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“Dicono di…”: Roma tomba dei diritti: cannoni d’acqua e manganellate contro rifugiati: altra vergogna italiana

foto APP-Agency Press Photo

di Stefano Albamonte,  twitter@SteAlbamonte

 

Un lancio di una bombola di gas (una sola) come forma di reazione contro decine di azioni antidemocratiche da parte di agenti della Polizia di Stato che – nel corso di uno sgombero violento – si sono macchiati di azioni contro uomini, donne e bambini inermi. Nessuno dei rifugiati aveva un bastone, una mazza ferrata, una molotov, una pistola. Nulla. Si difendevano contro metodi di ‘macelleria messicana’, che hanno infangato le Forze Armate. Ma come è stato possibile che la Questura di Roma e la Prefettura di Roma abbiano autorizzato l’uso degli idranti? Come è stato possibile che in spazi aperti – come Piazza dei Cinquecento e Piazza Indipendenza, davanti a decine di romani e turisti – ci siano stati inseguimenti da “caccia all’uomo”? Come è possibile che funzionari e agenti si siano macchiati di comportamenti antidemocratici? Come è possibile dire frasi come: “Devono sparire, se tirano qualcosa spaccategli un braccio”?

Gli idranti e le manganellate che ieri mattina sono stati usati per ricacciare nell’ombra i rifugiati del Corno d’Africa, sono il simbolo di una azione violenta e forzata che non ha alcun interesse a salvaguardare i principi costituzionali e di umanità che dovrebbero condizionare ogni atto pubblico, e che sembra, soprattutto nel caso di Roma, voler nascondere sotto il tappeto ben altri e più importanti problemi. Un’occupazione scomoda quella di Palazzo Curtatone, questo il nome comunemente attribuito all’immobile. Sul lato opposto di piazza Indipendenza (a due passi dalla Stazione Termini) sorge la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, a trecento metri c’è il consolato tedesco, a pochi passi la redazione romana del Sole 24 Ore e il Corriere dello Sport. Finché ha resistito in questa zona centrale della città, il palazzo dei rifugiati è stato la denuncia vivente del mancato rispetto della Convenzione di Ginevra, del regolamento di Dublino e del malfunzionamento del sistema dell’accoglienza.

Gran parte degli occupanti erano legalmente residenti in Italia, con attività lavorative nella Capitale, che per anni hanno mandato i bambini nelle scuole del quartiere. Al riconoscimento dello status di rifugiati non è seguita l’accoglienza in strutture che potevano garantire condizioni di vita dignitose. Mai, fino allo sgombero del 19 agosto, è stata offerta una soluzione realmente alternativa, tranne la “deportazione” nel rietino di un centinaio di rifugiati a fronte di poco più di 400. Queste persone erano state messe in mezzo alla strada perché l’Italia non prevede per tutti l’accompagnamento fino alla reale autonomia delle persone. Poi lo sgombero violento. Queste sono vergogne italiane che periodicamente si ripetono, senza che nessuno prenda provvedimenti.

Nessuno è qui, tanto meno io, ad accusare l’intero corpo della Polizia, al quale, come agli altri corpi delle Forze Armate e dell’Ordine, va il nostro grazie per il controllo del territorio e il contrasto contro le associazioni criminali e terroristiche, ma dobbiamo renderci conto che ci sono alcune “teste calde” che andrebbero allontanate prima e condannate dopo. Uno Stato civile quale è l’Italia, fondatore dell’Europa, non dovrebbe mai macchiarsi di azioni come quella che abbiamo visto. Siamo il Paese della libertà e della democrazia e non del fascismo o del totalitarismo. Ricordiamolo. E’ già capitato altre volte, ma non si è fatto tesoro degli errori.

Noi tutti, cittadini, giornalisti, e soprattutto politici dovremmo impegnarci affinché tutto ciò non capiti più e smetterla di giustificare sempre tutto. Sono fieramente italiano, nato e cresciuto con l’esempio dei Carabinieri e dell’Esercito, ma ieri come oggi, lotto contro tutte le discriminazioni contro i più deboli, contro chi toglie voce a chi già non ha voce, non si può difendere, senza mai dimenticarmi le azioni della Forze Armate, Forze dell’Ordine e Forze di Polizia impegnate quotidianamente contro la criminalità organizzata con dignità e dedizione. Azioni come quelle viste a Roma sono vergognose; sono scene e immagini di uno Stato che non possiamo permetterci e nel quale non vogliamo vivere.

Mi torna in mente una dichiarazione che Vincenzo Canterini, all’epoca (G8 Genova) comandante del Primo reparto mobile, cioè dei “celerini” romani, che descrisse l’assalto alla Diaz  come “una rappresaglia, vidi facce assetate di sangue”.



Dunque la storia si ripete. Da quella sera del 21 luglio 2011, sembra che nulla sia cambiato, sembra che lo Stato non abbia fatto tesoro degli errori commessi. Oggi, da cittadino, mi aspetto che lo Stato, libero e democratico, punisca pesantemente chi si è macchiato di azioni simili e mai dimenticate. Azioni perpetuate troppe volte. Uno Stato serio punisce i violenti, tutti i violenti. Non li promuove, non li giustifica. Ma c’è uno Stato, il nostro, che oggi non si capisce quale sia: è quello rappresentato dal prefetto della Capitale Paola Basilone, secondo la quale – in un’intervista al Corriere della Sera – gli aggrediti, fino a prova contraria, sono stati i poliziotti e la Polizia non ha utilizzato gli idranti contro donne e bambini, o è quella del Prefetto Franco Gabrielli, capo della Polizia di Stato, che in un’intervista a La Repubblica, ha dichiarato di non avere intenzione di lasciare zone d’ombra?  La frase “Devono sparire, se tirano qualcosa spaccategli un braccio”, pronunciata in piazza, è grave. Grave. Abbiamo avviato le nostre procedure interne e non si faranno sconti. Questo deve essere chiaro. Ma ritengo altrettanto grave che l’idrante e le frasi improvvide pronunciate durate la carica diventino una foglia di fico.

Non voglio essere di parte, ma ritengo che la posizione di Gabrielli sia la più giusta. L’apprezzo moltissimo. Mentre il Prefetto di Roma, a mio parere, sbaglia. Ricordo a lei e a chi la pensa allo stesso modo che non si ristabilisce la legalità con la violenza. Guardare le cose solo da un lato, mette chiunque di noi, anche i rappresentanti del Governo, in una posizione di inadeguatezza rispetto al loro ruolo.

A questo punto, al di là delle responsabilità, spero che venga fatta chiarezza e chi ha sbagliato paghi. Non si possono giustificare determinati fatti e sottacere le evidenze. Certo che – come ricorda il collega e amico Guido Ruotolo – forse è il tempo che la politica torni a fare il suo mestiere. E che il prefetto, il ministero dell’Interno, Palazzo Chigi trovino una soluzione per i rifugiati eritrei. E sarebbe il caso che qualcuno chiedesse scusa per quelle scene che avremmo tutti preferito non vedere. Chiudo richiamando Papa Francesco: preghiamo per tanti fratelli e sorelle che cercando rifugio lontano dalla loro terra, che cercano una casa dove poter vivere senza timore, perché siano sempre rispettati nella loro dignità. E le Istituzioni che respingono questi nostri fratelli chiedano perdono.



(25 agosto 2017)

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