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Confindustria vuole ad ogni costo fare affari con l’Iran, ma con il “culo” (sia detto con rispetto) del contribuente

di Ragazzi di Tehran, #Iran twitter@RagazzidiTehran #FreeIran

 

 

Apri il Sole24Ore di oggi e trovi un articolo intitolato “Il nodo delle banche ostacola le esportazioni a Teheran”: un pezzo dedicato al Forum Ambrosetti sugli scambi tra Italia e Iran. Interessante notare come il quotidiano della Confindustria, facendo parlare un imprenditore iraniano di nome Ali Reza Arabnia, ci tenga a precisare che, nonostante la fine delle sanzioni, persegue un embargo bancario all’Iran che “non presenta una spiegazione ufficiale”.

Ovviamente, pezzi simili vanno di pari passo con l’articolo 32 della nuova Legge di Bilancio, quello che trasforma Invitalia in una compagnia statale capace di assicurare investimenti in Paesi ad alto rischio. Un’operazione finanziata spostando fondi dedicati all’imprenditoria giovanile e promossa direttamente dal Ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, anche lui proveniente dalle file di Confindustria.

Ecco allora che il cerchio si chiude: in nome del business con l’Iran, la Confindustria sta usando tutte le sue “armi politiche”, per superare ogni opposizione del mondo finanziario e investire in Iran, senza rischi.

Per quanto riguarda le opposizioni, parliamo in primis della Cassa Depositi e Prestiti, ad oggi non convinta della bonarietà di una corsa delle imprenditori italiani a Teheran. Cassa Depositi e Prestiti è anti-iraniana? No, fa semplicemente un calcolo finanziario, considerato l’altissimo livello di corruzione interna in Iran e soprattutto la propensione del regime clericale al riciclaggio di denaro per finanziare il terrorismo internazionale. La Cassa, finanziata quasi totalmente con i soldi dei risparmiatori delle Poste e con i quelli delle Fondazioni bancarie, non ha minimamente l’intenzione di rischiare di buttare all’aria milioni di euro (anche considerando il rischio di nuove sanzioni americane all’Iran).

La Confindustria non si arrende però, e prosegue una battaglia politica con l’obiettivo di raggiungere il massimo, rischiando il minimo: ecco allora la conversione di Invitalia in una nuova SACE del Ministero dell’Economia. Con il piccolo particolare che Invitalia è veramente finanziata totalmente dallo Stato, ovvero dai soldi dei contribuenti. Peggio, secondo l’articolo 32 della Legge di Bilancio, il MEF creerebbe un fondo di garanzia di prima istanza, pronto ad assicurare il rischio non solo degli investitori italiani, ma anche di quelli iraniani (senza alcuna possibilità di verificare se non sono, direttamente o indirettamente, legati a settori deviati dell’economia iraniana, quali i Pasdaran).

Ecco allora che si (ri)palesa nuovamente quel vecchio difetto della classe imprenditoriale nostrana: quello di essere sempre disposti a rischiare…con il culo dei contribuenti!

Molto (il)liberale, non c’è che dire…





(27 novembre 2017)

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