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Bo Summer’s, di una lettura di The Waste Land

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t-s-eliotdi Bo Summer’s twitter@fabiogalli61

a Roberto Sanesi

Prima di iniziare ad addentrarmi nel territorio narrativo di The Waste Land di T.S. Eliot, un territorio desertico, desolato e terribile, ma appunto per questo percorribile in una sorta di mappa provvisoria ed incompleta, risulta necessario porre, innanzitutto, alcuni chiarimenti.

C’è, in ogni approdo al testo scritto, una specie di superamento, di scavalcamento rispetto al testo stesso. “La lettura di un testo è una attività critica, una interpretazione, una analisi, e cioè un lavoro sul corpo materiale della rappresentazione. Questa pratica deve recuperare e produrre significativamente ciò che è stato rimosso: la forza pulsionale, la situazione affettiva, il lavoro, l’intreccio ideologico, il processo di censura e di distorsione che sono alla base dell’opera, che hanno negato e al contempo raffigurato questi contenuti. L’analisi non è però il disoccultamento di una verità nascosta”. (cit. Franco Rella, Ipotesi per una descrizione di una battaglia Feltrinelli 1977)

Mi sono avvicinato al testo di Eliot dopo essermi convinto che si tratta (fra le altre cose già lette a proposito di questo scritto) di affrontare questo luogo (Land) come un territorio da attraversare, camminabile in senso letterale. Mi sono chiesto in che modo i personaggi si muovono all’interno di The Waste Land, come è possibile ritrovarli ovunque senza che abbiano uno spostamento. I personaggi di Eliot sono ovunque, debordano addirittura dalla stessa Waste Land.

“E’ mia opinione che anche per Eliot, come per Yeats, non sia particolarmente necessario (anzi, credo sia errato) analizzare poesia per poesia come se si trattasse di oggetti autonomi, o adotare un principio che segua l’ordine stabilito dal poeta. La mia prima impressione, leggendo Eliot, è sempre stata di una unità chiusa nel complesso di una raccolta, non di una sequenza di poesie ma di una sola poesia, nella quale le varie parti rappresentano momenti diversi ma inspiegabili al di fuori del contesto generale”. (cit. Roberto Sanesi, in Poesie di T.S. Eliot, Bompiani 1985)

 

 

Aprile è il mese più crudele, genera

Lillà da terra morta,…

… risvegliando

Le radici sopite…

L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse

Con immemore neve la terra, nutrì

Con secchi tuberi una vita misera.

L’estate ci sorprese

 

 

I personaggi che abitano The Waste Land mi sembra che, più che dell’atto di superare, subiscano una sorta di stasi; anzi direi che mirano allo stare:

 

 

C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,

(Venite all’ombra di questa roccia rossa)

 

 

Sembra proprio che il luogo (topos), e dunque la scrittura stessa che lo circoscrive, lo trascrive e simbolicamente lo delimita, sia il problema di questi personaggi.

 

 

Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi

     passi, o dall’ombra

Vostra che a sera incontro a voi si leva

 

 

Oltre ai personaggi esiste il vuoto (spazio di relazione tra i personaggi)

cioè lo spazio in cui i personaggi si muovono e che rende possibile il movimento stesso.

Ora: abbiamo due elementi distinti che sono i personaggi e le loro ombre. Dunque un corpo materiale con una sua propria densità e la sua ombra. Il salto, il ribaltamento è proprio il fatto che sia l’ombra (l’ombra, figlia dello spazio, azzeramento assoluto rispetto alla materia-personaggio e quindi intangibile, cfr Medardo Rosso) a seguire, l’ombra a venire incontro e, dunque, lo spazio a muoversi rispetto ai personaggi. Non viceversa.

Mi confermo con Eliot:

 

 

Vedo turbe di gente che cammina in cerchio

 

 

A parte i rimandi, ormai conosciuti ai più, a Dante, mi pare evidente un certo richiamo al tempo epico (circolare) e quindi fisso, fermo nel pur continuo muoversi, dove i personaggi, gli eroi, nel loro eterno vagabondare e al loro continuo combattere e muoversi attraverso territori sconfinati, restano pur sempre allo stesso punto (la pagina).

 

 

Con questi rammenti ho puntellato le mie rovine

 

 

“Dal che risulta subito che tali allusioni non si tengono insieme per associazione esterna, meccanica, puramente letteraria (come qualcuno, ancora, insiste) ma perché parlando il linguaggio della memoria, dal profondo della psiche, rimandano a un significato mitico.”  (cit. Roberto Sanesi, Su un’immagine in The WasteLand, in La Valle della Visione, Grazanti 1985)

E come in Materia e Memoria di Bergson la riconduzione del movimento e durata (che è la caratteristica del mythos) porterebbe, per via contraria, alla tesi se il movimento non riguarda lo spazio, – il che nulla toglie alla sua unità -, Achille non raggiungerà mai la tartaruga (tesi di Zenone).

 

 

Presso le acque del Lemano mi sedetti e piansi

 

 

Tutta la terza sezione sembra confermare quanto sopra esposto. Il testo comincia con l’immagine del fiume. E’ una ripresa del tema dell’acqua (una presenza che sembra data dalla sua assenza: il titolo della sezione è, infatti, Il sermone del fuoco) attraverso l’idea del fiume. Il Tamigi stesso fa da specchio riflettente rispetto ad una precisa intenzione di a-temporalità, a-storicità, (i tempi storici si confondono). Il fiume, insisto, immette l’dea di flusso (movimento), lo scorrere del tempo e l’immobilità si percepiscono proprio attraverso il concetto di fiume.

Appaiono rimandi biblici legati all’idea di esilio, lontananza, sofferenza di un popolo.

Direi, osando, che questi personaggi, interrogando proprio sullo stare, l’abitare, del soggiornare nel luogo per mezzo della parola (e qui la nozione di “topos” si traspone con evidenza alla pagina scritta: il luogo è la pagina e la casa la parola scritta): mi pare che proprio qui si ponga il problema della casa dell’uomo e del proprio esilio.

 

C’è, ed è evidente in tutta la Waste Land, l’andare verso il luogo che si risolve in una specie di spostamento subitaneo, una sorta di salto che permette di essere, improvvisamente in un’altra dimensione spazio-temporale.

Qualcosa, in The Waste Land, anima il cammino delle parole e dei personaggi ma, al tempo stesso, lo riconduce al suo proprio fermarsi (che è il giusto assioma dell’andare: ciò che è).

 

Non intendo chiudere qui la questione ma aprire nuove domande.The Watse Land T.S.Eliot

L’uomo, dunque, (secondo questa mia tesi che cercherò di sostenere fino in fondo) non ha casa né sulla Terra né altrove. Nell’opera di T.S. Eliot che prendo in considerazione per esplicitarmi, sono i personaggi stessi a subirne le conseguenze: essi sono gli animale, esiliati, coloro che emergono dalla pagina scritta e che ne restano fuori, ne sporgono (l’immagine che ho in mente è l’iceberg).

The Waste Land può essere letto come un’indagine sull’abitare, nel luogo, per mezzo della scrittura. E mi pare chiaro, a questo punto, il richiamo al senso della Scrittura/Terra che procede paralela all’indicazione di una nuova patria simbolica (a costo di essere Waste) che non è una terra del male o del bene, che si estenderebbe oltre il territorio concessogli attraverso le sue rigide procedure di nominazione.

In questa nuova patria, in questa Waste Land che impropriamente traduco Terra Riguadagnata avrebbe dimora il vero linguaggio e, secondo questo lavoro di Eliot, il linguaggio non appartiene più all’uno, procede verso la propria destinazione ed entra in essa attraverso il procedimento nominativo.

 

Farei ora una distinzione che più avanti chiarirà la sua presenza: il distinguo è fra un pensiero (e quindi una scrittura) dirimente, una separazione, divaricazione, un gettare lontano e un pensiero (di nuovo, ancora, scrittura) agglutinato, una aggregazione, inserimento.

Ciò che intendo dimostrare a questo punto (e mi pare sia l’operazione di Eliot) è che l’unità comincia con la distinzione. L’unità nasce quando si comincia a distinguere. L’identità che ne risulta ha l’effetto di ridurre l’ansia che si manifesta là dove i significati oscillano

Il separare segna la nascita della scrittura (e qui mi sorge un dubbio: che sia proprio il lavoro di divaricazione ciò che fa pensare a The Waste Land come ad una sorta di “scrittura desolata”?), mentre l’aggregare ne rappresenta l’antecedente, un contesto simbolico dove tutti i significati possibili oscillano in una molteplicità di sensi.

Eliot, forse ignorando il principio di non-contraddizione, nel suo nominare offre un linguaggio simbolico che si concede all’animata fluttuazione dei significati.

 

 

Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.

(le traduzioni sono di Roberto Sanesi)

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