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La Bustina della Serva: per attaccare il divorzio se la prendono coi bambini “in nome del padre”

di Ci Ci Erre #Labustinadellaserva twitter@gaiaitaliacom #politica

 

Nel nome del padre, sembra una preghiera ma non lo è.

Il nuovo ddl famiglia a firma del leghista Pillon nasce dal nobile tentativo di dar voce a quei padri avulsi dalla considerazione iudicis – nelle pratiche di separazione e divorzio – e spesso condannati da una prassi che tradizionalmente tutela solo la donna relegando l’uomo ad una vita di stenti.
I padri, i nuovi poveri, spesso condannati a lasciar la casa e a dover versare un assegno di mantenimento. Spesso lasciati in condizioni disagiate tali da impedire la costruzione di una nuova vita.

Tuttavia, il nuovo Ddl si scorda del problema in nome di un padre che non esiste. Di un padre a noi sconosciuto, un padre che invece di ricevere tutela diventa matrice di una riforma disfattista che dimentica i primi destinatari di tutela: i figli. Il testo di riforma, oltre ad eliminare l’assegno di mantenimento, prevede una procedura di separazione affidata ad un nuovo organo, il mediatore famigliare (a pagamento) che ha il compito di stilare un contratto di separazione dei figli. Sicché per dividere le spese anche i figli devono essere divisi.

E se un figlio non vuol andare da un genitore? Facile! Accompagnamento coatto in una casa famiglia. Una sorta di riformatorio dei ribelli.

Non è una riforma è una controriforma integralista che finisce per travalicare ogni limite, tra i quali i diritti di chi non c’entra niente: i bambini.

Questo basta a spiegare come il nobile tentativo si sia trasformato in una riforma fuorviante incapace di apprestare la tutela tanto auspicata.

Sì, perché un conto è voler dare tutela ai padri, un altro è prevedere una “reclusione coatta” del minore e della sua innocenza. Non solo, ma la riforma non tiene conto che tale scelta determinerebbe un’ulteriore discriminazione nei confronti di quelle donne estranee alla strumentalità che affligge il sistema e che ancor oggi hanno redditi di molto, molto inferiori rispetto a quelli maschili.

La verità è che in tema di separazione non è possibile operare una generalizzazione, vi sono moltitudini di condizioni, di problemi legati al problema. E’ sempre la verità a dirci che dietro alle riforme ci sono le persone, persone e rapporti diversi incapaci di essere soggetti a generalizzazione. Ogni caso necessita di un’analisi accurata e specifica che deve in primis tutelare la prole, e dopo decidere gli aspetti patrimoniali della questione. Una gran quantità di casi, tutti diversi, spesso drammatici che non possono essere risolti univocamente con la separazione dei beni, della vita, dei figli.
C’è di più. Tanto di più. Quel di più che la riforma non contempla, ma che ciononostante necessita di tutela.

La Corte di Cassazione in una recente pronuncia ha cristallizzato un principio di svolta secondo il quale l’assegno di mantenimento deve rapportarsi all’esistenza di una condizione di non autosufficienza economica del coniuge più debole, il quale non può esigere automaticamente che permangono le condizioni anteriori al matrimonio.

Questo è. Questa è giustizia rapportata al caso specifico. Sicché una riforma doveva tradurre questo concetto di parità in legge, e non abusare del mandato per creare una sorta di Gestapo dei bambini. Nel nome del padre, di un padre che non esiste. Un padre che non è genitore di nessuno, se non di una politica avulsa dalla realtà, sovraordinata e distante dai diritti dei più deboli.

 




 

(14 settembre 2018)

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