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“Chissà dove vanno a finire i sogni che smettiamo di sognare”: la Bustina della Serva

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di Ci Ci Erre #labustinadellaserva twitter@gaiaitaliacom #italia

 

 

Chissà dove vanno a finire i sogni che smettiamo di sognare, quelli che per stanchezza e noncuranza non vogliamo avere più.  Ci sarà un posto deputato alla loro conservazione in cui giacciono i sogni stanchi di essere sognati, che tornano sovente presentando un conto duro. Quello della rinuncia.

La nostra generazione viziata di principi e università ci ha illuso che lo studio matto e disperato avrebbe consentito la grande realizzazione. Eppure troppo presto o forse tardi – dipende dalle prospettive – si realizza che sognare il sogno che hai tanto sognato non basta. E non basta lo studio, l’impegno e la dedizione.

Tra questi, i sognatori ipocriti per eccellenza che costituiscono la mia categoria preferita sono i concorsisti. Coloro che nutrono profonde aspettative per il loro paese, che hanno innate capacità – ma spesso pochissime risorse – e che per realizzare le proprie ambizioni devono oltrepassare la linea rossa dell’Italia: il concorso pubblico. La natura ibrida di queste prove può essere facilmente analizzata recandosi nelle sedi deputate allo svolgimento delle stesse. In genere, lo spettatore potrà osservare la creazione di un ampio spazio e di una lunga fila contraddistinta da stati d’animo differenti.

Lo scenario antropologico che ne discende è chimerico e dallo stesso è possibile delineare tre diversi esemplari tutti facenti parti dell’amplia categoria delll’homus concorsandi. Ci sono quelli tranquilli che millantano alla serenità quale forza interiore. Dietro di loro spesso si cela un pactum sceleris ed un nome e cognome.

Ci sono quelli che non conoscono le logiche di coniugazione verbale, ma che -a colpi di fortuna- tentano qualsiasi cosa abbia la parvenza di un posto fisso e la logica contraddittoria di questo sistema, poi, quel posto fisso lo assegna anche.

E poi ci sono i miei preferiti, quelli che l’ansia da prestazione la si può spiegare solo contando le ore che hanno dedicato alla preparazione, la testimonianza vivente della rinuncia e dell’impegno: i meritevoli. I loro occhi brillano di una luce unica, la stessa che dopo un lungo sforzo ti fa intravedere la fine. Meritano tutti una volta nella vita di avere due occhi così. Tuttavia, la retorica italiana è sinonimo di cose che non si dicono ma che si danno per certo. E quegli occhi di speranza vengono – spesso – spenti dalla mancanza di buona fortuna o meglio dalla mancanza delle cose che non si dicono, ma che si sanno e che in tali contesti servono, si sa.

E’ nelle cose che si sanno – ma non si dicono – che si smette di sognare. Ecco dove vanno a finire i sogni che smettono di essere sognati.

È nelle crepe dell’Italia, se ne parla come se fosse affare comune, eppure se ne parla piano; si dice, ma non si dice. Sembra omertà. La stessa che affermava (e tuttora afferma) che la mafia non esiste.

La storia ci ha insegnato a non essere così.

Chissà quanti ricorsi incardinati presso i vari TAR in attesa di dare dignità ai quei sogni e se non altro di restituire un senso… Tuttavia spesso, quel senso, si perde nei 600 Euro di Contributo unificato necessario ad incardinare lo stesso ricorso.

Insomma, il patrimonio comune conosce la natura della situazione. Addirittura, c’è chi millanta un censimento della pubblica amministrazione – affermando così l’esistenza del problema – senza però voler affrontare il problema all’origine.

Ed il problema è l’accettazione e la rinuncia.

La causa è in quello che si sa, ma non si dice.

Ogni tanto qualche notizia scandalo ce lo ricorda, salvo poi passare nel dimenticatoio.

E allora invece di inventarsi l’ennesimo censimento occorrerebbe delineare un’iniziativa radicale in grado di smascherare il sistema, cioè iniziare a dire quello che si deve dire stabilendo al contempo un metodo infallibile di selezione. E semplicemente sarebbe sufficiente restituire priorità all’impegno e alla dedizione, quali brocardi di quel buon andamento di cui l’art. 97 della Costituzione che attende – alla stregua dei sogni che si sognano – di essere realizzato.

 





 

(1 luglio 2018)

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