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La Bustina della Serva: “Il suo nome è Ernesto e ha 64 anni”…

di Ci Ci Erre #labustinadellaserva twitter@gaiaitaliacom #politica

 

 

C’è un uomo, il suo nome è Ernesto Sanità ha 64 anni e risiede a Roma, nel quartiere Pietralata.

Ad Ernesto, la malavita romana uccide un figlio in una rissa.

Ad Ernesto non rimane che la sua pensione e la sua casa Ater (edilizia residenziale pubblica) assegnata all’esito di un procedimento complesso che comporta l’iscrizione ad una lista; la delibera di approvazione della graduatoria da parte del Consiglio Comunale; l’assegnazione e i successivi controlli volti appunto ad accertare la persistenza dei requisiti richiesti dalla disciplina di riferimento, l’art. 2 Legge Regionale 2 aprile 1966 n.10. L’edilizia residenziale pubblica riviene la sua ratio nell’applicazione dell’art. 47 della Costituzione e in più riferimenti normativi internazionali che hanno lo scopo di tutelare il diritto ad una sistemazione dignitosa per ogni individuo.

Dicevamo, appunto, che Ernesto non aveva più nulla, se non il sacro santo diritto di affrontare la perdita del figlio nel rispetto di quello che rimaneva, di un uomo.

Alla perdita, quale più doloroso dei mali, si aggiunge il dramma, l’ingiustizia, la beffa, l’arroganza cinica della criminalità organizzata che immediatamente dopo la morte del figlio, lo priva della sua abitazione approfittando della sua assenza per cambiare furtivamente la serratura dell’alloggio di cui è assegnatario.

Ciò perché, a dire degli esponenti dei Casamonica, quella casa ora apparteneva a loro, dato che il figlio – morto ammazzato – aveva un ingente debito di denaro (sicuramente frutto dell’usura, anch’essa reato) con il loro clan criminale.

Così Ernesto che allora di anni ne aveva 64 si è rivolto alle Autorità, si reca al Commissariato di Polizia di Sant’Ippolito e denuncia la prevaricazione di cui è vittima ed attende che la giustizia faccia il suo corso. Attende, perché la giustizia è lenta si sa. E nel frattempo cerca una sistemazione perché Ernesto parenti che lo possono ospitare non ne ha; quindi mentre attende la sua di giustizia, la sua casa, la sua dignità riposa come può: negli scantinati, alle fermate dei bus, nei sottoscala. Troverà riparo solo molti anni dopo, grazie all’aiuto di una signora che lo assume come guardiano offrendogli vitto ed alloggio.

Ha la schiena a pezzi Ernesto, puzza, vuole una doccia ed un letto. Allora torna a casa, quella che era la sua, si fa una doccia e si riappropria – seppur per poco – della sensazione di essere uomo, ma i nuovi inquilini della casa lo massacrano di botte e lo costringono ad uscire.

Allora Ernesto si reca alla Procura della Repubblica di Roma, ma la Procura è ignara di tutto, non vi è, infatti, traccia della denuncia fatta al Commissariato di Polizia di Sant’Ippolito. Non solo, ma dai successivi controlli emergerà che la residenza dell’alloggio di edilizia residenziale pubblica – ATER – di cui il legittimo assegnatario il signor Ernesto, era a nome degli stessi Casamonica.

Nel frattempo sono passati 10 anni, 10 estati,10 autunni,10 inverni e 10 primavere. Fintanto che il 17 luglio i Carabinieri del Nucleo investigativo di Frascati restituiscono la casa al legittimo assegnatario, rimuovono gli esponenti del clan e lui può finalmente tornare ad essere un uomo, con la sua casa.

C’è da capire ora come un alloggio di edilizia residenziale pubblica (cd case popolari) assegnato su apposita delibera del Consiglio Comunale sia stato illegittimamente occupato, e occorre far luce altresì su come la denuncia al Commissariato di Polizia non sia mai pervenuta alle preposte Autorità e soprattutto, nell’interesse collettivo, occorre chiarire come esponenti di un clan abbiano trasferito la propria residenza in un alloggio ATER.

Sono troppi i dubbi che emergono dalla storia di Ernesto, a partire da quei controlli disciplinati dalla legge, volti a garantire – in applicazione dei principi costituzionali e sovranazionali – che gli alloggi ATER siano assegnati a coloro che sono privi di mezzi. Controlli che, se fossero stati avviati, avrebbero dimostrato che quella casa era occupata non dal legittimo assegnatario, ma addirittura da chi lo Stato stesso ha l’obbligo di contrastare.

In epilogo a questo tortuoso iter lungo un decennio alcuni giornalisti hanno chiesto ad Ernesto se in questa incessante lotta all’affermazione di un suo diritto avesse mai avuto paura, implicitamente riferendosi alle possibili ripercussioni che tale storia poteva e può ancora comportare.

La risposta di Ernesto è una risposta stanca, tipica di chi ha lottato a lungo contro gli uomini che lo hanno illegittimamente privato della sua casa e contro lo Stato, contro il silenzio, contro la giustizia lenta e contro una burocrazia che non segue l’iter che dovrebbe seguire ed è incapace di tutelare il cittadino.

“Paura di che? Che mi ammazzino?”

Una risposta che ha lottato, una risposta che mostra il coraggio nella sua essenza. Il coraggio che non ha paura di niente e di nessuno. Come occorrerebbe vivere, anche se non è giusto, anche se quello che ha subito è da condannare ed auspicabile che lo sia. Un uomo a testa alta, anche se magari in un seminterrato come un cane, contro la giustizia che non arrivava mai. Ma che poi arriva, che scaraventa fuori gli illegittimi occupanti e fa rientrare chi ne ha diritto, sempre a testa alta: è così che si dovrebbe vivere.

Da questa storia ne discende la nostrana impotenza del cittadino italiano dinnanzi a due tipi opposti di poteri, quello da combattere e quello che ti dovrebbe tutelare. Ti fa arrabbiare. Fa arrabbiare a molti. Ma non è grazie alla rabbia che Ernesto ha vinto. Ha vinto con la tenacia.

La tenacia di riaffermare un diritto, di far emerge le ingiustizie per combatterle: la Procura distrettuale Antimafia di Roma ha finalmente aperto un fascicolo ed è stata riconosciuta per la prima volta l’associazione per delinquere di stampo mafioso ex art. 416 bis c.p. al clan dei Casamonica. Non solo si indaga sul fenomeno dei racket delle case popolari e sulla morte del figlio, ucciso ammazzato, in situazioni ancora da chiarire, del Sig. Ernesto.

La grandezza di quest’uomo però rimarrà immutata a prescindere dall’esito delle indagini, laddove la grandezza si misura dal coraggio testardo che non ha paura, che ha l’onere della memoria di un figlio che non c’è più. Dalla grande missione di un padre. La prova d’amore più grande.

C’è un uomo, il suo nome è Ernesto Sanità ha 74 anni e risiede a Roma, ed è un grande uomo.

 

 




 

(12 agosto 2018)

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