste esecuzioni sono state compiute dal regime tra il 1978 e il 1988, quando migliaia di oppositori al regime sono stati uccisi senza pietà. A distanza di anni, nessuno ha pagato per quelle esecuzioni di massa. Al contrario, alcuni dei responsabili hanno continuato far parte dell’establishment, ricoprendo anche ruolo importanti durante il Governo di Rouhani.

La lettera delle tre attiviste è stata recapitata all’inviato ONU il 14 ottobre 2018, nella Giornata Mondiale Contro la Pena di Morte. Purtroppo, nonostante il pubblico impegno in favore della Moratoria Universare contro la Pena di Morte, la diplomazia italiana sta facendo poco o nulla contro la pena di morte in Iran e per la liberta’ dei prigionieri politici iraniani.

Ricordiamo che, uno dei prigionieri politici condannati a morte e ora detenuto in Iran è Ahmadreza Djalali, ricercatore universitario che per anni ha lavorato all’Università del Piemonte Orientale e condannato a morte in Iran con l’accusa di “spionaggio”.

Come noto, si tratta di un processo farsa contro un cittadino in possesso di doppia cittadinanza che, coraggiosamente, ha rifiutato di diventare un agente dell’intelligence iraniana all’estero. Per la diplomazia italiana, Ahmadreza è già un ricordo del passato…

 




 

(16 ottobre 2018)

©gaiaitalia.com 2018 – diritti riservati, riproduzione vietata

 





 

 

Comments

comments

Server dedicato
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne clicca su "leggi di più". Questo sito utilizza cookies di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. leggi di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi