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Ragazzi di Tehran: il regime iraniano “suicida” un’altro prigioniero politico. L’Italia tace

di Ragazzi di Tehran #FreeIran twitter@ragazziditehran #nopasdaran

 

 

 

Si chiamava Kavous Seyed-Emami, cittadino iraniano in possesso anche del passaporto canadese, ed era un rinomato professore sociologia all’Università Imam Sadeq di Teheran. Kavous, 63 anni, era anche noto per il suo attivismo ambientalista. Egli, infatti, guidava la Persian Wild Heritage Foundation, fondazione che si occupava direttamente della difesa della fauna e della flora in Iran.

Il 24 gennaio scorso, Kavous Seyed-Emami è stato arrestato, ufficialmente senza una accusa concreta, anche se si ritiene che il regime lo accusasse di spionaggio. Neanche venti giorni dopo la sua detenzione, il regime ha annunciato che Kavous è deceduto in custodia e ha parlato di “suicidio”.

Si tratta del terzo detenuto iraniano che muove in custodia durante l’ultimo mese: i primi due, Sina Ghanbari e Ali Bagheri, erano stati arrestati durante le recenti proteste popolari, e sono morti nelle carceri di Teheran e Arak. Anche in questo caso, la ragione ufficiale del decesso è stata il “suicidio”[1].

La notizia del decesso di Kavous Seyed-Emami è stata data dal figlio Ramin, di professione musicista, che ha denunciato quanto accaduto sul suo account Twitter. Ramin si è detto incredulo per quanto accaduto a suo padre.

L’arresto di Kavous Sayed-Emami, come già detto, risale al 24 gennaio scorso. Quel giorno, insieme a Kavous, vennero arrestate altre nove persone, anche loro membri della Persian Wild Heritage Foundation. Kavous è il secondo cittadino iraniano con passaporto canadese, a morire in custodia: il primo caso, nel 2003, fu quello terribile della fotografa Zahara Kazemi, che ad Evin – prima di morire – venne torturata e stuprata. Il figlio Ziba, da anni lotta per ottenere giustizia[2].

Peggio, nelle carceri del regime restano ancora dodici detenuti iraniani in possesso della doppia cittadinanza. Persone perseguitate per motivi politici, spesso allo scopo di ottenere un riscatto in cambio della loro liberazione. Tra coloro che marciscono nelle prigioni della Repubblica Islamica, come noto, c’è Ahmadreza Djalali, ricercatore medico, in possesso della cittadinanza svedese, la cui pena di morte è stata da poco riconfermata. Il caso Djalali coinvolge anche l’Italia, avendo Ahmadreza per anni lavorato presso l’Università del Piemonte Orientale.

Gli attivisti per i diritti umani hanno chiesto al regime di lanciare immediatamente una commissione di inchiesta indipendente, per verificare le reali ragioni dei decessi di Kavous Sayed-Emami, Sina Ghanbari e Ali Bagheri. Ovviamente, Teheran non ha risposto, lasciando ancora una volta impuniti i responsabili degli interrogatori dei detenuti politici, i veri massacratori al servizio del regime.

[1] https://www.iranhumanrights.org/2018/01/iran-should-launch-independent-investigation-of-authorities-claims-that-protesters-committed-suicide/

[2] http://www.zibakazemi.org/




(13 febbraio 2018)

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