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“Punti Cardi-Nali” di Eugenio Cardi, cosa è rimasto della classe operaia (e della sinistra)

di Eugenio Cardi #punticardinali twitter@EugenioCardi #lavoro

 

 

D’accordo, domenica scorsa abbiamo votato ed abbiamo visto come è andata.

Piaccia o meno, la sinistra (storica o meno storica, più di centrosinistra o sinistra-sinistra che sia) è rimasta al palo e, più o meno come capitato agli Apache, è stata sostanzialmente confinata in una riserva indiana, riserva indiana che prende i confini della Toscana e dell’Emilia Romagna.

Per il resto, intravedo una spaccatura che ricorda moltissimo (storicamente, geograficamente e sociologicamente) l’Italia del 1861 pre-unità: al Nord le destre, al Sud il Movimento 5 stelle. E tutto ciò non mi sembra molto positivo. Lascio però le varie considerazioni politiche ai politologi di mestiere, che in questi giorni si sono già dati – e si daranno – alle interpretazioni del voto tra le più varie e fantasiose.

Io vorrei concentrarmi in questo mio articolo su un altro aspetto, inerente sempre il mondo della politica e delle appena passate elezioni ma osservando il tutto da un altro punto di vista: cosa ne è della cosiddetta “classe operaia”?

La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia” (ISTAT). Ma esiste ancora la classe operaia? Se sì, è sempre la stessa degli anni ’70-’80 o è un’altra cosa? In realtà sia da un punto di vista etimologico che giornalistico, intellettuale, letterale e letterario è sempre più, secondo me, una espressione ormai desueta, antica, inutilizzata, dimenticata, quasi svuotata del suo significato originario. In buona sostanza è una espressione finita in cantina, probabilmente sotto naftalina.

Addirittura, oggi come oggi, a stento infatti si parla di “operai”, più spesso forse di “lavoratori” o di “addetti”, ma le espressioni classe operaia o Movimento Operaio direi che sono andate completamente fuori uso. O anche, ricordate il termine “proletariato”? Altro termine che potrebbe ben rappresentare ad esempio moltissime famiglie operaie di oggi totalmente e mortalmente ferite dalla ferocissima crisi economica? Anch’esso non viene più utilizzato. Eppure non mi sembra che gli operai siano spariti del tutto; senz’altro vero che in molti casi siano stati soppiantati da computer e tecnologia, ma – e per certi versi, per fortuna  – ancora esistono.

Dove voglio arrivare? La mia ovviamente non è e non vuol essere una dissertazione di carattere linguistico né etimologico né antropologico, ma vuole arrivare ad un punto ben preciso, ed ovvero alla riflessione che, paradossalmente, i termini “classe operaia” e “sinistra” in un qualche modo abbiano compiuto uno stesso sfortunato percorso nell’ambito manifatturiero e produttivo, dato che – a quanto sembra – stando alle varie ricerche statistiche e sociologiche, oggi gli operai sempre più spesso votano a destra (quando, tradizionalmente, erano considerati lo zoccolo duro, inscalfibile, dell’elettorato di sinistra).

Paradossale, non credete?

Allora cosa è successo? Delusione? O cos’altro?

Un po’ come sempre… Credo che ci siano state una serie di concause e di fattori. Tanto per iniziare, una volta il percorso della classe operaia era un argomento assolutamente continuo e quotidiano, oggi non ne sento più parlare. Perché? Perché credo ci sia stata molta disgregazione anche in quel mondo. I tradizionali compagni di strada della classe operaia o non ci sono più (vedi PCI) o sono divenuti poco credibili e rappresentativi, come ad esempio le sigle sindacali, ancora ben presenti, certo, ma certamente molto meno rappresentative del mondo operaio di quanto non fosse 20 o 30 anni fa. Se andassimo ad escludere i pensionati infatti, i numeri  di adesione rappresentati dai sindacati si sgonfierebbero in un modo assolutamente sensibile. E poi soprattutto credo non ci sia più unità (in senso letterale ed anche nel senso della famosa testata giornalistica) anche nel mondo operaio, perché vi è molto più individualismo, anche lì, rispetto a quanto non ce ne fosse in altri tempi.

Però attenzione, per assoluta onestà intellettuale sento l’assoluto bisogno di dover precisare che se la “classe operaia” (o quel che ne rimane) non vota più a sinistra non è certamente colpa degli operai: probabilmente, ed anzi ne son certo,  è semplicemente colpa della sinistra e di chi la rappresenta o l’ha rappresentata negli ultimi 20 anni.

Sapete cosa penso? Che in realtà ci siamo imborghesiti, la sinistra italiana si è imborghesita e piano piano, man mano, ha finito per creare un pericolosissimo gap con il mondo della fabbrica e chi ci lavora.

Lo noto, lo sento, lo vedo: da vecchio e autentico sostenitore del PCI quale sono sempre stato (anche convintamente libertario e un po’ anarchico) mi accorgo in maniera chiara ed evidente che quella sorta di tensione politica, di febbre gialla, di euforia, di entusiasmo del fare, del dire, del confrontarsi e del discutere che avevamo allora inevitabilmente non c’è più, si è spento, o forse, come tante altre cose, si è semplicemente trasformato in un’altra cosa, più borghese appunto, più lontana, più edulcorata, più sbiadita. Oggi il mondo del lavoro è frazionato in una miriade di piccole e medie aziende (addirittura per il 95% del mercato del lavoro italiano) dove molto spesso la singola impresa ha addirittura soltanto uno o due operai, persone fidelizzate di assoluta fiducia del titolare che lavorano fianco a fianco con quest’ultimo, senza quindi necessità di rivendicazioni sindacali o altro. Di conseguenza il cosiddetto “padrone” (altra espressione molto desueta del mondo lavorativo) non esiste praticamente più: oggi il padrone, in questa crisi micidiale (che ha letteralmente falcidiato decine di migliaia di imprese) è colui che spesso vive la  dura e feroce problematica di riuscire a pagare regolarmente gli stipendi dei dipendenti, tasse e contributi. E così quel che può offrire la sinistra (o centrosinistra che sia), sinistra superstite, imborghesita, frantumata, confusa e in forte crisi di identità, sembra non bastare più: vi è rabbia, frustrazione, tutti sentimenti perfettamente comprensibili che poi spesso però finiscono per scaricarsi sul capro espiatorio di turno, come ad esempio gli immigrati, i quali sono spesso gli ultimi tra gli ultimi.

Allora ci si affaccia per disperazione verso nuovi mondi politici, sperando e credendo che almeno questi possano dare una risposta, cosa che, personalmente, reputo possa provocare delusioni ancor maggiori.

E allora cosa accade? Accade che tutto ciò con cui siamo cresciuti non esiste più, restano solo dei ricordi, rilegati soprattutto a quei tempi nei quali gli altri eravamo noi e si lottava (ingenuamente forse ma entusiasticamente) per un mondo migliore e più equo, come raccontato e rappresentato benissimo da un grandissimo Nino Manfredi nel film “Pane e cioccolata”,  oppure in un altro grandissimo film come “La classe operaia va in paradiso” (scritto da Ugo Pirro per la regia di Elio Petri).

In quegli anni (’70 ed ’80) ascoltavamo Jannacci con “Vincenzina e la fabbrica” o “La locomotiva” di Guccini, ma soprattutto leggevamoPane nero” di Miriam Mafai o “Una scelta di vita” di Giorgio Amendola (“Il fascismo e la precoce iniziazione alla lotta, poi l’assassinio di mio padre, lo smembramento della famiglia, con mia madre sempre rinchiusa in una casa di salute, mi misero alla prova e mi obbligarono a tirare fuori quello che avevo di buono, soprattutto una testarda volontà”).

Attenzione però, la mia non è e non vuol essere una passerella triste e nostalgica, da vecchio sostenitore del PCI, ma vorrebbe essere molto di più, chiedendomi e chiedendovi sociologicamente: dove è finita la classe operaia? Esiste ancora? Può considerarsi ancora una classe sociale?

E la sinistra? Rappresenta ancora un riferimento ben preciso o è solo un’illusione? E’ forte, viva e vegeta, o si è sciolta in un primo pomeriggio primaverile senza che nessuno se ne sia accorto, andando via così, nel silenzio delle nostre coscienze distratte e confuse?

Io non lo so, la risposta la lascio a voi.

So invece che in quegli anni a cui accennavo si leggeva e si dibatteva, molto, moltissimo: tutti “vizi” che purtroppo sono andati persi da un pezzo e che secondo me hanno quindi segnato l’inizio della fine. L’operaio, a quei tempi, era molto inserito in un contesto produttivo e protettivo: uscito dalla fabbrica spesso, prima di rientrare in famiglia, si recava alla “casa del popolo”, per leggere cosa avessero scritto l’Unità e Il Manifesto, per non dire Lotta Continua e quant’altro. Si ragionava, si discuteva, ci si informava; non esistevano fake news, e sia il sindacato che la vasta popolazione operaia facevano da protezione e da cuscinetto contro disgrazie e sventure di qualcuno di loro.

Dove è finito tutto questo? Cosa succede oggi? Come e dove ci si informa? Su internet, apprendendo attraverso qualche blog quel che qualcuno vuol propinarci, senza che ci siano controlli e verifiche?

Allora c’era una collettività intera che si muoveva, ci si incontrava, non si era da soli davanti ad un pc leggendo quel che vogliono farci leggere e credere.

Sinceramente mi sembra che fosse molto, molto meglio in quei tempi ormai lontani, allora.





(9 marzo 2018)

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